Prefazione al libro di Giorgio Ghezzi “No, non abbiamo figli”2019-05-12T20:49:50+02:00

Prefazione al libro di Giorgio Ghezzi “No, non abbiamo figli”

Maggio 2019

Giorgio Ghezzi, con questo suo bel libro, mi ha posto una quantità di interrogativi, e non mi ha fatto un piacere: quando non so rispondere alle domande che mi pongono o che mi pongo tendo ad ammalarmi di tutte le malattie psicosomatiche che conosco, compreso il ginocchio della lavandaia. In questo caso le cose sono andate peggio del solito, perché cosa realmente voglia dire essere genitori e  se la sterilità sia una malattia o un disagio sono stati il problema di quasi tutta la mia vita, e non sono per niente sicuro di averlo risolto. Così farò quello  che sono solito fare quando sono in difficoltà, vi dirò alcune delle cose che so, tanto da mettervi sulle spalle il peso e la responsabilità di trovare una riposta. Con una precisazione: sono di pessimo umore perché ho appena sentito alla TV che una bambina (una bambina!) è stata presa a revolverate da un delinquente e, forse, morirà. E con la premessa, doverosa, di farvi sapere che, almeno secondo il mondo cattolico, io sono un untore.

La prima cosa che il lettore si chiede, ma questa è forse l’unica domanda che trova una risposta facile e semplice, è la ragione per cui  a un uomo (meglio, a un intellettuale) viene in mente di scrivere un libro in cui parla dei problemi della genitorialità. Credo che la riposta sia questa: c’è, su questi temi, un classico conflitto di paradigmi, uno dei più forti e più interessanti che la nostra società abbia dovuto risolvere in questi ultimi secoli, e le persone che riuniscono (non è frequente) intelligenza a sensibilità e a capacità di compassione sentono il bisogno di interrogarsi,  di guardare dentro   al proprio cuore, di aprirlo  alla curiosità e all’interesse della società tutta. Di questo non sono sorpreso, non mi sembra nemmeno una domanda “vera”.

La prima vera domanda che è invece doveroso porsi quando si parla di pari e di madri riguarda il vero significato di questi termini: si tratta di un istinto, come quello, che so, di sopravvivenza, o di un sentimento? Il numero di bambini che non nascono perché i genitori hanno scoperto che si tratta di femmine è talmente elevato che  in molti paesi asiatici   ai medici è proibito per legge far diagnosi di sesso quando eseguono ecografie in gravidanza, e il numero di bambine che i genitori  vendono ai mercanti di prostitute è tanto elevato che mi sono costretto a dimenticarlo tanto mi fa orrore. Ci può essere un istinto dietro a queste scelte? Ma anche il numero di donne pronte a sacrificare la propria vita per salvare quella del figlio è straordinariamente elevato. E’ sufficiente un sentimento per vincere un istinto che certamente esiste, quello della sopravvivenza? Non lo so, parliamone.

Scrive Elisabeth Badinter, una filosofa francese che viene considerata, in questo campo, l’erede di Simone de Beauvoir,  che nel 1780 il prefetto di polizia di Parigi, un signore di nome Lenoir, constatava non senza una punta di amarezza che sei ventun mila bambini che nascevano ogni anno nella città solo mille venivano allattati con latte  materno a casa; mille sempre a casa da una balia bagnata; gli altri fuori, a sfidare il destino. Moltissimi morivano senza aver conosciuto la  madre; quelli che tornavano a casa ci trovavano una sconosciuta. Non esiste prova che questi ritorni fossero felici.

Come spiegare l’abbandono di un neonato in un tempo in cui il latte materno era prezioso per sopravvivere? Come giustificare un simile disinteresse per il bambino? Come accadde che la madre indifferente del settecento si trasformò nella madre pellicano dell’ottocento e poi nella madre disattenta e gelida di oggi?

