RISPOSTA ALLA REPLICA DEL PROFESSOR POSSENTI
Il Prof. Possenti ha a sua volta replicato e questa che segue è la mia risposta alla sua replica
Maggio 2011
Cari colleghi iIl 24 febbraio, mentre si discuteva della risposta che eravamo chiamati a dare a un quesito relativo al diritto all’obiezione di coscienza dei farmacisti, mi sono reso conto dell‘assoluta inutilità della mia presenza nell’aula e me ne sono andato, il più silenziosamente possibile, più stupito che irritato. Le ragioni del mio stupore riguardavano anzitutto il fatto di aver dovuto constatare che a molti dei presenti non interessava più di tanto il problema dell’obiezione di coscienza, essendo in loro prevalente il desiderio di ribadire l’opportunità di escludere dal commercio la cosiddetta “pillola del giorno dopo”, considerata “embrionicida”. Ma molto più grave è stato per me il fatto di aver scoperto, nel nostro Comitato di bioetica, molto disprezzo per la scienza e scarsissima attenzione all’etica. Ma forse è bene che vi riporti per un attimo a quanto è accaduto.
Dunque, si trattava di decidere se fosse più giusto dare credito all’opinione dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (il tema era naturalmente quello di un possibile effetto di inibizione dell’impianto embrionario esercitato dal levonorgestrel) o piuttosto accettare il contenuto del foglietto di accompagnamento del farmaco, che da questo momento chiamerò con il nome con il quale è comunemente conosciuto, quello cioè di “bugiardino”. Non è neppure necessario ricordare che la discussione ci riguardava come bioeticisti, il nostro non è un Comitato di Biodiritto, la falsariga sulla quale leggiamo i nostri giudizi sempre e solo quella della morale.
Dopo gli interventi del professor Garattini e del professor Umani Ronchi (lasciamo pur perdere i miei) doveva essere chiaro che l’opinione che la maggior parte dei tecnici ( ma di tutti i tecnici presenti ) sui bugiardini è in linea di massima questa: si tratta di documenti che vengono generalmente scritti per difendere le case farmaceutiche dalle possibili conseguenze giudiziarie di effetti collaterali sfavorevoli dei farmaci, effetti dei quali i pazienti non sono stati informati all’inizio del trattamento. Lo scopo di questi funebri avvertimenti è dunque solo quello di non tralasciare nemmeno la più piccola improbabile complicazione, l’esempio del “ginocchio della lavandaia” può fare testo. Banalità come l’attuale consenso scientifico e il consenso informato non vengono nemmeno prese in considerazione.
Nel caso del quale stavamo trattando, la casa farmaceutica produttrice del farmaco era stata invitata più volte a cambiare il testo del bugiardino, nelle parti, diciamo, incriminate, ma aveva deciso di ignorare questi consigli, il che significa che non aveva voluto tenere in alcun conto il fatto che allo stato attuale delle conoscenze, l’unica verità disponibile per un medico è quella del consenso scientifico elaborato dagli esperti ed espresso al più alto livello scientifico possibile. Non v’è dubbio che per quanto riguarda la maggior parte dei medici il più alto livello è rappresentato dalla WHO, che è un po’ quello che la Corte Costituzionale rappresenta per tutti in campo giuridico.
Secondo me, a questo punto della discussione, un bioeticista aveva solo una scelta possibile: dichiarare il proprio forte disagio nei confronti dell’industria farmaceutica, auspicare che il consiglio di cambiare il testo del documento potesse essere accettato nel più breve tempo possibile, esprimere il proprio entusiasmo nei confronti della coerenza e della saggezza della scienza con un rapido “hurrà” o, siamo italiani, con un vigoroso “alalà”. Il bugiardino ha un qualche valore giuridico? Benissimo, ma quale bioeticista degno di questo nome accetta di rispettare supinamente una norma ingiusta e non preferisce invece la scelta di adoperarsi perché esca il più rapidamente possibile dal nostro ordinamento giuridico?
