Accanimento terapeutico2018-12-15T13:24:02+02:00

Accanimento terapeutico

Dicembre 2006

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C’è un coro di critiche nei confronti del cosiddetto accanimento terapeutico, ma non sono sicuro che esista un vero accordo in proposito : su questi temi basta poco per cambiare completamente il significato di una scelta. Prendiamo, ad esempio, il testamento biologico, quello che dovrebbe consentire a tutti di stabilire le regole della propria morte nel caso che la malattia ci impedisca di farlo personalmente.

Ebbene, tra le persone che si dichiarano favorevoli ce ne sono molte che ritengono che comunque non si possa rinunciare ad alcune attenzioni ( guai a chiamarle interventi medici) come l’alimentazione e l’idratazione: eppure, se si accetta questa regola, il testamento biologico perde gran parte del suo significato. E qualcuno dovrebbe spiegarmi perché, se sono cosciente, la mia decisione di non essere nutrito a forza è legge, mentre se sono in coma la mia volontà, pur chiaramente espressa attraverso il mio testamento, non ha più alcun valore.

Il problema vero è che dietro a queste ipocrisie, a questi giochi di prestigio, si nasconde il problema vero che molti hanno paura ad affrontare: secondo la religione cattolica la vita non ci appartiene, ci è stata donata da Dio e non ne possiamo disporre. Questo è, naturalmente, assolutamente inaccettabile per chi in dio non ha nessuna ragione di credere e che ritiene di essere padrone della propria esistenza, Siamo dunque in un impasse, determinato dal fatto che ancora una colta si cerca di stabilire regole religiose per un principio che in un paese laico dovrebbe rispettare le decisioni individuali. Siamo di fronte alla contrapposizione di differenti ideologie ed è assurdo affrontare il problema cercando di stabilire maggioranze e minoranze: su questi temi deve prevalere il rispetto della laicità e debbono essere trovate soluzioni che tengano ugualmente conto dei principi etici di tutti i cittadini.

E’ comunque ora di affrontare il problema dell’eutanasia, senza lasciarsi fuorviare da false prospettive e da soluzioni ipocrite. Ad esempio, il fatto che si cerchi di predisporre nel paese centri di cure palliative e di terapie anti-dolore è importante, è civile, ma non modifica per niente la necessità di approvare una legge che stabilisca norme precise per l’eutanasia. Cure palliative e terapia del dolore, infatti, non hanno granchè a che fare con la dignità delle persone ed è proprio la sensazione di perdere questa dignità che persuade molti a chiedere di essere aiutati ad andarsene, possibilmente in modo quieto e indolore. E’ dunque fondamentale che esistano nello stesso paese sia le cure palliative che la possibilità di ricorrere all’eutanasia, in modo da rendere possibile a ciascuno di noi di scegliere in tutta serenità, tenendo conto dei propri principi e del proprio senso della dignità. Non esiste una contraddizione tra questi termini e mi sembra che i principi che ispirano l’eutanasia (soprattutto il valore dell’autonomia) e quelli che ispirano le cure palliative ( in particolare quello della beneficenza) non siano per nulla contraddittori, soprattutto se alla beneficenza si assegna il significato di un’azione eseguita nel miglior interesse del malato, il cui metro non può essere che individuale.

A questo punto sarà compito della legge rassicurare coloro che temono che l’eutanasia possa diventare un temibile strumento nelle mani di una parentela odiosa e interessata all’eredità del malato o di medici in cerca di organi da trapiantare: tutti timori che mi sembrano più il frutto di elucubrazioni paranoidi che il risultato di un’analisi serena di un importante problema sociale.

Intanto dobbiamo ringraziare Welby per aver rinunciato ai vantaggi che certamente avrebbe avuto se non avesse attratto su di sé i riflettori e deciso di diventare un caso esemplare. Così facendo ha aperto un caso, che nessuno potrà chiudere facilmente. Il prezzo che sta pagando è comunque molto alto: a me e a molti altri sembrava un esempio sin troppo chiaro di accanimento terapeutico, ma la magistratura non è ancora riuscita a prendere partito. Chissà se questi magistrati hanno capito cosa significa, per Welby, questa attesa.

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