Dove è finito l’istinto materno che per opinione generale accomuna gran parte degli esseri viventi? Noi abbiamo oltre tutto una opinione ambigua della maternità, secondo la quale la funzione materna cessa solo quando la madre ha partorito l’adulto, la associazione di uno stato fisiologico particolare con una funzione a lungo termine: 9 mesi per la gravidanza, un tempo indeterminato  per allevamento ed educazione.

E’ passato molto tempo da quando Simone di Beauvoir ha rimesso in discussione l’istinto materno, seguita da psicologi e sociologi, in maggior parte donne: siccome erano femministe si è preferito credere che la loro illuminazione fosse più militante che scientifica.

Scrive la Badinter che oggi si riconosce che il comportamento materno non deriva dall’istinto, ma si continua ugualmente a pensare che si tratti di un sentimento così forte e universale da avere per fora qualche cosa da spartire con la natura. E’ cambiato il vocabolario, non le illusioni. Ci rifiutiamo di accettare che l’amore di nostra madre non sia quello che leggiamo nel libro di lettura e non vogliamo mettere in discussione l’amore di nostro padre.

In realtà l’amore materno (di quello paterno preferirei non parlare) è solo un sentimento umano, incerto, fragile e imperfetto  e che forse non è inciso profondamente nella natura femminile. Ci sono differenti modi di esprimerlo che vanno dal più al meno passando anche dal nulla. Lo dice la Badinter, madre di tre figli. E, tra le righe, scrive che bisogna chiedersi come sempre:  cui prodest?

E come considerare l’attuale conflitto di paradigmi, da un lato ci si sente genitori solo nella certezza di un garantito rapporto genetico, dall’altro si inneggia a una genitorialità basata unicamente sulla responsabilità e sulla compassione?

Gli antropologi e i sociologi si trovano prevalentemente d’accordo nel dire che il nostro modello tradizionale di genitorialità (che è, tra l’altro, da tempo in crisi per ragioni culturali) non è certo l’unico possibile, come numerose  ricerche empiriche hanno da tempo confermato. Nelle società umane sono rintracciabili  modelli differenti di iscrizione sociale del dato biologico, modi differenti di pensare a come si può essere padre e madre ed è, quindi,  possibile immaginare che anche su questo tema sia in atto uno scontro di paradigmi, con le conseguenze che sono abituali in queste circostanze: la protesta di chi è fedele al vecchio, le pressioni di chi sostiene il nuovo, i molti (quasi sempre inutili) tentativi di mediazione.

Antropologi e sociologi affermano, in sostanza, che l’istituto naturale della maternità e della paternità è discutibile, tanto da mettere in dubbio persino l’esistenza di un vero istinto genitoriale, espresso in termini puramente biologici e ritengono piuttosto che esso rappresenti semmai un mito che l’occidente ha enfatizzato. Questo mito si incentra su una determinata visione dell’uomo e pretende di definire, in base ad essa, la nostra identità. In realtà, immaginare di poter derivare, da eventi biologici, definizioni che hanno carattere esclusivamente simbolico si è rivelato, come è noto, del tutto errato.

Se è vero che il concetto di genitorialità è prevalentemente simbolico, bisogna accettare l’idea che i genitori di un bambino sono quelli che la società indica. Per molti secoli, ad esempio, è prevalsa l’idea aristotelica secondo la quale la madre era solo ‘il fertile terreno’ nel quale l’uomo piantava il suo seme, che lei custodiva ‘perché un dio non lo colga’, per usare le parole di Eschilo. Lo  dice persino Engels, che cita Bachofen e Morgan e sembra dar ragione a Eschilo che condannava la passività femminile perché la rendeva solo materia, volgare materia che solo i misteriosi poteri biologici del seme riuscivano  rendere madre ( “Lui, si, è padre, che d’impeto coglie…. “). E tutta la difesa che Apollo fa di Oreste nelle Eumenidi è ispirata a questa sprezzante valutazione del ruolo materno che addirittura cancella il matricidio dall’elenco dei crimini.  Eppure, l’interpretazione che Bachofen dà dell’opera di Eschilo, che riteneva che questa consegna dei poteri tra gli dei dell’Olimpo – Atena e Apollo contro tutti –  segnasse il passaggio dal matriarcato al potere del maschio, non doveva proprio piacere a Engels che amava poco la religione.

