Da Orione all’utero artificiale, storia di come si diventa genitori2018-12-15T14:02:32+02:00

Da Orione all’utero artificiale, storia di come si diventa genitori

Giugno 2018

Scarica e leggi in formato PDF

I MOLTI SIGNIFICATI DELLA GENITORIALITÀ

Gli antropologi e i sociologi si trovano prevalentemente d’accordo nel dire che il nostro modello tradizionale di genitorialità (che è, tra l’altro, da tempo in crisi per ragioni culturali) non è certo l’unico possibile, come numerose ricerche empiriche hanno da tempo confermato. Nelle varie società umane sono rintracciabili modelli differenti di iscrizione sociale del dato biologico, modi diversi di pensare a come si può essere padre e madre ed è possibile immaginare che su questo tema sia attualmente in atto uno scontro di paradigmi, con le conseguenze che sono abituali in queste circostanze: la protesta di chi è fedele al vecchio, le pressioni di chi sostiene il nuovo, i molti (quasi sempre inutili) tentativi di mediazione. A guardar bene, in effetti, l’unica cosa che la maggioranza delle culture in quasi tutte le epoche hanno dimostrato di prediligere è l’organizzazione di una struttura famigliare basata sul patriarcato: che siano esistite società matriarcali è possibile, ma non dimostrato e alcune delle supposte prove di una tale esistenza si riferiscono in effetti a società matrilineari nelle quali le donne erano relegate a gestire ruoli del tutto secondari.

Antropologi e sociologi affermano, in sostanza, che l’istituto naturale della maternità e della paternità è discutibile, tanto da mettere in dubbio persino l’esistenza di un vero istinto genitoriale, espresso in termini puramente biologici e riteniamo piuttosto che esso rappresenti semmai un mito che l’occidente ha enfatizzato. Questo mito si incentra su una determinata visione dell’uomo e pretende di definire, in base ad essa, la nostra identità. In realtà, immaginare di poter derivare, da eventi biologici, definizioni che hanno carattere esclusivamente simbolico si è rivelato, come è noto, del tutto errato.

Se è vero che il concetto di genitorialità è prevalentemente simbolico, bisogna accettare l’idea che i genitori di un bambino siano quelli che la società indica. Per molti secoli, ad esempio, è prevalsa l’idea aristotelica secondo la quale la madre era solo ‘il fertile terreno’ nel quale l’uomo piantava il suo seme, il germe del maschio che lei era tenuta a custodire ‘perché un dio non lo colga’, per usare le parole di Eschilo. E tutta la difesa che Apollo fa di Oreste nelle Eumenidi è ispirata a questa sprezzante valutazione del ruolo materno (‘lui, sì, è padre, che d’impeto prende’) che addirittura cancella il matricidio dall’elenco dei crimini.

1- I bizzarri percorsi biologici dei miti

Se non fosse per l’esistenza di un certo numero di divinità sessualmente molto indaffarate, sino talora a configurare vere e proprie forme di patologia, e che hanno riempito la terra della loro progenie, utilizzando magari i più assurdi travestimenti, ma poi ricorrendo agli strumenti naturali della riproduzione, se non fosse per loro, ripetiamo, nella mitologia la normale utilizzazione del sesso per fare figli sarebbe quasi completamente ignorata. Gli dei, gli eroi e le figure fondamentali dei miti, si riproducono nei modi più bizzarri, qualche volta senza altro apparente scopo se non il bisogno di distinguersi dai comuni mortali, qualche volta per esprimere concetti simbolici, che poi la gente comune tendeva a fraintendere o a ignorare. Insomma, si faceva strada l’idea che il sesso e la riproduzione, così come gli uomini li hanno sempre intesi e sperimentati, erano fondamentalmente banali e volgari, tanto che “coloro che contano” ne immaginavano e ne praticavano altri, di ben diversa qualità. Anche da queste storie esce una figura di donna diminuita e rattrappita, causa prima del legame dell’uomo con una vita miserabile e priva di interesse e di valore, nella quale resta intrappolato, schiavo di bisogni e di piaceri che egli stesso disprezza . Proviamo a spiegare meglio questa asserzione con qualche esempio.

Certo che i primi Dei ellenici avevano un concetto molto singolare della famiglia. Urano, racconta Esiodo nella sua Teogonía, era figlio di Gea, la Terra, che lo aveva concepito senza che vi fosse, nell’Universo, un principio maschile. Urano, fertile fino dalla nascita, andava a trovare ogni notte la madre e la fecondava con metodi assolutamente naturali: così da lei ebbe una lunga serie di figli ( tra i quali i Ciclopi e gli ecatonchiri) che odiava e che incatenava in una nascosta e profonda cavità della terra. Di tali, malvage azioni, dice Esiodo, Urano gioiva. Gea, che aveva anche dato alla luce – si fa per dire – Ceo, Crio, Giafeto, Iperione, Rea, Teti e altri ancora, chiese al più giovane dei suoi figli, Cronos, di mettere fine alle cattive azioni di Urano. Gea gli diede una falce affilatissima, con la quale Cronos recise i genitali di Urano, e li gettò in mare (e nel mare essi fecondarono la schiuma delle onde, e così nacque Afrodite). Dall’ultimo sangue di Urano che aveva bagnato la terra nacquero anche i Giganti e le Erinni. Cominciò l’era di Cronos (Saturno per i romani), il tempo che inghiotte e divora ogni cosa. A Cronos era stato annunciato che sarebbe stato detronizzato da uno dei suoi figli, e così tutti quelli che sua sorella Rea concepì per lui, Cronos li mangiò (i loro nomi – Plutone, Poseidone, Era, Demetra, Ezia – ci sono tutti famigliari. Ma Rea partorì Giove in un luogo nascosto (a Creta o, forse, in Arcadia) e lo nascose in una grotta e costui, appena fu in condizione di farlo, costrinse il padre a vomitare i figli che aveva trangugiato e insieme a loro mosse guerra agli zii, i Titani. Liberò così tutti quelli che erano stati prigionieri nel Tartaro, e nello stesso Tartaro incatenò Cronos e i Titani; dopo qualche tempo si rappacificò co Cronos (il sangue non è acqua) e gli concesse di vivere nell’isola dei Beati.

Giove era un dio sbarazzino ( un po’ come Enki, una delle principali divinità sumeriche) ebbe molte amanti ma tenne sempre d’occhio la legalità, così che ne sposò un certo numero. La sua prima moglie fu Meti, la mente, e divenne così padre di Atena; poi sposò Demetra, dalla quale ebbe Persefone e ancora si maritò con Mnemosine, la memoria, che gli generò le nove muse; le ultime due mogli furono Leto, madre di Apollo e di Artemide, e Era. La vita coniugale può essere complicata anche per le divinità, e quella di Giove ne è una prova. Quando era ancora alle prime nozze, un oracolo gli aveva predetto che essa avrebbe avuto un figlio destinato a diventare sovrano dell’Universo. Giove non ne fu per niente soddisfatto, tanto che – seguendo le tradizioni di famiglia – si fece della povera Meti un sol boccone senza tener conto del fatto che Meti era gravida e che nel boccone era compresa anche la loro figlia, Minerva, un feto che continuò a svilupparsi nel corpo di Giove ma che, completato lo sviluppo, ebbe qualche difficoltà per trovare il modo di uscire all’aperto, aperture naturali delle quali servirsi non ce ne erano. Giove cominciò a patire di vari disturbi e probabilmente ritenne inizialmente che si trattasse di cattiva digestione, cosa che trattandosi di una moglie era verisimile: poi, improvvisamente si trovò alle prese con una terribile cefalea un dolore pulsante che gli dava la sensazione che qualcuno volesse uscire dal suo cranio. Affidò le cure del suo mal di testa al figlio Efesto, ottimo fabbro, medico improvvisato. .

Di concepimenti miracolosi nella mitologia greco-romana ce ne sono moltissimi, vi basti pensare a quelli ai quali costrinse innocenti fanciulle Giove, tramutato in qualche strambo animale ( concepimenti ai quali soltanto spetta il diritto di essere definiti eterologhi, cioè tra specie diverse). Il rapporto amoroso tra Leda e Giove è stato cantato da molti poeti che hanno attinto da miti diversi. Secondo la versione più diffusa, si sarebbe trattato di un caso di superfetazione, perché i due gemelli, Castore e Polluce, sarebbero stati concepiti, a breve intervallo di tempo, dal legittimo sposo di Leda, Tindaro, e dal di lei amante, Giove. Naturalmente per poter gioire delle attenzioni del suo divino amante, che si è trasformato in un cigno Leda si trasforma in oca, e dopo nove mesi partorisce un uovo che quando si schiude consente ai due famosi gemelli di vedere la luce. Leda, o l’unico mammifero oviparo di cui siamo a conoscenza.

Non si pensi che era solo l’olimpo greco a nutrire divinità così perennemente arrapare, a parte Giove ottmi esempi di dei sessualmente pericolosi si trovano in pratica in tutte le religioni, a cominciare da quella sumerica (dove l’imputato pricipale è Enki).

Come potete vedere, in molte di queste storie c’è inizialmente un concepimento, ma poi sono le gravidanze e il parto che diventano innaturali. In altri casi è evidente l’incredulità di molte persone rispetto a un ruolo rilevante degli uomini nella nascita dei loro figli. L’uomo? Cosa c’entra l’uomo? E perché poi dovrebbe avere un ruolo qualsiasi in una materia così squisitamente femminile?