Le cose, come ricorderete, sono andate in modo del tutto diverso. La cosa che mi ha maggiormente infastidito è stata la propensione a ignorare completamente le mie dichiarazioni, io dicevo una cosa e chi interveniva subito dopo parlava “etsi Flamigni non daretur”, ammetto di aver persino pensato a un momento di follia collettiva o, in alternativa, a un complotto. Mi sono comunque dovuto rendere conto delle difficoltà che molti trovano nell’accettare il concetto di “consenso”, che in medicina e in biologia sostituisce quello di verità, e che per medici e i biologi rappresenta l’unica verità possibile,una verità destinata a durare fino a che non viene sostituita da un nuovo consenso. Mi è sembrato di capire che per alcuni dei presenti il fatto che io non potessi riferirmi a una verità assoluta toglieva credibilità alle mie dichiarazioni: ebbene, temo che non sia così, bisogna invece accettare il fatto che i consensi dell’OMS sono l’unica verità possibile e chi ne propone una diversa, sulla base di un semplice sospetto e senza le prove necessarie per far modificare il consenso è, molto semplicemente, un bugiardo.
Spero che si possa capire quale sia stato il mio malessere di fronte a una dichiarazione che attribuiva al bugiardino il diritto di stabilire le regole del gioco, un ragionamento che nemmeno il più subdolo e scaltrito avvocato difensore dell’industria farmaceutica si arrischierebbe a fare e che mi è parso perlomeno sorprendente sulla bocca di un bioeticista.
Questa lunga premessa era in realtà necessaria per spiegare cosa mi abbia fatto cambiare idea convincendomi a sedere al tavolino e a rispondere alle critiche che il professor Possenti mi ha rivolto qualche tempo fa, critiche che fino ad oggi avevo deciso di ignorare. Anche se non interverrò più, dopo questa volta, sul tema che ci ha visto dissentire, ho deciso di rispondere alle sue critiche per dimostrare che ho molto più rispetto per i filosofi di quanto loro ne abbiano per me ( o forse è meglio dire che rispetto la filosofia molto più di quanto molti filosofi rispettino la scienza, che spesso faticano a capire e per la quale tendono a provare una istintiva e incomprensibile antipatia).
E’ anche bene che chiarisca che le ragioni per le quali avevo deciso di non rispondere alla lettera-documento del professor Possenti sono molto semplici: rappresentiamo un caso esemplare di “divergenze parallele”, continuiamo a dialogare perché siamo, almeno apparentemente, a portata di voce, ma lui la mia voce non la sente da molto tempo e da altrettanto tempo mi chiedo perché lui continui ad aprire bocca senza profferire verbo.
Ringrazio anzitutto il professor Possenti per la sua articolata replica ad alcune mie critiche (qualcuno ricorderà il mio codicillo di dissenso accluso al documento relativo all’insegnamento della bioetica nelle scuole). Lo ringrazio anche per aver cercato di avere riassunto il “cammino argomentativo” da lui compiuto, perché in questo modo il punto di divergenza tra noi è risultato più chiaro.
Può darsi che, ancora una volta io non riesca a comprendere fino in fondo l’argomento proposto: il tema è complesso e la mia conoscenza della filosofia inadeguata. Può darsi anche che io sia in errore, ma il primo punto che mi sembra di poter individuare è che dovremmo trovare una base di partenza che sia comune e da questa base cominciare a ragionare. Se non facciamo così, ciascuno di noi potrebbe sostenere le proprie ragioni rimandando all’altro l’onere della prova sulla scorta del fatto che siamo accampati su terreni che sono in aperta ostilità reciproca e apparteniamo a differenti “paradigmi”. Così io non riuscirei a capire la nozione centrale di “sostanza” perché mi muoverei “nell’attuale postura postmetafisica della cultura, ed in particolare nel positivismo più radicale e sempre risorgente … [la cui] parola d’ordine … [sarebbe] solo la scienza conosce”. Inoltre, creerei “equivoci” circa il piano descrittivo e quello valutativo di persona ricorrendo “ad ogni piè sospinto alla cosiddetta ‘legge di Hume’ che pone un abisso invalicabile e immotivato tra piano ontologico e piano morale, cesura che dipende da un assunto strettamente empiristico di partenza”.
Ricordo per chi non la conoscesse ( ma immagino che tutti la conoscano) che questa “legge” stabilisce l’esistenza di una differenza radicale tra lo statuto conoscitivo di proposizioni descrittive e affermazioni prescrittive e vieta – se così si può dire – il salto logico tra proposizioni che indicano fatti e proposizioni che fanno riferimento a valori.