D’altra parte, esistono esempi di genitorialità opposti. Nelle isole Tobriand la figura del padre non esiste (padre è solo colui che vive con la madre, non è il genitore del figlio) e la donna è resa fertile da microscopiche entità (in genere lo spirito di un parente) che introducono i figli nel suo utero. E’ evidentemente una società che ha tendenze animistiche e che risolve il problema della discendenza maschile con l’avuncolato, che fa dello zio materno il vero padre dei bambini. Questa ‘avuncoli potestas’ era conosciuta in Europa, almeno dai Lici (ne parla Erodoto) e dai Germani (la cita Tacito).

Non è però affatto detto che l’animismo porti a queste conclusioni: nel Senegal, ad esempio, dove la maternità ha un grande valore sociale, anche il ruolo paterno gode di grande prestigio, mentre presso alcuni abitanti del Brasile la maternità è considerata una sorta di maledizione e in Nuova Guinea i bambini sono figli esclusivi della divinità. E poi c’è il levirato, e poi ci sono numerosissimi altri modelli, a ognuno dei quali si riconoscono importanti qualità positive nell’educazione e nella crescita dei bambini.

In società come la nostra, a fianco del modello prevalente, ne esistono altri. Il 20% dei bambini viene educato da un padre diverso da quello biologico, e lo sa; poco meno del 10% si trova nelle stesse condizioni senza esserne a conoscenza. Un numero imprecisato di figli viene educato in famiglie monoparentali e l’ ISTAT nel suo rapporto del 2014 sulle tipologie familiari ha segnalato che le famiglie monogenitoriali ( che rappresentano ormai una realtà consistente in molti paesi europei ed  extraeuropei) , in Italia  sono cresciute in 10 anni del 25% e sono oggi il 15,3% delle famiglie italiane. Dopo aver a lungo cercato, debbo dire di non aver trovato un solo documento solido che asserisca che per curare un figlio è assolutamente necessaria la doppia genitorialità. Si consideri con attenzione il termine che ho usato: necessaria. Le affermazioni relative al fatto che avere due genitori ‘sia preferibile’ sono prevalentemente empiriche, non si basano su ricerche prospettiche e usano strumenti valutativi discutibili. Devo dire per correttezza che anche la documentazione che ho consultato e che afferma che non si riscontrano elementi  negativi considerando i risultati dell’educazione impartita da genitori dello stesso sesso è scientificamente discutibile.

L’idea che i genitori possano essere più di due è antica quanto il mondo ed è passata intatta attraverso le più diverse influenze culturali fino a raggiungere la nostra società. In un racconto (Storia del re e del cadavere, scritto in sanscrito circa 600 anni prima della nascita di Cristo)  che descrive i tre differenti padri di un giovane re, si mettono a confronto tre diverse figure genitoriali, quella basata sulla legge e sul contratto, quella biologica e quella che si costruisce sull’autorità morale dell’educatore. Il racconto non si pronuncia, non fa scelte, ma crediamo che già l’aver presentato il problema in questi termini rappresenti una scelta di campo.

Mi sembra interessante riassumere quanto ha scritto in molti dei suoi testi William James in un suo saggio dell fine dell’800 intitolato “Principi di Fisiologia”: « L’istituto naturale della maternità e della paternità non esiste affatto e rappresenta solo un mito molto enfatizzato in Occidente. Si tratta di un’affermazione che s’incentra su una certa visione dell’uomo, tipica della nostra società, in cui la scienza, e in particolare la medicina, pretendono di avere la chiave della nostra identità. Bisogna invece riflettere sul fatto che questa pretesa è soltanto un’illusione o, più esattamente, il mito su cui si è fondata, in Occidente, l’immagine della maternità e della paternità. In effetti, in altre parti del mondo, altre culture hanno creato, sulla genitorialità, miti molto diversi. Dunque, così come è biologicamente vero che una gravidanza è il prodotto della fecondazione di un ovulo per opera di uno spermatozoo, allo stesso modo è sbagliato trarne una qualsiasi definizione di paternità e maternità, definizione che è di ordine simbolico e non di ordine biologico. Il semplice buon senso mostra, d’altra parte, che quando un uomo e una donna aspettano un bambino e dicono di averlo concepito insieme, la prova biologica di ciò è difficile da ottenere ed è in genere solo la loro parola ad affermare che è così e che lo spermatozoo fecondante non è di provenienza diversa. (Principles of psychology, 1890)”