Altre volte ancora, è messa invece in dubbio la necessità di un ruolo femminile. Questo è il caso della nascita di Orione, raccontata in differenti miti in modo simile, ma mai perfettamente identico. Secondo il racconto più noto, tutta questa vicenda si svolge in Beozia, in un luogo che, sembra, gli abitanti chiamavano Uria, o Ouria ( nella radice di molte delle parole di questo mito c’è, comunque, la pipì). Un brav’uomo del luogo – Gere, per alcuni, Urico per altri – ospitò a casa sua, con molta cortesia e umiltà, tre divinità (Giove, Poseidone e Mercurio) che erano in viaggio per andare a consultare un oracolo. Riconoscenti, i tre dei gli concessero di esprimere un desiderio. Gere – se questo era il suo nome – chiese di avere un figlio maschio :sua moglie è morta recentemente e con le sue ultime parole gli ha chiesto di non avere mai più una donna dopo di lei. E’ possibile avere un figlio senza dover coinvolgere una moglie, una amante, una concubina? Questo vecchio uomo, gentile, spaventato e fedele piace agli dei che decidono di accontentarlo: immolano un bue, lo scuoiano e con la pelle fanno un sacco, che riempiono di sterco e dentro al quale eiaculano (“semen in illud effuderunt”, e “in pellem bovinam semen iniecerunt” sono due versioni latine di quanto dice Palephate nel suo “Trattato delle storie incredibili”, α̉ πεσπέρμησαν ε ̉ις αυ̉ τὴ ν : seme dunque, e non urina, come qualche versione vuole inopportunamente cercare di farci credere (non c’è limite alla volgarità!). Però il resto del mito qualche dubbio lo insinua; il sacco viene interrato e in capo a 10 mesi Gere può estrarne il figlio, un bel bambino sano e ben formato: in un primo tempo vorrebbe chiamarlo σπέρμα, semen, ma poi cambia idea e finisce col chiamarlo Orione, da ου̃ρον, urina (anzi, secondo alcuni mitologi, addirittura Urione): così, su come sia stato concepito questo bambino preferiamo sospendere il giudizio. In ogni caso è proprio lui, l’Orione che è poi diventato una costellazione (naturalmente piovosa, scrive G.J. Witkowski, nella sua Histoire des accouchements chez tous les peuples, edito a Parigi da G. Steinhere nel 1887).

Nessuno pensi che la fantasia degli uomini, chiamati a sbizzarrirsi sui meccanismi della riproduzione, finisca qui, ci sono ben altri protagonisti : il vento, ad esempio.

Per sua natura il vento è indiscreto e sbarazzino, si intrufola e accarezza, senza vergogna e senza pudore (e senza lasciare molte possibilità di difesa alle vittime che sceglie). Ha dunque senso il fatto che gli siano state attribuite molte paternità. Ovidio, nelle Metamorfosi, racconta l’avventura di Borea, che rapisce Orizia nascondendosi in una nuvola di polvere: “pulvereamque trahens per summa e acumina pallam verrit humum pavidamque metu, caligine tectus, Orityian amans fulvis amplectitur alis” . Orizia (o Oritia) è una figura della mitologia greca, figlia del re Eretteo e di Prassitea e sorella di Creusa, di Ctonia e di Procri. Si narra che questa giovane donna fu rapita da Borea, il vento del Nord, mentre raccoglieva fiori sulle rive del fiume Cefiso: Borea la sposò e la portò in Tracia, cosa che la salvò dalla morte ( le sue tre sorelle furono sacrificate affinché Atene potesse vincere la guerra contro Eleusi). Sarà proprio andata così? Molti commentatori insinuano che è proprio della poesia personificare gli oggetti e che se una donna si trova ingravidata dal vento, nulla è più naturale di fare di quel vento un dio e imputare tutto a un elemento sovrannaturale. Così mi sembra che vada interpretato il racconto di Flora e del suo incontro con Zefiro, secondo gli splendidi versi di Ovidio (I Fasti, libro V, 201 e seguenti):

Vererat, errabam: Zephyrus conspexit, abibam.

Insequitur, fugio: fortior ille fuit,

et dederat fratri Boreas ius omne rapinae

ausus Erecthea praemia ferre domo.

Era primavera, vagavo

Zefiro mi vide, mi inseguì, fuggii: ma egli fu più veloce.

E Borea che aveva osato rapire la preda dalla casa di Eretteo

Aveva dato al fratello piene licenza di rapina.

Un’ultima cosa: l’idea che l’uomo non abbia niente a che fare con la nascita dei suoi figli è molto antica e ha avuto credito in molte epoche e in molte culture. Le ragioni di questa convinzione sono molte, ma la più importante ha certamente a che fare con il fatto che nella nostra specie le femmine sono disposte ad avere relazioni sessuali anche se non ovulano, così che il rapporto tra coito e gravidanza diventa particolarmente vago. Ne è evidentemente nata la necessità di immaginare una procreazione svincolata dalla sessualità, cosa che molte culture hanno fatto. Ci sono popolazioni che sono persuase che i figli entrino nel corpo delle donne trasportati dall’aria, e spesso identificano in queste minuscole creature gli spiriti degli antenati; secondo altri, i bambini entrano nel corpo delle donne passando attraverso le dita dei piedi e abitano in continuazione le loro ospiti, che li costringono a nascere solo in condizioni di necessità. In alcune isole del Pacifico una cultura animista ha imposto l’avuncolato, un tempo diffuso anche in Europa, togliendo ogni significato alla parola “padre” (diventata sinonimo di colui che gioca con la madre e la fa ridere).. La prima di queste storie riguarda la nascita del Mahavira (che si suppone essere avvenuta intorno al 560 a.C.), il “meraviglioso”, probabile fondatore del Jainismo. L’arrivo del Mahavira sulla terra era atteso da generazioni, masi trattava di un evento straordinario che poteva aver luogo solo in una condizione di assoluto equilibrio di tutto l’Universo, un evento che si verificava con estrema rarità. L’attimo in cui finalmente il Mahavira poté essere concepito, c’era una sola coppia in tutto il mondo che stava conoscendosi sessualmente, Rana e sua moglie Prassala, e Rana era un commerciante di vasi e sua moglie una donna di casa, così che un rapido e silenzioso sorriso serpeggiò tra gli dei perché il fondatore di una religione, il portatore di una verità, l’Atteso, non poteva nascere da gente del popolo, non poteva essere scritto così, il fato doveva aver letto male le istruzioni. Fu per riparare a questo errore che, quando Prassala fu giunta a metà della gravidanza, un inviato degli dei la visitò mentre dormiva, estrasse il bambino che si stava formando dal suo ventre e lo andò a deporre nel grembo della regina Devananda, che fu ben felice di accoglierlo e di partorirlo. Fu così che il Mahavira fu educato (si fa per dire) da due madri e fu così che quando il messaggero torno per guidarlo fino alle strade polverose dove si incontrano gli uomini, portò con sé quella che lui considerava la sua vera madre, Mestra, la balia che si era sempre presa cura di lui.

La seconda storia è presa da una leggenda indù della quale ha anche scritto Heinrich Zimmer ( il re e il cadavere) e parla dell’incontro casuale di un ladro e di una vedova. Il ladro è stato sorpreso mentre rubava e gli abitanti del villaggio, un po’ per punirlo e un po’ per divertirsi, lo hanno impalato sulla cima di una collina, in mezzo a un cimitero. La vedova fugge dai suoi parenti che l’accusano di aver ucciso il marito in realtà vogliono impossessarsi della eredità) e porta con se nella fuga la sua piccola figlia; il ladro soffre le pene dell’inferno, ma la sua è una lunga agonia, non ha figli e quindi nessuno può chiedere agli dei di abbreviare il suo martirio. La vedova è terrorizzata , non ha denaro, non è riuscita a prendere nulla lasciando la casa e l’avvenire le si presenta oscuro e pieno di dolore. Il ladro, al quale lei cerca di dare qualche conforto, le fa una proposta: le dirà dove lui ha nascosto del denaro, abbastanza per garantire una vita serena a lei e alla bambina, e in cambio il primo figlio di sua figlia sarà figlio suo, per contratto: in questo modo, per questo legame che li unirà, le preghiere della donna potranno essere ascoltate dagli dei e lui potrà finalmente morire. Tutto va secondo i piani, il ladro muore, la vedova e la figlia vanno a vivere in una città di mare sulla quale regna un re saggio e buono. Quando la figlia è appena divenuta donna si innamora di un marinaio di passaggio, che se ne va senza nemmeno sapere che adesso la ragazza aspetta un figlio suo. Le due donne si preparano ad allevarlo insieme, ma al momento del parto il solito messaggero degli dei lo chiede in consegna, lo lascerà sulle scale del palazzo reale e convincerà il re ad adottarlo e a farlo suo erede. Così il bambino viene educato da un brav’uomo, che gli insegna le virtù che chi governa deve possedere e lo educa ad essere onesto, sincero e misericordioso. Il vecchio re morirà dunque sereno, convinto di avere fatto una scelta giusta, e il giovane re porterà fino alle acque del fiume sacro che sbocca nel mare vicino alla città i doni che debbono dimostrare la riconoscenza di chi resta a coloro che li hanno lasciati. Ma quando dirà le parole rituali(a te padre, questi poveri doni…..) dalle acque del fiume vedrà spuntare tre mani e capirà, essendo uomo pio e ispirato, di aver avuto tre padri, il ladro, il marinaio e il re e che a tutti deve mostrare gratitudine.

2- La biologia dei filosofi

La biologia non è esistita come scienza specialistica se non molto recentemente e nei tempi antichi – in Mesopotamia, in Egitto – le poche persone che ne capivano qualcosa erano quelle che si occupavano di scienze agricole. D’altra parte le ipotesi sui meccanismi della riproduzione hanno sempre avuto grande peso sulla costruzione dei rapporti endofamiliari e questo spiega la moltitudine di interpretazioni delle quali siamo oggi a conoscenza. E’ più difficile da capire invece lo scarso rilievo che sembrano aver avuto le esperienze dirette (ad esempio l’osservazione del rapporto tra gli animali): ad esempio, in molte culture l’esistenza di un seme maschile capace di rendere fertile un rapporto sessuale è stata del tutto ignorata, ma non è stato sempre così ed esistono in proposito informazioni del tutto contraddittorie. Ci viene in mente il mito sumerico nel quale si racconta come la moglie del dio Enki liberi la pronipote del seme del marito (che l’ha stuprata) scuotendola tutta e spargendo il liquido sul terreno, con il risultato di fecondarlo e di far nascere nove piante i cui frutti contengono il seme di Enki; e una delle leggende di Zaratustra narra che di lui, asceso al cielo, resta solo il seme che nuota nelle acque di un lago in attesa che vi si immerga una vergine ( nascerà, da quell’incontro, il salvatore, il promesso figlio di Zaratustra). Eppure nelle stesse culture prevaleva l’idea secondo la quale i figli nascevano per intervento del vento del cosmo o dello spirito degli antenati.