È chiaro che se ci muovessimo su questa linea, ci troveremmo di fronte a due paradigmi incommensurabili, e ogni eventuale conflitto potrebbe essere risolto solo ricorrendo a un atto di pura violenza, quale è quello di stabilire le superiorità delle norme morali ricorrendo al criterio della maggioranza e della minoranza. Sappiamo bene, non cediamo alle tentazioni dell’ipocrisia, che il CNB è stato preventivamente costituito per dare ai cattolici la maggioranza e per evitare sorprese, rinunciando ad ogni tentazione di onestà intellettuale.
Capisco anche che al professor Possenti possa non piacere che io faccia queste affermazioni ad alta voce e apprezzo la tecnica consumata con la quale si difende rispedendo al mittente l’osservazione, come fa nella sua lettera quando afferma che “le nozioni di individuo, sostanza, valore, etc, non sono religiose e/o cattoliche: sono concetti universali, scoperti dalla ragione umana sin dal tempo dei Greci” per cui le mie “semplificazioni e disinformazioni” sarebbero tese a fomentare “solo guerre ideologiche”.
Di fronte a queste osservazioni posso solo rilevare che avendo il CNB una forte maggioranza cattolica, esse sono destinate a trovare un forte e acritico consenso in quell’ambiente. Resta il fatto che esse semplicemente cancellano l’opinione dissenziente senza neanche prenderla in considerazione. Non alimentano “guerre ideologiche” ed anzi le pacificano, la storia è piena di esempi e l’unica cosa che è cambiata rispetto al passato è che oggi può accadere che all’eliminazione fisica dell’oppositore si preferisca l’eliminazione (fisica) delle sue idee e dei suoi diritti. Questa è la situazione paradossale in cui ci troviamo: è l’impostazione di Possenti che crea la guerra ideologica, ma grazie alla maggioranza della quale dispone egli riesce ad attribuirmi il ruolo di fomentatore di risse.
Provo a proporre un approccio diverso: scegliamo entrambi di partire senza troppi assunti e vediamo di identificare le eventuali discordanze. Cerchiamo quindi di trovare un punto di convergenza (ammesso che questo sia possibile), o limitiamoci a riconoscere che le posizioni sono inconciliabili, senza chiedere il sangue dell’avversario, rinunciando a pretendere di essere dichiarati vittoriosi, rinunciando ad esigere che il presunto perdente venga condannato a tacere per sempre. So bene che questo discorso può risultare inaccettabile a chi è tanto prigioniero della propria prospettiva da giungere a dichiarare che credere che “può sostenere il contrario solo distorcendo la storia del pensiero, e magari facendo offesa a quel minimo di conoscenza che ciascuno dovrebbe acquisire in merito. Se mi si permette, una vera barbarie intellettuale”. E so naturalmente che nel CNB sono in assoluta minoranza. Ma poiché le nostre idee circolano anche più ampiamente, sono portato a sperare che la forza della mia tesi possa essere vincente.
Visto che il professor Possenti ha fatto un utile riassunto del suo argomento, mi accingo a esaminare il suo documento alla ricerca del terreno comune da cui partire, per poi eventualmente individuare i punti di dissenso da discutere. Il problema da cui partirei è il secondo che Possenti ha preso in esame , quello della distinzione tra i giudizi di valore (morale) e i giudizi di fatto. Possenti sostiene che “pensare che i giudizi di valore siano solo morali è un errore marchiano”, perché i giudizi di valore possono riguardare anche altri ambiti: ci sono i giudizi di valutazione economica, ludica e persino ontologica.
In questa prospettiva, Possenti conclude che “i giudizi di valore ontologico sono giudizi di realtà pronunciati dall’intelletto, quando ad esempio. diciamo che un certo ente od oggetto presenta caratteri di integrità e perfezione ontologica (nel senso in cui diciamo che l’organismo umano è più compiuto e perfetto di quello di una pulce), che attraggono la nostra attenzione e sollecitano il nostro senso morale. Ed è qui che si pone il transito dall’ontologia quale dottrina dell’essere all’etica o assiologia quale dottrina dell’etica e di un agire conseguente”. La conclusione è che l’etica emergente dall’ontologia ha il seguente imperativo categorico: “rispetta l’essere secondo la misura o il livello in cui si trova, e perciò rispetta di più un essere vivente rispetto ad un sasso, e tra gli esseri viventi quelli dotati di un più alto grado di valore e perfezione ontologica”.