Dire che siamo esseri parlanti equivale a dire che siamo esseri intelligenti, ed equivale anche a dire che siamo indirizzati a essere molto di più della nostra biologia. Parlare del desiderio di avere un figlio, parlare dell’essere genitori, significa trascendere l’ordine biologico per accedere a un altro, quello su cui noi ci basiamo in quanto esseri umani, e cioè l’ordine del senso. Non esistono dunque altri genitori che quelli culturalmente definiti tali e cioè quelli che una certa cultura attribuisce a un certo bambino. Da ciò scaturisce l’esistenza di diversi modelli possibili di maternità e di paternità.

In effetti, l’antropologia ci mostra che: il padre di un bambino non è necessariamente il suo genitore biologico; egli non è necessariamente l’uomo che vive con la madre; al momento del concepimento del bambino, può essere morto da molto tempo; può essere una donna; può essere Dio; la madre di un bambino non è necessariamente la sua madre biologica; può essere sua nonna; può essere sua zia; una donna sterile può essere la madre di un bambino che le viene attribuito secondo le regole della circolazione dei bambini propria della sulla cultura. A tutte queste modalità di filiazione viene riconosciuta legittimità sociale.

Anche nella nostra società si è comunque fatta strada, con la lentezza che contraddistingue tutte le modificazioni del senso della morale comune, l’idea che alla genitorialità tradizionale si possa affiancare quella di una paternità e di una maternità basate sulla promessa di presenza: siamo i tuoi genitori perché staremo vicino a te per far sì che la tua qualità di vita sia la migliore possibile e per garantirti le cose sulle quali ogni bambino dovrebbe poter contare. Come si può capire si tratta di una genitorialità altrettanto virtuosa quanto lo è quella tradizionale e che include la donazione di gameti, la donazione di embrioni e l’adozione, una idea di “etica del dono “ che si affianca  ad altre  forme di donazione più prettamente biologiche, come quella di sangue e quella di organi. Tutti questi gesti oblativi, sia biologici che  sociali, si inscrivono idealmente all’interno di un principio  di solidarietà   generale che deve  certamente essere difeso dalla ingerenza del mercato, ma che non può essere negato per paura di vederlo inquinato da interessi commerciali. La paura, la diffidenza preventiva che il nuovo suscita, l’abuso del principio di precauzione, sono atteggiamenti che dovrebbero essere contrastati nel solo modo legittimo nelle società democratiche, attraverso la lettura attenta  della carta costituzionale.

In realtà, quello che oggi pensano un uomo o una donna a proposito del significato della genitorialità è molto difficile da immaginare: in gran parte dipende dall’educazione che hanno ricevuto, dalla loro visione del mondo, dal loro senso comune, dalle loro esperienze di vita. Ciò è particolarmente vero per le donne, per le quali è sempre stato poco importante il concetto di genitorialità genetica. Alcune di loro sono persuase dell’importanza della responsabilità, altre desiderano avere una esperienza gestazionale, altre non sono per niente sicure della scelta che viene loro attribuita, ma non hanno il coraggio di contestarla. Non può essere privo di importanza il fatto che quando il genitore sostituito è il maschio, può accadere (e in realtà accade con una certa frequenza) che si verifichi un pentimento tardivo, cosa che – a quanto ne sappiamo – non è mai accaduta quando si tratta di una donazione di gameti femminili.  In realtà, parlare delle donazioni di gameti maschili e di quelle di gameti femminili come se fossero una sola cosa è scorretto: sono diverse le motivazioni dei genitori, diverse le reazioni del genitore sostituito, diverse le conseguenze sull’equilibrio della famiglia. Del resto gli psicologi si sono sempre trovati d’accordo nel ritenere che gli uomini desiderano un figlio per continuare a vivere in lui e per dare al nome della famiglia la possibilità di continuare ad esistere nel tempo, mentre le donne – assai meno attente alla genetica – desiderano soprattutto avere tra le braccia qualcuno da poter amare ed educare e del quale essere responsabili.