I primi filosofi a prospettare ipotesi relative al meccanismo della riproduzione furono i presocratici, ma le loro posizioni erano altrettanto numerose quante erano numerose le scuole di appartenenza.

.

Aristotele, vissuto tra il 384 e il 322 a.C., è lo straordinario autore di un’ipotesi sulla riproduzione umana che verrà accettata per più di 2000 anni. La sua nuova teoria ha al centro una originale definizione dell’anima: per Aristotele l’anima è la forma, ma non la forma geometrica, la morfologia, ma la forma più in generale, che comprende le qualità applicate alla materia, prima indeterminata. L’anima è la forma potenziale del vivente, quella che egli possiede in modo non attuale e verso cui tende.

Dunque, la prima fase dell’embriogenesi consiste in una coagulazione del seme femminile sotto l’azione del seme maschile. In seguito questo coagulo si struttura per effetto delle qualità attive – l’alternanza del caldo e del freddo – regolate dall’anima nutritiva che presiede alla riproduzione. Il concepimento è collocato nei 7 giorni che seguono la formazione del sangue mestruale; i primi moti attivi e la differenziazione si verificano in tempi diversi, 40 giorni per i maschi e 90 per le femmine. Dice Aristotele che “ciò che esiste in potenza si forma per effetto di ciò che è in atto” E” il desiderio dell’anima del padre a fornire il seme che contiene il pneuma, sempre strumento dell’anima (nel padre, nel seme, nel feto). La madre è solo colei che fornisce la materia.

Questa idea della donna “fertile terreno nel quale l’uomo può piantare il suo seme” ha ispirato a lungo il concetto di genitorialità. Nel mondo antico, gli invasori che occupavano nuovi territori, uccidevano gli uomini, stupravano le donne, portavano con sé i figli nati da questi stupri quando decidevano di ritornare alle loro terre perché ritenevano che la differente etnia delle madri fosse priva di qualsiasi influenza sui nuovi nati. Nello stesso modo, Eschilo mette in bocca ad Apollo, chiamato a difendere il matricida Oreste davanti alle Eumenidi, giudice Atena, queste parole: “Non la madre, non lei produce il suo frutto: “figlio” è il suo nome. Solo nutre il gonfio maturo del seme. Lui, sì, è padre, che d’impeto prende. Lei come ospite all’ospite veglia sul giovane boccio, se un dio non lo schianti”.

Una volta che si è formato, l’embrione possiede solo l’anima nutritiva: riceverà l’anima sensitiva solo dopo aver costruito gli organi di senso. Riceverà più tardi l’anima razionale, che gli verrà inserita dall’esterno, con valenza metafisica: solo l’intelligenza è divina e giunge dall’esterno. L’embrione iniziale, dunque, è un animale in potenza, non in atto, destinato a diventare animale in senso generico e, infine, uomo.

Nel sangue mestruale sono presenti, in potenza, le varie parti dell’animale che sarà, una volta in atto i movimenti del pneuma, lo strumento del padre. Aristotele, però, non è un preformista, e la sua teoria semmai, è epigenetica.

Molti secoli dopo, per opera di Alberto Magno e poi di Tommaso d’Aquino, la teoria di Aristotele fu praticamente acquisita dalla Chiesa Cattolica, incluse le diverse animazioni (nutritiva, sensitiva e intellettiva) e il lungo periodo necessario (40-90 giorni) perché l’embrione, attraverso un atto divino di creazione potesse diventare persona.

Dobbiamo arrivare al 1600 per trovare nuove teorie relative alla procreazione capaci di incidere sul concetto di genitorialità. Mi riferisco alle ipotesi del preformismo, nelle due versioni, ovista e animalculista. L’idea dei preformisti era che, visto che l’atto della creazione era stato uno e unico, tutti gli uomini e tute le donne dovevano essere stati creati insieme, in quell’istante. I filosofi si dividevano quando si trattava di stabilire dove queste moltitudini, naturalmente miniaturizzate erano state conservate: rispettivamente, come è logico, nei testicoli di Adamo per chi aveva visto l’omuncolo negli spermatozoi, nelle ovaia di Eva per chi era convinto che non fosse in realtà necessario alcun contributo maschile per fare iniziare la formazione di un feto. Come è naturale, le due teorie tendevano ad assegnare il prestigio e l’onore di genitore ad uno solo dei due sessi.

Questi concetti particolari di genitorialità si ritrovano in molte culture, naturalmente diversamente connotati. Solo per fare un esempio, ricordiamo che gli aborigeni australiani ritengono che le donne ricevano il loro bambino quando camminano nell’acqua: è una chiocciola di mare o un serpentello d’acqua che comunque che consegna loro questa minuscola creatura trasparente, destinata a nascere solo quando la donna lo desidererà. E l’immagine di questo “wandering baby” compare anche nei miti e nei racconti dei popoli che con l’Australia non hanno mai avuto rapporti.

“.

C – La donna non è l’immagine di Dio

Per ora, come vedete, la figura femminile viene avvilita e vituperata, ma non sconfessata come essere umano; e il sesso, anche quello per definizione più ubbidiente alle regole della morale comune, viene trattato con notevole disprezzo. Un passo avanti lo fa Uguccione da Pisa, canonista e glossatore, del quale si ignora la data di nascita, nel suo Commentario sulla Legge Ecclesiastica, la Summa Decretorum, scritta nel 1189. Scrive Uguccione che ci sono tre ragioni che ci inducono a dire che è l’uomo e non la donna l’immagine di Dio. La prima è che solo un uomo è stato creato e gli altri sono nati da lui; la seconda perché è dal fianco di Adamo che è stata creata la sua sposa; la terza è che come Cristo è capo della Chiesa, così il marito è capo della moglie (e la regola e la governa). E’ dunque l’uomo, e non la donna, la vera gloria di Dio: perché Dio ha creato l’uomo senza alcuna cosa intermedia e così non è accaduto per la donna; e perché l’uomo rende gloria a Dio direttamente, mentre la donna lo fa attraverso il suo insegnamento. C’è però, Uguccione lo ammette, il complesso caso degli ermafroditi, né uomini né donne, o meglio uomini e donne insieme. La scelta di Uguccione è salomonica: vediamo come si comportano e chi amano frequentare, prima di decidere.

E, ribadisce Enrico di Sergusio nei suoi Commentaria, scritti tra il 1250 e il 1253 :”ciò si applica anche alle donne nobili e alle badesse” perché “ci sono ragioni per le quali le femmine sono peggiori dei maschi”.

Un famoso canonista italiano, Guido de Baysio, nato nella seconda metà del XIII secolo e morto nel 1313, un uomo che coprì vari incarichi nell’Università di Bologna prima di diventare “Cappellano del Papa” ad Avignone, nella sua opera principale, il Rosarium Decretorum, della quale sono note numerose edizioni, scrive: ” L’ordinazione è riservata ai membri perfetti della Chiesa. Le donne non sono membri prefetti della Chiesa e non possono ricevere l’ordinazione. Esse non sono ad immagine di Dio, solo gli uomini lo sono”. Questa affermazione è stata confermata negli anni successivi da un noto giurista dell’Università di Bologna, Antonio de Butrio (1338 – 1408) che nei suoi Commentaria scrive: ” E’ conveniente che le donne non possiedano il potere delle chiavi, perché non sono state create ad immagine di Dio. Questo perché la donna deve essere assoggettata all’uomo e servirlo come una schiava e non può esistere un’altra strada”.

D- Il principio dell’inferiorità femminile negli antichi documenti

Questi ragionamenti sulla inferiorità della donna si ispirano comunque a documenti molto più antichi della letteratura religiosa, documenti nei quali la soggezione femminile era trattata come una verità che non poteva essere discussa. Quello che segue è preso da Costituzioni Apostoliche, III,9, scritte tra il 375 e il 380, ma è citato anche in altri testi (ad esempio in Statuta Ecclesiae Antiqua, probabilmente decreti del IV Sinodo di Cartagine del 398, un testo che non siamo riusciti a trovare): ” Se la testa della donna è l’uomo ed è costui ad essere designato al sacerdozio non sarebbe giusto abolire la creazione ed abbandonare il capo per andare verso le estremità. Perché la donna è il corpo dell’uomo tratto dalla sua costola e sottomesso a lui, da cui è stata separata per la generazione dei figli. E’ l’uomo la parte più importante della donna essendo il suo capo. Se in base a queste premesse non le permettiamo di insegnare, come le si potrebbe accordare, a disprezzo della natura, di esercitare il sacerdozio? Giacché è l’empia ignoranza dei Greci che li ha spinti a ordinare sacerdotesse per divinità femminili. E’ escluso che questo avvenga nella legislazione di Cristo. Se fosse stato necessario essere battezzati da donne il Signore sarebbe stato battezzato senza dubbio dalla propria madre e non da Giovanni. E quando ci ha inviati a battezzare avrebbe mandato con noi delle donne a questo scopo. Ma in nessun luogo, in nessuna disposizione, in nessuno scritto ha deliberato qualcosa del genere: egli conosceva bene ciò che è conforme alla natura perché egli era contemporaneamente il creatore della natura e l’autore della legislazione”. E il Concilio Trullano (detto anche Quinisesto, perché convocato da Giustiniano II a Costantinopoli per concludere il V e il VI Concilio) per stabilire che le donne non potevano prendere la parola nella Liturgia, scomodava l’apostolo Paolo: “Le donne restino in silenzio, non permetto loro di parlare, stiano in soggezione secondo la legge. E se vogliono sapere qualcosa, interroghino i loro mariti a casa.”.

Dice Agostino: “Mentre la donna accetta come verità le parole del serpente Adamo voleva restare legato alla sua compagna anche nella comunanza del peccato. L’uomo non è così credulone e potrebbe più facilmente essere ingannato cadendo nell’errore di un altro che in un errore proprio.” Ma Agostino in realtà è propenso a credere che Adamo abbia delle attenuanti, un’opinione molto probabilmente influenzata dal fatto che in realtà Eva gli piaceva proprio poco. Ma: “Non invano dice l’Apostolo Paolo che Adamo non fu sedotto, ma la donna. Non per questo però egli fu meno reo, peccò per consapevolezza e coscienza. Quindi anche l’apostolo non dice che non peccò, ma non fu sedotto, però che egli dimostra là dove dice per un sol uomo entrò il peccato nel mondo, e poco dopo più chiaramente simile alla prevaricazione di Adamo. Ed egli volle che si considerassero sedotti quelli che non credono che sia peccato quello che fanno. Ma costui lo seppe. Altrimenti come potrebbe essere vero che Adamo non fu sedotto? Ma egli non conoscendo la severità divina poté essere ingannato in questo: che il peccato fosse veniale.”

