Due lettere di replica a Vittorio Possenti su CNB e embrione2020-03-31T17:25:36+02:00

Due lettere di replica a Vittorio Possenti su CNB e embrione

da “BIOETICA – Rivista interdisciplinare – Anno XXI, nn. 2-3/2013”

Novembre 2013

Scarica e leggi in formato PDF

1. Introduzione del curatore

Nella sezione “Il dibattito in bioetica” del fascicolo 3/2012, la rivista Medicina e morale ha pubblicato quattro lettere di Vittorio Possenti sotto il titolo: “Sugli argomenti razionali e confessionali usati dal CNB e sullo statuto dell’embrione umano. Una discussione con Carlo Flamigni” 1.

In una breve “Premessa”, Possenti spiega che «l’origine dello scambio con Flamigni è da rintracciare in un giudizio avventato sulle bioetiche religiose e confessionali, formulato [da Flamigni] nel suo codicillo di dissenso riguardante il documento CNB su “Bioetica e scuola” e in generale il metodo stesso del CNB  (luglio 2010)» (427). Ricorda che da tale codicillo è scaturita una discussione  più ampia che «dal metodo del CNB che si è allargato alla questione dell’embrione » (427); che le lettere erano “private” nel senso di essere note a tutti i  membri del CNB ma non all’esterno; che Flamigni ha poi pubblicato ampie  porzioni delle sue missive nel suo intervento apparso nel fascicolo 3/2011 di  Bioetica Rivista interdisciplinare. 2 dedicato al Parere del CNB Bioetica e scuola  «senza indicare origine e motivi dello scambio. Sarebbe stato più coerente  ed equo pubblicare le lettere di entrambi gli interlocutori, dando effettivamente  ai terzi l’opportunità di valutare con cognizione di causa» (427). Per  questo, Possenti  ha proposto a Flamigni «di pubblicare l’intero carteggio su  una rivista da individuare assieme» (427). Non avendo ricevuto risposta,  ha provveduto a rendere pubbliche le sue lettere cui ha «apportato qualche taglio per evitare ripetizioni» (427).

Oltre a promuovere il dibattito interdisciplinare in chiave pluralista, Bioetica. Rivista interdisciplinare cerca di essere anche una sorta di “memoria storica” di quanto avviene nella bioetica italiana. Da questo punto di vista lo scambio di lettere tra Possenti e Flamigni è significativo perché offre uno spaccato di ciò che accade nel CNB. So bene che su questo Possenti ha un’opinione diversa, visto che dichiara di essere sconcertato dal fatto che Flamigni inserisca le pagine sul nostro scambio entro uno scritto (quello pubblicato su Bioetica [3/2011]) teso a criticare pesantemente il modo di lavorare del CNB, come se la nostra discussione privata abbia qualcosa a che fare col metodo del CNB o deponga contro di esso» (443).

Ebbene sì!, quella «discussione privata» è di estremo interesse per capire come si lavora nel CNB, quale tipo di “dialogo” si instaura tra i suoi membri, qual è il “clima umano” che informa le riunioni e i toni del dibattito, la tensione presente per giungere alla posizione “migliore” o il livello di attenzione che guida le analisi degli argomenti, e molti altri aspetti della vita del CNB: insomma, per capire qual è il metodo del CNB. Quel carteggio ci aiuta a conoscere un po’ di più il CNB che, in un senso, è il grande sconosciuto della bioetica italiana. Di esso si sa che è di nomina politica essendo i suoi membri scelti dal Presidente del Consiglio, ma i media (forse abbagliati dal termine «etica») lo presentano come il gruppo dei “saggi” scelti per la loro grande competenza specifica e per il loro presunto essere al di sopra delle parti. Si sa che i Pareri del CNB sono approvati per votazione, anche se questa procedura è stata criticata sin dall’inizio perché ritenuta poco consona all’etica, ambito questo in cui vale la forza delle ragioni e non la conta delle teste. 3

Si sa poco o nulla dei criteri in base ai quali vengono scelti i membri e precostituite le maggioranze, anche se voci ricorrenti da sempre sottolineano la forte influenza esercitata dalla chiesa cattolica, che sin dall’inizio ha mostrato grande attenzione a questi temi. Si sa anche che quest’influenza è cresciuta con l’avvento del sistema maggioritario (1994) sia perché questo sistema ha favorito il “piglia tutto” da parte dei cattolici, ora sparpagliati nei vari schieramenti e non più confinati nella Democrazia Cristiana, sia perché con gli anni Novanta è cresciuto il rilievo pubblico della bioetica con l’accentuarsi delle “culture wars”4 . Ancora si sa che il CNB ogni tanto “paracaduta” sul Paese un Parere su un tema bioetico, ma poco o nulla si sa su come tali temi vengano scelti. Si sa che a volte sono stati sollecitati da un qualche ministro turbato da un nuovo progresso biomedico e bisognoso di rassicurazioni, prontamente date dalla maggioranza di turno del CNB 5 . Ma per il resto non si sa nulla delle ragioni che portano alla scelta di un determinato tema, né dei dibattiti o delle riflessioni che stanno alla base dell’elaborazione dei Pareri, né delle dinamiche interne al CNB, perché i verbali delle riunioni non sono pubblici.