Conviene, a questo punto, approfondire un secondo tema, uno al quale fino ad ora ho solo accennato, quello della formazione delle coscienze. Ed è bene dire subito che ci sono poche cose altrettanto confuse e contraddittorie quanto la definizione di morale, la misteriosa reggitrice della nostra coscienza. Ho così deciso di scegliere la definizione che viene accettata dalla maggior parte delle persone, anche se capisco che si tratta di una definizione non particolarmente colta e raffinata.

Per la maggior parte delle persone che ne hanno scritto, la morale è una particolare convenzione sociale, stabilita per segnare la differenza tra bene e male e tra giusto e ingiusto. Naturalmente crea norme del tutto particolari che non possono coincidere con quelle giuridiche perché non è possibile (giusto, civile, democratico) scegliere tra differenti posizioni morali quando non rappresentano un danno per chi non le condivide. Dunque, la coscienza nasce per contagio e contribuiscono a formarla soprattutto la regola morale prevalente in quell’epoca e in quel luogo e l’esperienza ( il che significa famiglia, scuola, amici, nemici, libri, caso, malattie, memi). Non ho usato a caso la parola contagio, l’ho scelta perché può assumere differenti forme: possono esserne responsabili gli untori, il che significa che il risultato potrebbe essere quello di una feroce convinzione che esista un Dio che mi premierà se ucciderò e torturerò il maggior numero possibile di persone che pregano un Dio diverso da lui; può essere al contrario il risultato di una vaccinazione, che ci renderà immuni nei confronti di queste folli convinzioni. In ogni caso la  maggior responsabile di questo contagio sarà sempre la regola etica, e questo spiega la grande difformità dei risultati possibili, si tratta di regole che cambiano persino all’interno della stessa società e alle quali siamo esposti casualmente: nascere da un lato o dall’altro della stessa strada di Gerusalemme può significare scelte, opzioni, destini completamente diversi. Parliamo dunque di questa regola, ricordando che le religioni la chiamano in modo diverso, quasi sempre qualcosa che ha a che fare con una “dottrina”.

La regola etica si forma prevalentemente in risposta a quesiti specifici ( è lecito uccidere il proprio nemico? Si può concupire la donna del vicino?) che corrispondevano a timori elementari: i dieci comandamenti di Mosè sono una revisione (nemmeno tanto critica) delle regole dettate da Zaratustra , che del resto aveva immaginato altre cose che ritroviamo nel vecchio e persino nel Nuovo Testamento ( l’esistenza di Satana e di un regno delle ombre, la resurrezione dei morti nel giorno del Giudizio Universale, la terra come luogo scelto dal  Bene e dal Male per guerreggiare tra loro). I quesiti fondamentali proposti a Zaratustra e a Mosè sono però solo una parte dei dubbi che albergano nel cuore degli uomini moderni, i progressi della ricerca scientifica e delle tecnologie ne hanno creato molti altri, che certamente non possono trovare una risposta nei vecchi testi sacri, documenti ossificati e obsoleti che non potevano immaginare come e quanto la modernità avrebbe cambiato il mondo. Ma le cose non sono fondamentalmente cambiate: allora fu la morale di senso comune, con la sua fondamentale saggezza, la sua capacità di intuizione e il suo bisogno di equilibrio e di sicurezza a mettere nella bocca dei profeti le parole giuste; oggi i profeti non ci sono più, ma è la stessa morale che continua a dettarci le regole giuste, a suggerirci i comportamenti più saggi, con l’unica differenza che gran parte dei quesiti ai quali rispondere non le vengono suggeriti dalle intuizioni del senso comune,   ma dalla conoscenza scientifica (con tutti i limiti che conosciamo bene).