Abbiamo qualche perplessità sul rigore logico di questo passo della Città di Dio, ma ci viene in mente che Paolo, nella Lettera ai Romani, parla della morte che da Adamo fino a Mosè regnò sopra a coloro che non peccarono di prevaricazioni simili a quella di Adamo. Perché come per un sol uomo entrò nel mondo il peccato, così per il peccato di un solo uomo entrò nel mondo la morte uguale per tutti. Ildegarda di Bingen (1098 – 1179) nel Liber Scivias (Scito vias Domini) chiarisce la posizione di Agostino: “Il Demonio vide che Adamo era preso da un ardente amore per Eva al punto che avrebbe fatto qualsiasi cosa che lei gli avesse detto”. Ancora una volta il sesso femminile è considerato una sorta di lebbra.

E – Le posizioni antifemminili dei teologi del duecento

I teologi del Duecento, e in particolare Alberto Magno e Tommaso d’Aquino, hanno mescolato le posizioni fortemente antifemminili di Agostino con le teorie maschiliste di Aristotele. Tra gli eruditi era da tempo prevalso il desiderio di trovare una spiegazione convincente della superiorità dell’uomo, che venne anzitutto identificata nella “attività” del maschio e nella “passività” della femmina, un principio già chiaramente esposto da Eschilo nelle Eumenidi. Questa idea che ciò che è attivo ha più valore di ciò che è passivo era inevitabilmente estensibile alla procreazione: l’uomo genera, la donna concepisce, e tanti saluti all’esistenza dell’oocita, una scoperta biologica dalla quale potrebbero derivare persino conseguenze sgradevoli in campo teologico (ad esempio relativamente alla nascita di Gesù, concepito dallo Spirito Santo solo per metà). In realtà, i teologi e i filosofi che intervennero nel XIII secolo su questo tema furono molto più numerosi, ma il carisma di Alberto e di Tommaso li ha fatti in pratica dimenticare. Parliamo dunque, soprattutto, di loro.

Alberto, nato con molte probabilità nel 1206 in Svevia, considerato il maestro di Tommaso, fu, dopo Averroè, il principale commentatore delle opere di Aristotele del quale adottò i principi, che usò per rendere sistematica la teologia, che intendeva come esposizione scientifica a difesa della dottrina cristiana. Egli sapeva che molti dei commentatori di Aristotele avevano interpretato in modo del tutto sbagliato le dottrine e le opere del filosofo e decise di seguire gli insegnamenti di Agostino, secondo il quale i difensori della fede dovevano adottare le verità che trovavano negli scritti dei filosofi pagani, verità che erano comunque numerose, e abbandonare – o spiegare in senso cristiano – le ipotesi erronee. Così decise di purificare le opere di Aristotele da panteismo, averroismo, razionalismo e da quant’altro gli sembrava inadatto al suo scopo, che era quello di mettere la filosofia pagana al servizio della verità rivelata.

Sul ruolo della donna nel concepimento Aristotele aveva elaborato una teoria molto attraente, sopravvissuta poi per secoli, e che piacque molto sia ad Alberto che a Tommaso. Egli accettava l’ipotesi secondo la quale ogni principio attivo produce qualcosa di simile a sé: secondo questo assioma in natura dovrebbero essere prodotti solo maschi, perché le forze attive presenti nel seme maschile dovrebbero tendere a produrre qualcosa di altrettanto perfetto, cioè un nuovo maschio. Ne consegue che la nascita di una femmina testimonia di un errore della natura, rappresenta un maschio riuscito male. L’espressione che sarebbe stata utilizzata dai teologi dovrebbe essere “mas occasionatus”, traduzione di quel “arren peperomenon”, uomo mutilato, che compare nella Generazione degli Animali. Per Alberto, che ne parla nel suo De Animalibus, occasio significa un difetto, qualcosa che non corrisponde alle intenzioni della natura, mentre per Tommaso significa qualcosa che non è previsto ma che alla fin fine deriva da un difetto (De veritate).

Queste sono le note e le osservazioni che si trovano nella maggior parte dei testi di filosofia a proposito della passività femminile e del “mas occasionatus”, ma non tutti sono d’accordo. Non sarebbe comunque corretto se non citassimo un lungo saggio di Michael Nolan (Do women have souls? The story of three myths. Churchinhistory 2005) nel quale lo scrittore cattolico cerca di sfatare queste tre “leggende”.

G – La donna è un “mas occasionatus”

La frase usata di Tommaso è: femina est “mas occasionatus”: occasionatus è una parola del latino medioevale usata per distinguere tra le cose che sono direttamente e quelle che sono indirettamente o non intenzionalmente determinate. Un fuoco ha lo scopo di produrre calore, ma se la legna è bagnata produce fumo. La pioggia non è la causa diretta ma solo la causa occasionale del fumo. L’alcool non è la causa di un peccato ma l’occasione per commetterlo. Comunque le cose occasionate non sono necessariamente cattive. Così la frase “femina est mas occasionatus” suggerisce che la donna è in qualche modo difettosa e può essere usata come un’ obiezione all’asserzione teologica che Dio fece la donna all’inizio del mondo e che le donne risorgeranno con i loro corpi alla fine del mondo. Tommaso deve dimostrare che Aristotele ha torto, ma è anche nella condizione di dover provare una seconda cosa, che se anche Aristotele non avesse torto questo non cambierebbe niente.

Tommaso scrive nella Summa che “la donna non doveva essere creata nella prima creazione delle cose” perché, come dice Aristotele, è un maschio mancato e niente di mancato o di difettoso ci doveva essere nella prima istituzione delle cose: dunque la donna non doveva far parte della creazione. Dopo di che Tommaso scrive che la femmina, in quanto natura particolare (cioè confrontata con il maschio), è effettivamente un maschio mancato, ma considerata in se stessa, nella sua natura universale, non è un essere mancato ma è, secondo l’intento naturale, ordinata all’attività generativa, preordinata da Dio, che a questo scopo creò sia il maschio che la femmina.

Scrive Alberto (Quaestiones super de animalibus): “La donna è meno consona alla moralità dell’uomo perché ha in sé una maggior quantità di liquidi. Caratteristica del liquido è quella di ricevere facilmente e di trattenere male e per poco. Il liquido è un elemento mutevole, ed è per questo che le donne sono volubili e curiose. Quando una donna ha un rapporto con un uomo è molto probabile che desideri stare allo stesso tempo con un altro. La donna non è affatto fedele. Se le dai fiducia, ne sarai deluso. La donna è un uomo mal riuscito e rispetto all’uomo ha una natura difettosa e imperfetta. Perciò è insicura. Quello che non riesce a ottenere da sola cerca di raggiungerlo con inganni demoniaci. Perciò, per farla breve, l’uomo si deve guardare da ogni donna come da un serpente velenoso o da un diavolo cornuto. L’intelligenza volge al bene e la furbizia al male. Pertanto, nei comportamenti cattivi, è più intelligente la donna, perché è più furba dell’uomo. La sua sensibilità la spinge verso ogni male, mentre la ragione sollecita l’uomo verso ogni bene…..La donna ha una natura difettosa e imperfetta ……Il vento del nord dà forza, il vento del sud la toglie, il vento del nord favorisce la generazione dei maschi e purifica completamente l’aria dalle esalazioni stimolandola forza naturale, mentre il vento del sud è umido e carico di pioggia.”

8 – IL SETTECENTO

Elisabeth Badinter, seguendo a distanza di tempo le indicazioni di Simone de Beauvoir ( la prima, si dice, a far esplodere le sbarre della prigione femminile rimettendo la biologia al suo giusto posto) , nel suo libro Un amour en plus, Histoire de l’amour maternel, XVIIe-XXe siècle (Flammarion – 1980) scrive che l’essere madre non è innato nella donna, che non esiste alcun istinto materno e che la maternità non ha in sé nulla di naturale. Porta l’esempio di innumerevoli donne che sono state costrette – dalla società, dalla vita, dalle circostanze – a liberarsi dei propri figli, a non farli nascere, a ucciderli appena nati, ad abbandonarli a un destino certamente infausto. Descrive la vita delle famiglie francesi del 1700 e sostiene che il concetto di amore materno si evolve nel tempo, che si tratta di un sentimento e che come tale è incerto e imperfetto, può essere presente da molto tempo o comparire solo in età avanzata, quando il desiderio di avere un figlio non può più essere accontentato, può venire ed andarsene come è venuto, può essere virtuoso o mancare del tutto di quelle che consideriamo virtù. Ci ricorda i molti motivi che sono alla base della scelta di avere un figlio – legare a sé un uomo, preparare un custode della propria vecchiezza, fornire al marito un altro paia di braccia per lavorare nei campi – e ci fa capire quante di esse sono in realtà degne di disprezzo. Cita il problema del baliatico nella Francia del XVIII secolo (la prima agenzia di nutrici per famiglie aristocratiche fu aperta in Francia nel 1200 e si generalizzò nel 1700).

La Badinter si dichiara contraria a quella che oggi sembra essere una esigenza, quella di esibire una identità religiosa, definendo se stessi in opposizione agli altri, una cosa che, dice, le ricorda il femminismo americano degli anni 80 che esaltava con termini moto simili la differenza tra uomo e donna, col potere della capacità di riproduzione che dovrebbe permettere di equilibrare il mondo virile il cui potere si basa sulla aggressività e sulla competizione. Dice, della religione, che le riconosce le capacità di consolazione ma che la considera una pericolosa forma di intolleranza, tanto da immaginare la fine del dominio della legge religiosa come un grande progresso per l’umanità.