Se ho ricostruito correttamente il pensiero del professor Possenti (come spero, anche se riconosco di sentirmi particolarmente atassico quando mi muovo in questi ambiti), diventa anche subito chiaro perché la prospettiva rifiuti il ricorso alla “legge di Hume” che esclude il passaggio dall’ontologia (descrittiva) alla valutazione. Visto lo sforzo di trovare un terreno comune da cui partire, accolgo la presenza di valutazioni diverse e tralascio la legge di Hume. Consideriamo la valutazione “ludica” prendendo proprio il bell’esempio proposto da Possenti nella sua lettera: “se dico che l’Inter gioca meglio della Juventus sto esprimendo un giudizio di realtà, attestato dalle rispettive posizioni in classifica”.
Immagino che il professor Possenti ci voglia dire che la valutazione ludica (chi gioca meglio) è un giudizio di realtà, ossia descrittivo, accertabile empiricamente dalle posizioni in classifica. È quindi possibile passare da un giudizio di realtà ad una valutazione: se ciò vale con la valutazione ludica, la procedura può essere estesa anche alla valutazione ontologica. E tutto in barba alla legge di Hume ed avendo rispetto per l’empiria o esperienza fattuale. Fin qui tutto bene. Tuttavia si pone chiaramente un nuovo problema: il professor Possenti sembra credere che la valutazione ludica data dipenda da “giudizio di realtà” tout court, certo, assoluto e incondizionato, indiscutibile ed evidente. Ma è proprio così? Non può darsi il caso che il professor Possenti scelga una scorciatoia senza sapere dove lo condurrà quando afferma che è un giudizio di realtà quello che attesta che l’Inter giochi meglio della Juventus?
Questo non vale incondizionatamente, ma solo se si assume che “il gioco migliore” è quello della squadra “più in alto in classifica”. Si tratta, anche se sommariamente formulato di un criterio di valutazione: ma è l’unico possibile?
Non è per caso che se ne possano elencare altri? Tralasciando per il momento i fenomeni “patologici” del gioco, per cui un maggiore punteggio può essere acquisito impegnandosi in un gioco scorretto o violento o addirittura corrompendogli arbitri, e limitandoci alla fisiologia, non si può dimenticare che – come a volte si dice “la palla è rotonda” e che non sempre chi gioca meglio vince. Chiedo al professor Possenti: ha senso dire: “la Juventus ha giocato meglio, ma ha perso”, oppure questa proposizione è una vera e propria contraddizione in termini, incomprensibile se non addirittura falsa? Secondo me, la proposizione è sensata, comprensibile e forse qualche volta sostenibile e stabilire di principio che si tratti di una dichiarazione falsa è per lo meno molto discutibile. Se così è, allora il passaggio del professor Possenti dal giudizio di realtà alla valutazione (ludica) non è più unico e incondizionato, ma va chiarito e qualificato perché dipende dal criterio che è stato assunto in precedenza. Si potrà poi anche discutere su quale sia il criterio “più adeguato”, ma bisogna riconoscere che il transito dal “giudizio di realtà” alla valutazione non è così semplice come viene presupposto dal professor Possenti, considerata la necessità di discutere il criterio di valutazione.
Sempre nel tentativo di trovare una base comune, ho esaminato l’esempio proposto dal professor Possenti senza fare riferimento né alla legge di Hume né, spero, a posture postmetafisiche, cercando solo di ragionare sul problema. Può darsi che io sia in errore, purtroppo non sono mai stato illuminato da verità discese dal cielo, e sono persino pronto a ravvedermi ove mi si volesse indicare con chiarezza dove ho sbagliato. Vorrei solo che non mi si dicesse che sbaglio perché sono empirista, scientista, romagnolo o perché non ho letto Jonas o non credo in dio.
Se è vero che il passaggio dal “giudizio di realtà ludica” alla “valutazione ludica” è molto più complesso di quanto il professor Possenti crede, perché presuppone un criterio che va reso esplicito, allora si può estendere lo stesso discorso anche al passaggio dal “giudizio di realtà ontologica” al “giudizio di valore ontologico”.Il professor Possenti sembra credere che stabilire “che un certo ente od oggetto presenta caratteri di integrità e perfezione ontologica (nel senso in cui diciamo che l’organismo umano è più compiuto e perfetto di quello di una pulce)” e che questi caratteri di per sé “attraggono la nostra attenzione e sollecitano il nostro senso morale” sia un’operazione immediata, praticamente automatica e priva di condizionamenti. A me pare che le nozioni di “integrità” e di “perfezione” non siano così immediate: ne esistono invece varie, ciascuna delle quali dipende dal criterio assunto. Ecco perché ci sono posizioni diverse, che vanno considerate con attenzione e non negate soltanto per il fatto che nel CNB esiste e si fa valere una schiacciante maggioranza cattolica.