Ma torniamo alla formazione delle coscienze e al contagio, un tema che è stato oggetto di molte speculazioni da parte di filosofi e di sociologi che hanno affrontato i differenti modi il problema del meccanismo attraverso il quale questo contagio si verifica e che intuitivamente dovrebbe avere a che fare soprattutto con l’imitazione e la persuasione.  Un ragionamento interessante , a questo proposito, è quello di Gabriel Tarde (Le leggi della imitazione. Studio sociologico. Rosenberg e Sellier, 2012) che nel 1890 spiegò il progresso sociale, l’integrazione e l’adattamento nonché i meccanismi di formazione e di stabilizzazione delle varie forme sociali (in altri termini l’affermazione di un certo costume o di una determinata tradizione) con il meccanismo dell’invenzione – imitazione. Secondo Tarde il numero delle invenzioni umane è praticamente illimitato, ma solo pochissime di esse sono capaci di affermarsi: la loro diffusione avviene grazie al processo imitativo , concepito sulla falsariga di un processo naturale. Ma la teoria che ha destato le maggiori curiosità e ha suscitato il maggior numero di discussioni è certamente quella che chiama in causa ancora una volta l’imitazione, ma la considera in rapporto alla produzione di memi, entità consistenti in informazioni riconoscibili dall’intelletto, capaci di replicarsi nel cosiddetto brodo culturale ( una mente o un supporto simbolico di memoria come potrebbe essere un libro) per trasferirsi ad un’altra mente o a un altro supporto.  Un accenno ad una simile visione biologica ed evoluzionistica si trova in un libro di William S. Burroughs  (The Ticket that Exploded, Olympia Press, 1962), parte di una trilogia fantascientifica, nel quale l’Autore si   riferisce al linguaggio come a un virus ( e l’idea del contagio è evidentemente implicita) Ma a dare il nome a questa entità capace di autoreplicazione è stato certamente Richard Dawkins che nel suo saggio “Il Gene Egoista” (Mondadori 1992) ha dedicato all’argomento un intero capitolo. Dawkins scrive: “ Io credo che un nuovo tipo di replicatore sia emerso di recente in questo pianeta. Lo abbiamo davanti, ancora nella sua infanzia, goffamente alla deriva nel suo brodo primordiale ma già soggetto a mutamenti evolutivi a un ritmo tale da lasciare il vecchio gene indietro senza fiato”. Il brodo, secondo Dawkins, è naturalmente quello della cultura umana. Il nome che Dawkins sceglie per questa unità di trasmissione culturale ( o di imitazione, scrive Dawkins, senza citare mai, peraltro, Tarde) avrebbe dovuto essere Mimene (parola derivata da una radice greca che significa imitazione) un termine al quale alla fine ha preferito “meme”, una parola molto simile a “gene” e che si potrebbe comunque correlare a “memoria” per la sua somiglianza al termine francese “même”. Esempi di memi sono, continua Dawkins, idee, frasi, melodie, mode: come i geni si propagano saltando di corpo in corpo tramite spermatozoi o oociti, i memi si propagano nel pool nemico saltando di cervello in cervello tramite un processo che, in senso lato, si può chiamare imitazione.