Scrive Elisabeth Badinter che nel 1780 il prefetto di polizia di Parigi, un signore di nome Lenoir, constatava non senza una punta di amarezza che sui ventun mila bambini che nascevano ogni anno nella città solo mille venivano allattati con latte materno a casa; mille sempre a casa da una balia bagnata; gli altri fuori, a sfidare il destino. Moltissimi morivano senza aver conosciuto la madre; quelli che tornavano a casa ci trovavano una sconosciuta. Non esiste prova che questi ritorni fossero felici e colpisce ancora di più il fatto, anche questo riferito da Lenoir, che la maggior parte dei genitori non partecipavano al funerale dei figli

Come spiegare l’abbandono di un neonato in un tempo in cui il latte materno era prezioso per sopravvivere? Come giustificare un simile disinteresse per il bambino? Come accadde che la madre indifferente del settecento si trasformò nella madre pellicano dell’ottocento?

Altre prove del cattivo rapporto madre-figlio del settecento si trovano guardando a quello che succede in alcuni Paesi europei nel corso del secolo. Solo per fare un esempio, citiamo Londra, una delle grandi capitali europee, nella quale gli amministratori vennero convinti, dal grande numero di bambini trovati morti ogni mattina per le strade (uccisi dal freddo, dalla fame, dal gin, dalla violenza di uomini cattivi) ad aprire i primi brefotrofi, in un primo tempo affidati a personale di amministrazione, in un secondo tempo alle parrocchie e a donne anziane ( le “bloody tits”) solo per dover constatare che dei bambini ricoverati ne sopravvivevano meno del 25%. Possiamo aggiungere noi, entrambi nati in Romagna, la storia degli infanticidi commessi nella società contadina più povera, quella della collina alta, in un periodo, la prima metà del secolo scorso, un’epoca nella quale le donne avevano paura di abortire, molte donne morìvano e molte si ammalavano di “miseria genitale, e così i figli che sapevano di non poter mantenere li facevano nascere e li soffocavano nel sonno (l’avevamo preso nel letto grande per tenerlo caldo, nemmeno ce ne siamo accorti, dicevano ai carabinieri).

Dove è dunque finito l’istinto materno che per opinione generale accomuna gran parte degli esseri viventi? Noi abbiamo oltre tutto una opinione ambigua della maternità, secondo la quale la funzione materna cessa solo quando la madre ha partorito l’adulto, l’ associazione di uno stato fisiologico particolare con una funzione a lungo termine: 9 mesi per la gravidanza, un tempo indeterminato per allevamento ed educazione. Ogni indagine sul comportamento materno non può esimersi dal considerare che la maternità è solo una delle molte dimensioni della donna nelle cui fibre esistono una infinità di altri e differenti interessi che prescindono dalla casa, dalla famiglia e dalla prole. Del resto l’amore materno, proprio perché si tratta di un sentimento – è solo un particolare tipo di amore – non è scontato.

Sempre secondo la Badinter il mito dell’amore materno nasce alla fine del XVIII secolo: ” Alla fine del settecento l’amore materno appare come un nuovo concetto. Non si ignora che questo sentimento è sempre esistito, ma ci si compiace di ricordarne l’esistenza nei tempi passati…… Quello che appare nuovo è l’esaltazione dell’amore materno come valore allo stesso tempo naturale e sociale, favorevole alla specie e alla società” (Op.Cit.)

Ed è alla fine del settecento che l’attenzione della società si sposta dal concetto di autorità paterna al concetto di amore che viene saldato alla figura materna. Le opinioni della Badinter trovano, come vedremo, un largo consenso e , naturalmente, una feroce opposizione , come se molti si sentissero personalmente minacciati da una pericolosa femminista che mette in dubbio l’amore della loro madre. Lo si capisce dal fatto che raramente gli oppositori argomentano la loro contrarietà, quello che fanno è portare esempi, e l’esemplificazione è in genere lo strumento dialogico degli imbecilli.

Secondo la Badinter le principali motivazioni di questo cambiamento sono due, entrambe in qualche modo legate all’illuminismo e agli inizi del romanticismo:

– economica: in quegli anni si sviluppa una nuova scienza, ovvero la demografia, e questo ha permesso di diventare più consapevoli rispetto all’importanza che in una nazione assume il numero dei cittadini. Se le madri dedicano più tempo alle cure del bambino, aumentano le sue probabilità di sopravvivenza, in un secolo in cui la mortalità infantile è estremamente elevata. Nel Settecento le madri, secondo la Badinter, avevano una funzione simile a quella degli allevatori o degli agricoltori. Da un punto di vista prettamente economico, cioè, una popolazione più numerosa permetteva di raggiungere una maggior ricchezza e un miglior benessere. Il bambino, in questi anni, inizia ad assumere la funzione di merce: egli rappresenta una potenziale ricchezza e quindi è da tutelare. .

Elisabeth Badinter analizza la filosofia del Settecento in Francia e individua due grandi ideali portati avanti dall’Illuminismo, ovvero l’uguaglianza e la felicità individuale. Per quanto riguarda il concetto di uguaglianza, l’autrice sottolinea come, in realtà, questo fosse rivolto più ad una uguaglianza tra uomini all’interno delle diverse classi sociali, che tra i diversi esseri umani (ovvero uomini, donne e bambini). Tuttavia ciò favorì il riconoscimento, anche se in maniera non completa, dello status di bambino e di madre. La donna, in quanto madre, veniva valorizzata e investita di una certa autonomia rispetto alla cura della prole. Il secondo ideale filosofico perseguito dall’Illuminismo, è quello di felicità. Questa filosofia ha favorito uno spostamento di interesse nei confronti della vita attuale: l’obiettivo non è più quello di prepararci alla morte cercando di mantenere un’anima pura, ma vivere nel qui ed ora. L’uomo è fatto per essere felice e i filosofi hanno il compito di individuare gli elementi che permettono che ciò si realizzi. Si parla di “ragionevole felicità” che è quella che si raggiunge nel momento in cui fisicamente si è sani, si ha una coscienza tranquilla e le condizioni di vita sono soddisfacenti. Ecco allora che se la felicità non solo è possibile, ma pure auspicabile, il microsistema familiare diventa il contesto privilegiato per raggiungerla. Nel Settecento si prende, così, coscienza del fatto che i rapporti familiari (tra coniugi, ma anche tra genitori e figli) possono contribuire alla felicità solo se sono fondati sull’amore. Non l’amore passionale soggetto ad andamento imprevedibile, ma l’amore-affetto. L’amore diventa, in questo modo, un diritto di ognuno e ne consegue che il matrimonio deve essere una libera scelta poiché rappresenta il luogo privilegiato della felicità, il cui culmine coesiste con la procreazione. La maternità, seguendo questa prospettiva, non è più un dovere imposto, ma rappresenterebbe la più dolce e invidiabile attività cui una donna può aspirare.

L’antropologia del XVIII secolo era orientata quasi esclusivamente ad affermare la personalità dell’uomo e trascurava – come del resto faceva, nello stesso secolo, la metafisica – quella della donna, alla quale rendeva onore solo affermando che le era consentito essere l’amante dell’uomo, un modo per affermare la sua dignità umana. Il ruolo della donna era principalmente quello di piacere all’uomo e di soddisfarlo, una cosa che gli illuministi non ritenevano né sufficiente né adeguata. Fu dunque soprattutto il romanticismo a indicare il vero ( e forse unico) valore della donna nella maternità, un riconoscimento che si inquadrava nella visione romantica del mondo. L’idea della vita, quella che si considera come l’idea più universale del romanticismo, non poteva che sottolineare l’importanza della maternità nel grande organismo umano, mostrando naturalmente estremo rispetto nei confronti del mistero della vita nel grembo materno. Con grande acume il romanticismo confutò la filosofia aristotelica e scolastica che considerava gli esseri viventi come caratterizzati da un binomio , quello dell’azione e quello della potenza, e distingueva su questa base l’uomo, prevalentemente attivo, e la donna prevalentemente passiva. Secondo il romanticismo la generazione richiedeva la partecipazione piena e totale della natura, perfetta in Dio e certamente imperfetta nell’uomo, tanto da richiedere la partecipazione dei due sessi.

In effetti, le contumelie che Rousseau rivolgeva alle balie – accusate di essere ignoranti, incolte e immorali prostitute – erano state precedute (l’Emilio fu pubblicato nel 1762) da analoghi insulti scritti da un chirurgo italiano, Sebastiano Melli (La Comare Levatrice, Venezia, 1750) che le aveva accusate, tra le altre cose, non solo di meretricio, ma di essere quasi tutte malate di sifilide, anticipando di un decennio Rousseau e di due secoli e mezzo e più il ministro Lorenzin. Queste accuse erano soprattutto basate sul concetto che la maternità, istinto naturale e compito primo delle donne, imponeva che dopo la nutrizione placentare nel grembo il feto dovesse essere nutrito, e solo dalla sua madre biologica, dal seno e considerava questa una legge naturale inviolabile. Il settecento fu l’anno in cui in Francia esplose il baliatico e per questo medici e filosofi, valendosi anche della esperienza dei medici che affermavano, giustamente, che l’allattamento al seno materno salvava molti bambini da morte certa, condannarono duramente l’allattamento mercenario rivolgendo accuse durissime alle povere e incolpevoli balie . Ma la condanna era anche dovuta alla valorizzazione che la chiesa aveva finito per concedere, in forma ipertrofica alla maternità, considerata soprattutto come evento naturale e che con la verginità aveva finito col diventare l’unica forma riconosciuta e socialmente approvata della femminilità. Ci sembra interessante sottolineare il fatto che il valore della verginità è ormai definitivamente diventato archeologia, mentre il culto della maternità come “istinto naturale” sopravvive ancora.

La ragione fondamentale della condanna del baliatico non è dunque di ordine sanitario, ma morale e religioso. La gravidanza , secondo i principi accettati nel XVIII secolo e confermati dalla opinione della scienza, può essere divisa in due parti, la prima un periodo di nove mesi durante il quale la madre nutre la sua creatura all’interno del grembo e utilizzando la placenta, un periodo di lunghezza incerta ( ma non inferiore ad altri nove mesi) in cui la nutrizione passa dalla placenta alle mammelle e la donna tiene in braccio la sua creatura, così come il canguro femmina la ospita nel suo marsupio, dare il proprio latte dopo aver dato il proprio sangue, in fondo, non cambia una relazione naturalmente virtuosa. Nei confronti di queste due fasi, che rappresentano un fenomeno unico – quello di “fare un figlio” – la donna prova una propensione unica e speciale, quello che viene definito un “istinto naturale” che fa parte dell’istinto di conservazione della specie. Le ragioni della sopravvivenza di questo “culto della maternità” le elenca Marina Valcarenghi ( La sofferenza psichica della madre , Madre de-genere, a cura di Saveria Chemotti, Il Poligrafo, 2008): la maternità è stata per millenni l’unico territorio di affermazione dell’identità e l’unico spazio di potere (relativo) riconosciuto, un condizionamento difficile da cambiare nel giro di poche generazioni; il mondo è costruito a misura di uomo ed è inevitabile in molte occasioni e per molte donne rifluire in un ruolo tradizionale, in uno spazio sperimentato, conosciuto e sicuro. Insomma, è la storia della sua oppressione che rappresenta il freno principale alla emancipazione della donna.