Passo così al secondo problema del professor Possenti, e cioè la sua analisi ontologica. Il suo discorso mostra che, se anche l’ontologia fosse corretta e adeguata, si potrebbe ancora discutere il passaggio alla valutazione proposta. Ma vediamo ora come fa a giungere alla sua ontologia.
Il professor Possenti afferma di riuscire a “provare la piena sovrapponibilità tra le nozioni di ‘individuo umano’ e di ‘persona umana’” e giunge a questo in tre passi:
- mostrando “che al momento del concepimento si forma un individuo nuovo denotato dal suo genoma individuale”;
- che in quel momento si ha “una sostanza nuova (accade cioè una trasformazione sostanziale)”;
- “e tale che da quel momento in avanti non sono esperibili altre trasformazioni sostanziali”.
Il professor Possenti ci informa anche che “nell’argomento gioca un ruolo importante il patrimonio genetico del concepito, che organizza l’autopoiesi, svolge la funzione di ‘forma’ dell’intero processo di sviluppo ed è presente sin dall’inizio”, dove con “inizio” presumo intenda dal “tocco dirompente dello spermatozoo”.
Provo anche qui ad esaminare alcune questioni problematiche. La prima riguarda il passo 1) e verte sulla nozione di “individuo”. Senza pretese di completezza ne ricordo quattro: l’ “individuo cosale” ossia un ente spazio-temporalmente distinto da altri; l’ “individuo genetico” ossia il nuovo corredo cromosomico (le cui modalità vanno poi determinate); l’ “individuo somatico” ossia un nuovo corpo individuale tale da essere indivisibile pena la sua morte, e l’ “individuo personale” ossia quello speciale individuo somatico dotato di capacità “superiori” e presumibilmente derivato da un “salto ontologico”.
Senza discutere quale sia la nozione migliore da assumere (come forse sarebbe stato opportuno), il professor Possenti dà per scontato che rilevante sia l’individuo genetico “denotato dal suo genoma individuale”. Quest’assunto, tuttavia, è fattualmente falso. Infatti, al concepimento i pronuclei restano ancora separati per circa 24 ore, prima di scomparire e di consentire al genoma dei due genitori di assemblarsi sul piatto metafisico e non è un caso che tutta la teoria sull’inizio della vita personale contenuta nel Donum Vitae si riferisce a un esordio post-zigotico. Pertanto, il nuovo “genoma individuale” ha inizio o prima della fecondazione (ma qui ci vuole una bella teoria metafisica) o dopo. Basterebbe questo per mostrare la debolezza dell’ontologia proposta dal professor Possenti.
Il professor Possenti può ribattere che questo è un punto di scarso rilievo perché ciò che conta è la capacità autopoietica insita nel processo di sviluppo, la quale è presente sin dal concepimento. Con questa replica, comunque, Possenti sposta il problema dal “dato di fatto” alla “disposizione a produrlo”. Con tale mossa, per un verso riconosce (implicitamente) che la premessa è fattualmente falsa, e dall’altro deve affrontare il problema di quando compare la capacità autopoietica. Se lo facesse, scoprirebbe che essa è presente anche già prima del concepimento e che non si forma per incanto in quell’istante.
Già l’avvio del discorso è poco promettente, ma passiamo a considerare la seconda tesi di Possenti, ossia che al concepimento si forma “una sostanza nuova (accade cioè una trasformazione sostanziale)”. Non entro nelle controversie sul concetto di sostanza, ma se con “sostanza nuova” si intende un livello di realtà diverso da quello materiale, la tesi mi pare accettabile. Infatti, il significato delle parole trascende l’inchiostro che le compone o la voce che le espone. Le parole sono costituite da una realtà materiale percepibile dai sensi (vista o suono) e da una realtà “immateriale” o “spirituale” percepibile dalla mente. Può aver senso dire che c’è una “sostanza materiale” delle parole, ossia la realtà fisica che sta sotto o permea i diversi modi con cui si manifestano le parole (scritte, orali, ecc.), e che esiste una “sostanza spirituale” ossia la realtà non-fisica che si coglie comprendendo il significato delle stesse. Resta aperto il problema di come sia possibile la comprensione: se per cogliere il significato sia necessaria una speciale sostanza spirituale o se basti una qualche peculiare organizzazione della sostanza materiale. Ma questi sono problemi che non ci riguardano.