Le definizioni e le teorie di Dawkins hanno naturalmente provocato un lungo e interessante ( ancora vivace, dopo quasi 40 anni, visto che la pubblicazione del suo saggio sul Gene egoista risale al 1976) e molti studiosi non hanno trovato sufficienti le spiegazioni di Dawkins relative attraverso i quali i memi, replicandosi nel cervello, ne condizionerebbero l’attività, modificando il nostro comportamento. Nel 1999 Susan Blackmore  ha pubblicato un saggio – The meme machine – nel quale cerca di proporre una nuova scienza , la memetica, della quale espone il potenziale analitico ed empirico introducendo il concetto generalizzato di replicatore ed eliminando l’eccesso di legami con la genetica che l’insistenza della analogia tra gene e meme aveva provocato. Il libro tenta anche di creare una terminologia specifica e chiara che dovrebbe avere lo scopo di evitare fastidiosi errori di interpretazione. In definitiva la Blackmore sostiene che i memi sono reali replicatori che operano nel campo dell’evoluzione e che, come i geni, sono soggetto all’algoritmo darwiniano, oltre a mostrare cambiamenti evolutivi.

La memetica – accolta con qualche sospetto da molti studiosi – applica concetti mutuati dalla teoria di Darwin e dalla genetica alla cultura umana e cerca di spiegare concetti come la religione e la politica o idee fortemente controverse come quella relativa all’esistenza di Dio con modelli matematici. E’ stata anche descritta come una sorta di sociobiologia, con la differenza che in questa si evolvono i geni  e non i memi. La sociobiologia, del resto, studia unicamente le basi biologiche dei comportamenti umani, e non si occupa della loro evoluzione culturale.

Cercare di rendere più facilmente comprensibili queste ipotesi potrebbe addirittura essere pericoloso, si potrebbe persino correre il rischio di costruire un nuovo meme che ci induce a seguire solo le regole semplici ed elementari e a ignorare le più complesse anche se in fondo in fondo sappiamo che sono più giuste o più utili o più aderenti alla verità. Possiamo invece provare con un esempio.

Immaginiamo un uomo della preistoria che conosce a malapena il mondo in cui vive e ogni giorno si imbatte in qualcosa che non capisce, che lo addolora e di cui ignora l’origine e la finalità. Immaginiamo che alcune di queste cose gli provochino un particolare dolore perché lo danneggiano e peggiorano la qualità della sua vita: un fulmine colpisce l’uomo che lo ha allevato e lo fa dormire di uno strano sonno dal quale non è possibile svegliarlo; la donna che viveva con lui e gli ha dato i figli se ne va con un altro uomo; alcuni dei suoi figli, mentre lo aiutavano nella caccia, vengono uccisi da una bestia feroce; il suo vicino lo picchia col suo bastone e gli porta via il cibo che era riuscito a raccogliere. Proviamo a immaginare quali saranno le sue reazioni: proverà a capire che cos’è quel sonno e dove è andato ora suo padre; perché esistono bestie feroci e se per caso qualcuno non le aizzi contro di lui; perché un altro uomo può portargli via le cose che lui si è procurato. Potrà trovare diverse risposte, ma la più semplice sarà certamente quella che immagina l’esistenza di un potere al quale lui non può far fronte; penserà prima alla sfortuna e poi immaginerà di essere colpevole di qualcosa che lui nemmeno sa e di essere punito per questo errore che ha fatto proprio da quella potenza, alla quale finirà col dare un nome, un volto e una dimora; si chiederà se questa potenza può essere blandita; tenterà di immaginare un modo di proteggere i suoi figli perché gli sono stati utili e senza di loro la sua vita è più difficile. Potrà anche avere pensieri diversi, forse più complicati, forse più razionali, ma certamente prevarrà il primo perché di tutti è il più semplice e il più spontaneo e soprattutto perché molti altri uomini come lui daranno risposte simili per dare un senso ai propri sgomenti. Ebbene abbiamo assistito alla nascita di una serie di memi, un po’ diversi l’uno dall’altro, di durata differente, più o meno sostituibili nel tempo, ma che cresceranno nel brodo culturale e si diffonderanno, dando persino modo agli altri uomini di dar loro dei nomi: nomi che conosciamo tutti come Dio, religione, comandamento, paternità, colpa, peccato.