La critica alla visione romantica e ipernaturalista della maternità e alla invenzione di un “istinto materno”, dunque, inizia nell’Ottocento e la si trova compendiata – ma è solo un esempio – in molti degli scritti di William James. Riprendiamo le sue conclusioni da un suo testo del 1890, Principles of physiology: « L’istituto naturale della maternità e della paternità non esiste affatto e rappresenta solo un mito molto enfatizzato in Occidente. Si tratta di un’affermazione che s’incentra su una certa visione dell’uomo, tipica della nostra società, in cui la scienza, e in particolare la medicina, pretendono di avere la chiave della nostra identità. Bisogna invece riflettere sul fatto che questa pretesa è soltanto un’illusione o, più esattamente, il mito su cui si è fondata, in Occidente, l’immagine della maternità e della paternità. In effetti, in altre parti del mondo, altre culture hanno creato, sulla genitorialità, miti molto diversi. Dunque, così come è biologicamente vero che una gravidanza è il prodotto della fecondazione di un ovulo per opera di uno spermatozoo, allo stesso modo è sbagliato trarne una qualsiasi definizione di paternità e maternità, definizione che è di ordine simbolico e non di ordine biologico. Il semplice buon senso mostra, d’altra parte, che quando un uomo e una donna aspettano un bambino e dicono di averlo concepito insieme, la prova biologica di ciò è difficile da ottenere ed è in genere solo la loro parola ad affermare che è così e che lo spermatozoo fecondante non è di provenienza diversa.”

Dire che siamo esseri parlanti equivale a dire che siamo esseri intelligenti, ed equivale anche a dire che siamo indirizzati a essere molto di più della nostra biologia. Parlare del desiderio di avere un figlio, parlare dell’essere genitori, significa trascendere l’ordine biologico per accedere a un altro, quello su cui noi ci basiamo in quanto esseri umani, e cioè l’ordine del senso. Non esistono dunque altri genitori che quelli culturalmente definiti tali e cioè quelli che una certa cultura attribuisce a un certo bambino. Da ciò scaturisce l’esistenza di diversi modelli possibili di maternità e di paternità.

A sostegno di questa interpretazione della maternità, considerata come un sentimento e non come un istinto naturale si sono schierate molte donne, troppo per essere citate qui. Lo ha fatto Jenn Diaz (La mujer sin Hijo, Jot Down Books, 2013) schierandosi con le donne che si rifiutano di lasciare che il proprio utero divenga un terreno di coltura e lo ha fatto Catherine Hakim nel suo saggio Childlessness in Europe (Research Report to the ESRN 2002-2003) nel quale afferma che il mito dell’istinto materno è creato dalla società per perpetuare l’obbligo morale di avere figli.

Del tutto recentemente anche Massimo Recalcati (Si fa presto a dire famiglia, Repubblica, 1°Maggio 2016) si è chiesto se esiste davvero un istinto genitoriale o se queste formulazioni non contengano piuttosto una profonda contraddizione. Se quello che nutre la vita rendendola umana, scrive, non è il seno ma l’amore di un adulto, possiamo davvero ridurre a famiglia all’evento biologico della generazione? Cosa significa essere genitori? Lo si diventa biologicamente o quando si riconosce con un gesto simbolico il proprio figlio, assumendosi nei suoi confronti una responsabilità illimitata? Françoise Dolto, una psicoanalista francese che si è occupata soprattutto del rapporto tra gli adulti e i bambini, affermava che tutti i genitori sono adottivi, generare un figlio non è sufficiente per diventare un padre o una madre. Dunque è necessario un evento non biologico, estraneo alla natura, un atto simbolico, una decisione, una assunzione etica di responsabilità. E va ugualmente riconsiderata la questione del sesso, l’amore è sempre eterosessuale solo e sempre perché è amore per l’altro, l’eteros, e questo può accadere in una coppia gay, etero o lesbica nello stesso modo, non ci si può appiattire sulla differenza anatomica dei sessi, non è certo l’anatomia a garantire l’amore per l’altro.

Insomma, bussa prepotentemente alle porte un nuovo paradigma, un nuovo modello di riferimento , quello che in filosofia si chiamerebbe archetipo. Lo scontro è tra due prospettive antropologiche, e il punto in discussione riguarda il modo di interpretare la genitorialità, la famiglia, la convivenza sociale. Come sempre c’è chi difende disperatamente il vecchio paradigma; come sempre c’è chi si propone come mediatore (ieri lo fece Tycho Brahe , oggi il ministro Lorenzin con il suo Fertility day). Temiamo (facciamo per dire) che sia tutto tempo sprecato.

Volete qualche esempio? Negli USA un numero sempre crescente di donne giovanissime lascia le proprie cellule uovo in frigorifero con l’intento di andare a riprenderle dopo 20 anni, sottraendosi così alle punizioni sociali che gli uomini continuano a imporre alle ragazze; in molti laboratori si sperimentano modelli di ectogenesi che consentiranno alle donne di sottrarsi alla schiavitù delle gravidanze; nel 2013 la Corte Suprema degli Stati Uniti ha dichiarato illegittimo il Defence of marriage act, che impediva di riconoscere i matrimoni gay. Potremmo continuare, ma non crediamo che ne valga la pena: si tratta solo di capire che il mondo sta cambiando, perché il nuovo paradigma definisce un nuovo modello di società destinato a durare per un certo periodo di tempo, quanto nessuno lo può sapere. Una rivoluzione biomedica che si unisce a quella tecnologica e a quella sociale (spero che nessuno si sia dimenticato dell’aborto, del divorzio, dei milioni di bambini educati ( e bene ) da un solo genitore). E su questa straordinaria novità arriva la benedizione delle Corti di giustizia che ci avvertono che la regola etica si fa sulla base della morale di senso comune.

Il magistero cattolico ha identificato nella PMA, fin dai tempi in cui appariva solo come una terapia di nicchia applicata da medici avventurieri su pazienti avventurosi, una violazione di alcuni principi irrinunciabili, primo tra tutti quello di non separare mai vita sessuale e vita riproduttiva. Questo principio morale, lo stesso sul quale il vescovo Caffarra basava le sue critiche, lo stesso che vieta ai cattolici l’uso di tecniche anticoncezionali non naturali, suscita perplessità in una parte della popolazione cattolica, come è dimostrato da alcune indagini sociologiche eseguite nelle coppie sterili e dall’esistenza di servizi per la procreazione assistita in molti ospedali cattolici. Il problema dell’accesso alle fecondazioni assistite (solo a coppie sposate o anche a coppie conviventi e, perché no, a coppie omosessuali e ai single?) e quello della donazione di gameti, riguardano direttamente il concetto di famiglia e il diritto di procreare: molto schematicamente l’alternativa è tra la libertà individuale e il principio di famiglia, modellato sulla coppia eterosessuale stabile o su quella sposata. A favore del principio di famiglia esistono considerazioni molto valide. Il principio è fortemente radicato nel nostro sistema normativo sia a livello costituzionale (articolo 29) che nella legislazione ordinaria e la sua centralità nel vigente diritto delle persone e della famiglia sembra trovare conferma nella legge di riforma del diritto di famiglia e nella nuova disciplina dell’adozione. La Corte Costituzionale ha poi recentemente ribadito il rilievo che bisogna dare alle esigenze obiettive della famiglia come tale, cioè come stabile istituzione sopraindividuale, precisando che «questa valutazione non può essere contraddetta da opposte visioni dell’interprete». Questo principio assume poi una particolare importanza nella prospettiva della realizzazione dell’interesse preminente del nascituro, il che sembrerebbe confermato dagli studi relativi alla psicologia dell’età evolutiva e, in campo giuridico, da recenti vicende in tema di adozione. Del resto la legislazione di molti paesi europei sembra muoversi in questo senso, consentendo la fecondazione artificiale solo se è presumibile che il bambino potrà crescere in un ambiente favorevole. Tra quanti sostengono questo punto di vista è poi prevalente l’idea di consentire l’accesso alle tecniche solo alle coppie unite in matrimonio, considerate le difficoltà che si incontrerebbero per stabilire i criteri di valutazione della stabilità delle coppie non sposate. I criteri di ammissione finirebbero dunque con l’essere molto simili a quelli ammessi per l’adozione. Sempre secondo questi principi dovrebbe essere negato l’accesso alle tecniche di fecondazione assistita alle donne in età postmenopausale e non dovrebbe essere consentita l’inseminazione delle vedove con il seme del marito depositato prima della morte. L’ingresso nell’unità familiare di un genoma estraneo, come avviene nelle donazioni di gameti, viene rifiutato con grande decisione in quanto responsabile di un grave disordine morale, capace persino di minare l’equilibrio affettivo della coppia. Del tutto opposta è l’opinione di quanti ritengono che il modello unitario della famiglia tradizionale debba essere superato a favore di una pluralità di modelli familiari . Viene poi sottolineata l’esistenza di un principio – non espresso, ma presente, nei termini di un diritto fondamentale, nel nostro ordinamento e nella nostra civiltà giuridica – per cui lo stato non interferisce con le sue valutazioni di idoneità nella scelta di procreare, sia delle donne che delle coppie. Il diritto della persona a procreare responsabilmente deve essere garantito indipendentemente dall’esistenza di difetti fisici e psichici, dalla condizione sociale o dallo status, pena la possibilità di introdurre una grave discriminazione fra le persone, in spregio dell’eguaglianza fondamentale tra di esse. La società, del resto, ha sempre cercato di essere garante di queste libertà e ha sempre espresso severi giudizi critici nel confronto delle violazioni (purtroppo numerose, sia in Europa che nell’America del nord). Se quanto abbiamo detto vale per la procreazione naturale, non vediamo come si potrebbero creare differenze per la procreazione assistita: addirittura, se lo si facesse, le regole potrebbero tracimare da un campo all’altro, invadendo un settore nel quale la società ha sempre rifiutato con forza l’applicazione di norme limitanti. Sarebbe poi una grave discriminazione escludere le coppie conviventi dall’accesso alla fecondazione assistita; ciò diventerebbe un modo per gettare un ulteriore stigma sulla condizione di sterilità, mortificando ulteriormente coloro che la natura non ha favorito. Per quanto riguarda l’accesso delle donne sole, si sottolinea come non esistano prove relative all’indispensabilità dell’esistenza di due genitori e che anzi le esperienze umane sembrano deporre per il contrario. Si verrebbe a determinare, in questi casi, un conflitto di interessi tra due diritti relativi: quello di un bambino di nascere in una famiglia tradizionale e quello della donna di procreare. È opinione di molti che a far pendere la bilancia in favore del secondo diritto sia la possibilità di affermare l’esistenza, nelle richiedenti, della capacità di assumersi una responsabilità assoluta nei confronti del bambino del quale viene progettata la nascita: un progetto di genitorialità basato sull’etica della responsabilità, diverso dalla genitorialità naturale, ma non meno ricco di valori positivi. Questo argomento viene anche portato in favore delle donazioni di gameti: chi lo sostiene afferma che non c’è nulla di strano né di destabilizzante se anche nella nostra cultura si fa strada un differente concetto di genitorialità, basato sul principio dell’uguaglianza tra il fondamento biologico e quello sociale e nel riconoscimento, anche giuridico, della legittimità della derivazione sociale della paternità e della maternità a partire da quella che i filosofi chiamano l’etica della responsabilità. Nulla di strano né di destabilizzante se si lascia spazio a una nuova figura di genitore prevalentemente sociale – molto simile, del resto, a chi adotta – che include nella sua codificazione la componente biologica, ma senza coincidere necessariamente con essa, e che non tende a ricavare una dimensione giuridica da eventi biologici e naturali. La conclusione è che non dovrebbe interessare a nessuno sapere come un bambino venga concepito: ma dovremmo essere tutti molto preoccupati di sapere se chi l’ha concepito si è contemporaneamente assunto una precisa e definitiva responsabilità nei suoi confronti. Uno scrittore molto romantico – e oggi molto poco apprezzato – soleva affermare che si è genitori (buoni genitori) se si è in grado di assicurare la propria presenza nel momento del bisogno. Non troviamo niente di disprezzabile in questa romantica definizione.