Eppure, come ogni comitato di etica, anche il CNB dovrebbe essere una “casa di cristallo” in cui la trasparenza, la correttezza e il fair play regnano sovrani. Queste caratteristiche renderebbero l’istituto una sorta di “modello ideale” per la vita sociale, essendo il suo funzionamento improntato a collaborazione e reciproca stima, pur nella differenza di posizioni. L’etica, infatti, è l’ambito che riguarda il “bene sommo”, il “giusto” e gli altri ideali alti e nobili dell’esistenza. Il “saggio” impegnato in etica è proteso non già alla vittoria della propria posizione ma alla ricerca della soluzione “giusta”, ossia quella valida per tutti. Pertanto, presta, o dovrebbe prestare, grande attenzione alle tesi altrui per coglierne e valorizzarne gli aspetti positivi, ed è anche disposto a riconoscere l’eventuale forza delle ragioni dell’altro. Sa bene che spesso fattori contingenti distorcono la corretta prospettiva, o che l’immediata realizzazione pratica degli ideali comporta aspetti complicati. Per questo assume un atteggiamento che lo porta alla disamina spassionata e imparziale dei problemi in campo, atteggiamento che lo rende estraneo alla ricerca di voti per raggiungere la maggioranza, la quale serve per imporre una posizione sull’altra e pare essere oggetto più consono all’attenzione dei politici.

Quando i media e i giornali parlano del CNB come de “i saggi”, sembrano trasmettere, almeno vagamente, un’immagine che fa riferimento al modello ideale sopra richiamato. Lo scambio di lettere tra Possenti e Flamigni è interessante come minimo dal punto di vista storico perché apre uno spiraglio su «il CNB visto dall’interno» e ci offre una visione del suo modo di lavorare un po’ più realistica di quella paludata e “ufficiale” trasmessa dai media e suggerita anche dal CNB stesso nel suo auto-elogio 6 .

Proprio perché getta luce su un altro aspetto del CNB (quello della “competenza” di questi “saggi”), merita qui di essere ricordata la testimonianza di uno della prima ora che ne ha fatto parte per oltre 15 anni: «Confesso che quindici anni fa, quando fui inaspettatamente nominato membro del Comitato Nazionale per la Bioetica, ero talmente all’oscuro della materia, che non avrei saputo rispondere nemmeno a questa elementare domanda [“Che cos’è la bioetica?”]. Mi sembrò doveroso, per conseguenza, rinunciare all’incarico. Ne fui dissuaso da una persona a me cara, cui mi rivolsi per un consiglio: “Non abbia timori di questo genere. La bioetica come disciplina a sé non esiste. L’etica è una sola. I suoi principi, ammesso che esistano, ed i problemi che solleva sono gli stessi in tutte le attività umane, dalla filosofia alla scienza, dalla politica ai piccoli gesti della vita quotidiana. Rinunci all’incarico se non ha tempo o voglia di impegnarsi, ma non col pretesto di non conoscere la materia”. In realtà i principi e i problemi della bioetica io li avrei faticosamente
messi a fuoco, ammesso che ci sia riuscito, solo negli anni successivi studiando la materia e dibattendola in parte dentro il Comitato Nazionale per la Bioetica» 7 .

Sembra che casi simili non siano isolati, e in una sua lettera Flamigni ha puntuali osservazioni anche su questo problema. In generale, il carteggio tra Possenti e Flamigni ci consente di vedere dal di dentro del CNB quali sono le questioni in esso esaminate, il modo con cui vengono affrontate, il tipo di argomenti prodotti e molti altri particolari, facendoci toccare con mano la distanza tra l’ideale di Comitato etico sopra delineato e la realtà effettuale che caratterizza la vita del nostro CNB. Invece di essere “saggi” con specifica competenza in etica e pronti all’ascolto dell’altro, alcuni di essi dichiarano esplicitamente la propria ignoranza in materia di etica e altri ne affermano la scarsa rilevanza o la totale irrilevanza, altri ancora, invece di prestare attenzione alle ragioni dell’altro come dovrebbe essere tipico in etica, assumono un atteggiamento a dir poco “autoreferenziale” che li porta a credere di aver raggiunto la vetta insuperabile del sapere. Di fronte a simile realtà ci si deve interrogare se il CNB rappresenti il luogo in cui si guarda in alto e verso l’ideale che ci si aspetterebbe da un Comitato etico, o non sia invece lo specchio degli aspetti bassi e peggiori della vita sociale, che nel nostro Paese ha raggiunto livelli infimi. Lo scambio di lettere tra Possenti e Flamigni unito alle altre testimonianze porta a chiedersi se il CNB possa continuare nella direzione intrapresa o se invece non sia giunto il momento di ripensare il suo ruolo e i suoi compiti.