Dawkins ha anche reso in esame i motivi che fanno sì che alcuni memi abbiano più successo di altri e li identifica negli stessi che hanno importanza nella evoluzione darwiniana, longevità, fecondità e fedeltà di copiatura. Egli però trova, tra geni e memi, una fondamentale diversità: i primi sono irreggimentati nei cromosomi, i secondi sono invece liberi di fluttuare nel brodo primordiale. E naturalmente spende molte pagine , da non credente, per illustrare, con qualche evidente divertimento, il complesso dei memi religiosi, quello che noi chiamiamo fede.

Le teorie che si basano, in modo spesso molto diverso e non sempre razionale e comprensibile, sulla imitazione, considerandola la fonte principale del cambiamento ( e quindi anche dei mutamenti della regola etica dei quali la nostra società è continuamente testimone) possono spiegare – qualche volta facilmente, qualche volta con fatica – il fenomeno del contagio e la formazione di quella che abbiamo deciso di chiamare morale, la comprensione (affidata prevalentemente a processi intuitivi ) di ciò che è opportuno classificare buono e di ciò che è saggio giudicare cattivo, nei nostri atti e nei nostri pensieri come nel comportamento del nostro prossimo. Quale che sia lo strumento ultimo del contagio ne deriva finalmente la creazione di una falsariga sulla quale è possibile (ma non sempre facile) leggere e interpretare eventi e pensieri, con tutte le inevitabili varianti che derivano dal fatto che gli untori possono essere tanti e spesso molto diversi tra loro. Così la regola morale può essere diversamente interpretata e scritta: non desiderare la donna d’altri può essere una norma rigida e assoluta ma può anche trovare attenuazione in una serie di fantasiose eccezioni ( non vale se si tratta della moglie di un vecchio o di un mio nemico personale,  non vale se è molto bella, vale solo se mi concedete 4 mogli e un gran numero di concubine). Ne deriva che persino i problemi più antichi ed essenziali dell’uomo – il timore di essere ucciso; la paura di vedersi sottrarre le cose più care – non hanno regole certe e non aiuta certamente il fatto che si tratti di norme scritte  molti secoli or sono. Pensate a quanto può essere complicato trovare regole accettabili per i nuovi quesiti che la società moderna propone a noi tutti e che non possono trovare una risposta nelle religioni. Ma non credo che esistano alternative a quelle che ho descritto e che sia indispensabile lasciare alla morale di senso comune e solo a lei il diritto di scrivere le nuove regole. Potrebbe essere diverso se qualcuno avesse il privilegio di conoscere la verità, ma questo non è nelle nostre corde: se ci pensiamo, tra le intuizioni di ieri e le dubitose conoscenze di oggi non c’è poi una così grande differenza, possiamo benissimo fare a meno di Dio.

 

Credo che da quanto ho scritto si possano trarre almeno alcune conclusioni che mi sembrano abbastanza importanti: la prima riguarda il fatto che la formazione della morale di senso comune deve essere uno dei punti nei quali la nostra società si deve cimentare con particolare impegno. Vale la pena ricordare che la coscienza si forma per contagio e che il contagio può essere opera di un untore (e le conseguenze possono essere i brutali genocidi dei quali è responsabile il fanatismo religioso  nel vicino oriente) o come conseguenza di una vaccinazione, che deve impedire che questi fanatismi abbiano modo di contagiare i nostri giovani. La seconda conclusione è che la promozione culturale su questi temi dovrebbe essere affidata a una bioetica descrittiva, capace di consentire ai giovani di ragionare sulle varie posizioni morali esistenti, confrontarle e scegliere quella che ritengono migliore. Posso persino immaginare che di questo compito, e di quello di monitorare le modificazioni del sentire comune che si verificano nella nostra società, dovrebbero farsi carico i Comitati per la Bioetica, che attualmente, almeno nel nostro Paese, stanno svolgendo compiti del tutto diversi e non sempre utili.

Non sono sicuro che le cose che ho scritto possano aiutarvi a leggere e capire questo (ripeto) bel libro. Ma, per mia fortuna e per  la fortuna degli scrittori di Prefazioni, i libri ben scritti non hanno alcun bisogno di noi.

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