La legge 40 approvata dal Parlamento nel 2004 è stata il risultato di un particolare e molto probabilmente irripetibile accordo tra la Chiesa cattolica e una parte consistente della destra italiana, due poteri incompleti e imperfetti in cerca di alleanze. La legge, una incredibile sequenza di proibizioni e divieti, era stata scritta sulla falsariga della dottrina religiosa ma portava già dentro di sé, per come era stata articolata, le ragioni del proprio inevitabile sgretolamento. E’ stata raccontata molte volte l’esperienza degli “esperti”, convocati nelle stanze delle Commissioni della Camera e del Senato che discutevano delle varie norme prima di portarle in aula per l’approvazione. Perché questi esperti venissero convocati è difficile dirlo, la legge era stata dichiarata “blindata” dalle segreterie dei partiti che la sostenevano e non esisteva alcuna possibilità di modificarla, quali che fossero i possibili buoni consigli degli esperti, che naturalmente nessuno ascoltava. Ma ci consta che nel corso di quelle audizioni gli esperti venivano informati del fatto che all’interno delle varie norme erano state inserite vie di fuga, escamotage che avrebbero consentito di evitare le apparenti asprezze della legge sfuggendo così ai suoi rigori e rendendola più accettabile ed umana. Di queste “passerelle” ne riportiamo una a mo’ di esempio: un articolo della legge vieta alle coppie di abbandonare i trattamenti dopo che sono stati prodotti gli embrioni, obbligando in pratica la donna a riceverli nel proprio grembo, una delle tante norme scritte in difesa dei prodotti del concepimento. L’obiezione è immediata e importante: che fare se l’embrione fosse risultato, anche alla sola analisi morfologica, imperfetto? Ebbene, poiché l’articolo in questione non menziona alcuna sanzione per la donna che rifiuta il trasferimento di quell’embrione ecco che la norma doveva essere considerata “imperfetta”, priva di ogni significato giuridico, con il solo significato di una dichiarazione di principio. Ebbene di queste “passerelle” nemmeno una è stata utilizzata dalle commissioni che hanno approvato le linee guida.

In realtà la legge 40 è stata scritta tenendo unicamente conto delle regole morali che troviamo scritte nella dottrina cattolica, regole che non hanno retto alla critica dei giuristi che operano nella nostra Corte Costituzionale i quali, con una serie di interventi, hanno dichiarato illegittime gran parte dei divieti in essa contenuti, al punto che le uniche proibizioni superstiti di qualche rilievo sono quelle relative alla maternità per altri e alla ricerca sugli embrioni (un divieto quest’ultimo, come vedremo, tutt’altro che assoluto). Il che ci induce a ragionare su uno dei temi più importanti della bioetica, la definizione di come si debba formare la regola morale.

11 – IL CONFLITTO DI PARADIGMI

La novità:

La Fecondazione Assistita nasce come tecnica di fecondazione extracorporea che doveva inizialmente risolvere le sole sterilità meccaniche femminili e in un secondo tempo utilizzata anche in una congerie di ipofertilità maschili inclusa quella dovuta alla impotenza coeundi. L’ampliamento costante delle sue possibili applicazioni (che oggi ha incluso anche la cosiddetta sterilità idiopatica, che comprende una buona percentuale di casi di ipofertilità) è responsabile di una polemica tuttora piuttosto vivace che ha a che fare con la possibilità – invero molto concreta – che esista oggi, per motivi di convenienza economica, un eccesso di indicazioni. Ma la vera polemica, assai meno volgare, in verità è un’altra e riguarda la sua vera natura.

Che si tratti solo di una tecnica vien fatto di dubitarlo quando si scopre che cosa effettivamente cambia con il suo avvento: il biologo ha in mano un embrione; lo può studiare, usare per la ricerca scientifica, trarne cellule staminali totipotenti, utilizzarlo per la clonazione, congelarlo per un uso futuro, trasferirlo a una donna che non è la sua madre biologica, dividerlo per creare dei gemelli. La ricerca scientifica si impegna in una serie di sperimentazioni che ci limitiamo a elencare:

⁃ crioconservazione di gameti e di embrioni

⁃ prelievo di embrioni dalla cavità uterina per vari scopi

⁃ selezione (di embrioni ma anche di gameti)

⁃ maternità per altri (oblativa e remunerata)

⁃ donazione di placenta

⁃ utilizzazione di gameti fetali

⁃ produzione di gameti

⁃ trapianti di utero

⁃ terapia genica o gene editing

⁃ utilizzazione delle cellule staminali embrionali

– ectogenesi

Una delle cose che ci ha fatto capire meglio quanto e quanto velocemente dovranno modificarsi le nostre visioni del mondo – forse la meno importante, dal punto di vista scientifico e tecnico, tra tutte quelle che la ricerca scientifica ci ha proposto in tempi recenti – è la seguente: negli Stati Uniti sono stati approvati progetti di ricerca che consentono di portare a maturazione oociti primordiali reperiti nel materiale abortivo. Si tratta naturalmente di aborti volontari eseguiti a donne che hanno dato il loro consenso all’uso dei loro tessuti fetali a scopo di ricerca e di sperimentazione. Siamo dunque alle soglie di un novità, scientificamente non strabiliante, ma di notevole impatto dal punto di vista psicologico: i medici sono ormai nelle condizioni di utilizzare questi oociti per ottenere una gravidanza e per far nascere un bambino la cui madre non è mai vissuta. Non sapremmo dire perché, ma ci sembra che questa notizia abbia una risonanza affettiva straordinaria della quale andrebbero capite meglio le cause.

In ogni caso, per capire quale straordinaria rivoluzione sia alle porte, dobbiamo provare immaginare che la scienza riesca a completare le sue esperienze sull’utero artificiale e offra alla società degli uomini l’ectogenesi, che non vuol dire solo la possibilità di liberare le donne dagli impegni di nove mesi di gestazione, significa anche una nascita completamente scevra dagli impacci della patologia, senza aborti e parti prematuri, senza tagli cesarei e senza complicazioni puerperali e perinatali. Ebbene, in quel momento ci troveremo di fronte a una serie di interrogativi dovuti ad esempio al fatto che la figura materna e la figura paterna saranno equivalenti e non esisterà più la maternità gestazionale. Dovrà essere riequilibrata la relazione tra i sessi, si dovrà scoprire se la mancanza di un riferimento gestazionale umano crea problemi ai figli, il mondo non sarà mai più lo stesso. Ci saranno certamente delle resistenze, ma saranno resistenze inevitabilmente modeste, basate su interpretazioni metafisiche del rapporto materno fetale, mai dimostrate valide dalla ricerca scientifica: ne elenchiamo alcune per sottolinearne l’evidente assenza di credibilità: gli ormoni del cosiddetto “maternage”, la prolattina e l’ossitocina, sarebbero in grado di realizzare il miracolo di un fusione spirituale tra la madre e suo figlio; le cellule fetali colonizzerebbero alcuni tessuti materni e interverrebbero in favore della donna nel corso di alcune malattie; esisterebbe il passaggio transplacentare di sostanze ancora ignote con il risultato di creare tra i due protagonisti della gestazione un legame affettivo privo di possibili confronti. Si tratta di ipotesi che condividono tutte l’assoluta mancanza di prove e attribuire loro un qualsiasi significato è, a dir poco, disonesto.