Secondo il professor Possenti al momento del concepimento si verificherebbe una “trasformazione sostanziale” tale per cui in quell’istante si formerebbe la “nuova sostanza”, ossia quella realtà non-fisica capace per esempio di comprendere il significato delle parole o di altri fenomeni spirituali o culturali. Non solo: ci dice anche che “da quel momento in avanti non sono esperibili altre trasformazioni sostanziali”. Qui, però, davvero non riesco più a seguirlo. Mi sembra assurdo dire che alla fecondazione si crea una nuova sostanza capace di comprendere o produrre fenomeni spirituali. Non riesco a capirlo perché alla fecondazione avvengono dei processi chimici, ma manca la complessità richiesta per supporre l’affiorare della “nuova sostanza”. Ancora meno comprensibile è l’idea che da quel momento non siano “esperibili altre trasformazioni sostanziali”. Questo mi sembra contrario alla più elementare constatazione di fatto: noi siamo qui a discutere tra noi, ma non riesco proprio a immaginare che gli embrioni riescano a fare altrettanto.
Può darsi che le mie capacità intellettuali siano limitate, ma vorrei proprio capire come si fa a sostenere che alla fecondazione si forma la “nuova sostanza”. Capisco che cosa si può intendere con “sostanza spirituale” e ne ho addotto un esempio che mi pare comprensibile. Ma di più proprio non ce la faccio. Ho atteso per molto tempo spiegazioni chiare ( e alla portata di un ginecologo, il più ignorante tra tutti i medici), adesso credo di aver il diritto di smettere di aspettare.
Un ultimo appunto. Non pretendo che il professor Possenti legga i miei libri,per carità, lui riceve informazioni da ben altre fonti: gli rammento, molto timidamente, che in un testo relativamente recente ( La questione dell’embrione, B.C.e Dalai, 2009) ho riportato una decina di differenti teorie sull’inizio della vita personale tutte espresse da teologi e filosofi cattolici e mai condannate in modo esplicito dal Magistero; ho anche spiegato che se si condannassero le posizioni precedenti l’attuale teoria ( che vede l’inizio della vita personale coincidente con l’attivazione dell’oocita), verrebbe condannata anche un’ipotesi (di lavoro?) dell’attuale pontefice che ha sostenuto la principale teoria post-zigotica (facendo anche un bel po’ di confusione sulla definizione di zigote, a proposito della quale alcuni dei migliore scienziati cattolici hanno detto superbe sciocchezze). Ne deduco che, forse, il professor Possenti dovrebbe far precedere le sue asserzioni da un “secondo me” che ne attesterebbe la serietà e la modestia, due qualità che, insieme allo scetticismo organizzato, uno studioso dovrebbe cercare di coltivare sempre nel proprio giardino di casa.
Come dicevo, in tanti anni di dibattiti non ho mai ricevuto le spiegazioni chiare e convincenti che avevo il diritto di aspettarmi e questo spiega il mio codicillo che, come rileva Possenti, “è teso a invalidare in linea di principio l’intero lavoro del CNB … [i cui pareri] sono ‘cattolici’ e perciò fideistici, irrazionali, poiché i cattolici sono incapaci di ricorrere alla ragione e si nascondono dietro la rivelazione”. In un certo senso quest’osservazione corrisponde al vero, perché personalmente trovo la tesi secondo la quale l’embrione è uno di noi così assurda da far credere che la si possa sostenere solo sulla scorta di una qualche forma di fideismo. Posso capire che i seguaci di una religione siano così dentro alla loro prospettiva da credere che non ne possano proprio esistere altre e che coloro che non accettano il loro punto di vista vivano in una vera barbarie intellettuale. A mio avviso questa assoluta certezza non trova alcuna giustificazione razionale e potrebbe ( potrebbe! ) essere scambiata per arroganza. Ma non voglio concludere questo scritto in modo sgradevole: mi limito a sottolineare che il fatto di essere in minoranza nel Comitato non dimostra che i miei argomenti siano fallaci, e questo mi basta.