Il problema è quello di scegliere tra due possibilità : contrastare il nuovo paradigma sulla base di argomentazioni prevalentemente metafisiche, che chiamano in causa l’abbandono e il tradimento della natura e la possibilità di interferire con meccanismi per ora solo immaginati che sarebbero responsabili della cosiddetta umanizzazione del feto attraverso passaggi di afflati spirituali transplacentari, per ora non dimostrati ma molto cari alla metafisica querulo – romantica e piagnucolosa del cattolicesimo ( mamme ce ne è una sola, l’amore di mamma si abbevera di sacrificio e rinuncia e così via) ; oppure, in alternativa, gestire il cambiamento per evitare danni nella fase di transizione ( quelli che i cattolici definiscono disordini) e ingiustizie sociali grossolane. Questa scelta in realtà dovrebbe riguardare tutte le iniziative della scienza che al momento impegna il 90 per cento degli investimenti in imprese che saranno utili al cinque per cento dei cittadini e che con la fecondazione assistita potrebbe persino trasformarsi in una scienza democratica.

12- La «conservazione della fertilità»

Il bisogno di “mettere da parte” la propria fertilità può nascere in circostanze molto dissimili tra loro: milioni di persone si scoprono afflitte da malattie espansive quando sono ancora in età fertile, sanno che per sopravvivere alla malattia dovranno affrontare cure efficaci, ma impietose nei confronti della loro fertilità ; ci sono persone che si fanno sterilizzare ma che non sono certe della scelta che hanno fatto; ci sono persone (quasi esclusivamente donne) che non possono sospendere la propria attività di lavoro ( la carriera ne soffrirebbe, il datore di lavoro le licenzierebbe) per un lungo periodo di tempo e che sanno che l’occasione di pensare alla propria fertilità arriverebbe troppo tardi: per tutti costoro congelare spermatozoi o oociti rappresenta una occasione favorevole, qualche volta un atto di saggia prudenza, qualche volta semplicemente una speranza.

Il fatto che la ricerca scientifica abbia offerto anche alle donne la possibilità di congelare gameti (una tecnica che per molto tempo è parsa essere privilegio del sesso maschile) e la messa a punto di tecniche di crioconservazione degli embrioni, lungi dall’essere accolte come un importante e utile progresso scientifico, sono state salutate dalle più disparate critiche, fondamentalmente basate su una loro presunta “violazione della natura”, chiamata ancora una volta in causa in modo distorto e capzioso.

Dobbiamo confessare che queste critiche, che ci marchiano come violentatori della natura, ci hanno ferito e che questa volta abbiamo deciso di interrogare la nostra presunta vittima, per capire fino a qual punto l’avessimo offesa. Ma la natura, un po’ sorpresa, ci ha risposto “ma lo faccio anch’io”.

In realtà la natura, per dimostrare di essere almeno alla pari con la tecnica (che è poi natura particolare della specie umana) non ha bisogno di congelare, si affida interamente ala biologia per ottenere la cosiddetta “diapausa”, l’impianto ritardato di un embrione che si arresta spontaneamente nel suo sviluppo : in questa fase l’embrione è inattivo, ha un metabolismo estremamente ridotto, non cresce, non si alimenta e non si muove. E’ una sorta di sonno diverso da quello naturale per l’assenza di una crescita e differente dalla ibernazione perché il letargo comincia solo dopo che si sono manifestate le condizioni negative che lo sollecitano, la diapausa le precede.

La diapausa è tipica e frequentemente obbligata di molti insetti ( nonché di acari, crostacei, lumache, pesci, piante) ma anche di alcuni mammiferi, per i quali si parla di “impianto ritardato” ed è di questi che vogliamo parlare.

M D Thom e coll. (The evolution and manteinance of delayed implantation in the Mustelidae (Mammalia: carnivora) Evolution, 2004, 58 175) scrivono che la diapausa embrionaria, o se volete l’impianto embrionario ritardato, è un fenomeno che occorre altrettanto frequentemente quanto misteriosamente in molti mammiferi, soprattutto all’interno di alcune unità tassonomiche la più importante delle quali è quella alla quale appartiene la famiglia dei mustelidi. Si tratta di un fenomeno irregolare, i cui benefici sono poco compresi, ma dovrebbero avere a che fare soprattutto con i vantaggi che derivano dalla possibilità di eliminare qualsiasi collegamento temporale tra accoppiamento e parto; l’impianto può però essere ritardato per ragioni di convenienza immediata (ad esempio se la femmina è ancora in allattamento, rinviare l’inizio della gravidanza le è utile per terminare le sue cure parentali al figlio già nato) o per cautelarsi a seguito di annunci di difficoltà ambientali (quali l’arrivo di un periodo ristrettezze alimentari). L’ipotesi che riguarda i vantaggi di ritardare il parto per far nascere il concepito nella stagione a lui più favorevole è stata confermata da S H Ferguson e coll ( Evolution of delayed implantation and associated grade shifts in life history traits of North American carnivores. Ecoscience, 1996, 3,7) che hanno dimostrato che le nascite da impianto ritardato precedono quelle degli altri mammiferi, il che significa che il segnale che da inizio all’impianto, con ogni probabilità collegato con le modificazioni delle ore di luce, avviene contemporaneamente a quello che sollecita l’accoppiamento. In altri termini, la diapausa dovrebbe concedere alle femmine di accoppiarsi in un momento in cui ha le maggiori opportunità di scegliere i maschi migliori e offre ai prodotti del concepimento la possibilità di nascere nel periodo in cui possono usufruire delle condizioni più favorevoli alla sopravvivenza.

Esemplare, a questo proposito, è la strategia riproduttiva del capriolo europeo : si accoppia alla fine di luglio ma l’embrione, giunto allo stadio di 30 cellule, entra in diapausa fino all’inizio di gennaio, periodo in cui la blastocisti si attiva, cresce rapidamente e forma la placenta per poi nascere ai primi di giugno.

Recentemente è stata pubblicata da G E Ptak e coll ( Embryonic Diapause is Conserved across Mammals, PLoS ONE m 2012, 7,3) una ricerca che dimostra che la diapausa si può verificare anche nella pecora e che anche gli embrioni umani potrebbero entrare in questa sorta di letargo. Secondo gli Autori, che lavorano nell’Università di Teramo, una gravidanza ritardata potrebbe rappresentare un meccanismo naturale di difesa comune ,a tutte le specie. In altri termini una donna che svolge un lavoro faticoso, rischioso e stressante, che ha carenze alimentari, che vive situazioni che l’ organismo considera pericolose, potrebbe «ordinare» al suo embrione di arrestare temporaneamente il suo sviluppo, per un periodo che potrebbe superare i cinque mesi. Anche gli embrioni umani, quindi, possono andare in letargo come quelli delle foche (condizioni ambientali avverse, dal poco cibo al clima), dei topi, dei canguri e dei mustelidi. L’ università di Teramo è ha dimostrato che la diapausa embrionale può verificarsi anche nelle pecore, nelle mucche e nei conigli, tutti mammiferi di allevamento non soggetti agli stessi stress ambientali delle specie selvatiche e che perciò non avevano mai mostrato pause dello sviluppo embrionale. Un caso di impianto ritardato (cinque settimane) di un embrione umano è stato anche riferito a seguito di una PMA (Jørgen Grinsted e Birthe Avery, A sporadic case of delayed implantation after in vitro fertilization in the human? Human Reproduction 1995, 11, 651) ma per quanto ne sappiamo questa osservazione non è mai stata confermata.

Molto interessanti sono, a questo proposito, le ricerche iniziate nella Università di Aberdeen agli inizi degli anni Novanta utilizzando tecniche di sequenziamento genico: per la sua riattivazione la blastocisti del capriolo manda un segnale alla madre utilizzando una proteina chiamata PAG (Pregnancy Associated Glycoprotein) che appartiene alla famiglia delle aspartico-proteasi , diversa da quelle caratteristiche delle vacche e delle pecore e con una sequenza codificante altamente polimorfica: queste proteine sono secrete dalle cellule del trofoblasto e si legano a specifici recettori delle cellule bersaglio materne dell’endometrio. In generale lo stesso segnale consiste in un aumento del progesterone, che non viene prodotto fino a quando la blastocisti non si attiva e provoca la reazione ormonale materna con l’invio di proteine specifiche. Nella letteratura più recente abbiamo letto più volte le lamentele dei ricercatori che ritengono la materia di straordinario interesse ma assai poco studiata. Se ne sa comunque abbastanza da poter riconoscere alla natura la priorità nel campo di meccanismi che credevamo erroneamente prodotti dallo sviluppo delle conoscenze scientifiche. Ma alla natura si deve perdonare tutto.

Etimologia di alcuni termini.

genitore

– uno dei due individui da cui una terza persona immediatamente discende, in senso biologico

una persona che ha dei figli , biologici o meno, e che pertanto è responsabile della loro cura , benessere , crescita , educazione etc., rispondendone di fronte alla legge o alla società
genitore adottivo – persona che è diventata genitore attraverso l’ adozione di un figlio biologicamente generato da altri
persona che ha generato dei figli

madre

L’etimologia della parola madre (come quella di padre) è da ricondursi al sanscrito; infatti, anche se alcuni collegano questo termine alla facilità di pronuncia della lettere m per i bambini, essa è riconducibile alla radice sanscrita ma- con il significato primario di misurare, ma anche di preparare, formare. Da questa radice deriva poi il termine matr, che diventerà mater in latino, colei che ordina e prepara, donando il suo corpo e sopportando il dolore, il frutto dell’amore, alla vita .

padre

L’etimologia della parola padre è strettamente connessa a quella di pane ( che a sua volta sembra potersi ricondurre alla radice sanscrita pa- cioè bere o più in generale nutrire, da cui anche pa-sto). Questi termini derivano dalla radice sanscrita pa-, legata al concetto di protezione e nutrizione, da cui pati, “antenato” del latino pater. Il padre è, quindi, colui che si assume il compito di provvedere alla sopravvivenza della famiglia e al suo sostentamento, in altra parole è il “pane” della famiglia.

figlio

L’etimologia della parola figlio è incerta. Potrebbe ricondursi alla radice sanscrita dhe- poi fe- che rappresenta l’idea di succhiare, poppare, allattarsi; da cui, in latino, il verbo fellare , succhiare ed il sostantivo filius, letteralmente, “colui che succhia il latte…”

Un’altra interpretazione vede l’origine della parola figlio nella radice sanscrita bhu-, da cui il greco φύω (fyo), produco, faccio essere, genero. Per cui figlio, significherebbe “il generato”.

leo. mattis odio facilisis tristique nec Aliquam Sed Donec ut quis,