La grave “crisi” che investe il Paese a tutti i livelli (economico, politico, istituzionale) sta imponendo una ristrutturazione di vasti settori della vita sociale e non è escluso che anche il CNB debba essere rifondato su nuove basi. Quest’esigenza si presenta imperiosa sia perché la rivoluzione biomedica sta aumentando il numero delle innovazioni, sia perché l’atteggiamento della società su numerosi temi bioetici è in rapida evoluzione e un CNB incapace di ascolto delle esigenze diffuse e prefissato sulle prospettive note, alla meglio, risulta completamente inutile e, alla peggio, è fonte di danni. In questo senso, lo scambio di lettere tra Possenti e Flamigni è significativo, e per questo ho chiesto a Flamigni di avere il testo completo delle sue due lettere e anche un nuovo contributo al dibattito. Ha declinato quest’ultima richiesta rilevando la sua inutilità in assenza di un qualche concreto barlume di cambiamento della situazione, ma mi ha inviato con la consueta sollecitudine le lettere in questione. Ho preparato quindi il seguente “dossier” nella convinzione che, almeno dal punto di vista storico, sia di un qualche interesse la ricostruzione di un frammento di un dibattito interno al CNB.

La speranza minima è che ciò possa contribuire ad aumentare la trasparenza interna al CNB, obiettivo che potrebbe essere facilmente raggiunto rendendo pubblici i verbali delle sedute, la cui riservatezza è davvero incomprensibile per un istituto che dovrebbe essere una “casa di cristallo”. La speranza massima che ciò possa contribuire al ripensamento del CNB stesso, la cui urgenza mi pare sia sotto gli occhi di tutti e diventi ancora più palese dalla lettura delle lettere pubblicate e da quelle da me riassunte in questo “dossier”.

2. L’origine dello scambio delle lettere: la Postilla di Carlo Flamigni

All’origine del dibattito epistolare sta l’approvazione a maggioranza del Parere intitolato “Bioetica e formazione nel mondo della scuola” (16 luglio 2010). Questo doveva fungere da “manifesto culturale” del protocollo d’intesa tra CNB  Ministero dell’Istruzione studiato per realizzare un più vasto programma del governo Berlusconi circa l’insegnamento della bioetica nelle scuole pubbliche. In questo quadro, il Parere propone che l’educazione alla bioetica sia attuata «mediante metodologie pedagogiche e strumenti didattici coerenti con gli obiettivi formativi, partendo dai documenti
del Comitato Nazionale per la Bioetica e degli Organismi internazionali» 8 .

Questo è stato e resta il punto principale di dissenso, che a giudizio di Flamigni scaturisce dalla scelta fatta sin dall’inizio di svolgere un compito prescrittivo teso a presentare una precisa soluzione normativa invece di quello descrittivo teso a chiarire i termini dei problemi in gioco, lasciando alla politica la scelta della soluzione più idonea. L’effetto di questa scelta è stato l’approvazione di un gran numero di “documenti di bioetica cattolica” da parte delle maggioranze cattoliche di turno presenti nel CNB. Ora, superando abbondantemente la misura della decenza, il CNB propone di trasformare questi documenti di “bioetica cattolica” in base di partenza di un programma di educazione bioetica nazionale nelle scuole attuato grazie alla collaborazione del Ministero competente retto dal ministro Gelmini del muove una critica radicale all’intero lavoro del CNB. Ecco il testo del cosiddetto “codicillo” scritto da Flamigni (come appare sul sito del CNB).  Di qui la dura opposizione di Flamigni, il quale muove una  critica radicale all’intero lavoro del CNB. Ecco il testo del cosiddetto “codicillo” scritto da Flamigni  (come appare sul sito del CNB).

3. La Postilla di Carlo Flamigni al Parere del CNB

Se un membro del CNB è costretto a scrivere un codicillo di dissenso rispetto a un documento approvato da una cosiddetta “maggioranza” significa molto evidentemente che la suddetta maggioranza non ha accettato di inserire il suo dissenso nel documento. Questo rifiuto, nella fattispecie legittimo (ma, a mio avviso, frutto di una scelta iniziale del tutto sbagliata) dipende dal fatto che la prefata “maggioranza” ha deciso che il Comitato Nazionale per la Bioetica deve svolgere un compito “prescrittivo” e non “descrittivo”, e di non seguire l’esempio della quasi totalità degli altri comitati di bioetica nazionali. Continuo a scrivere “maggioranza” tra virgolette perché non credo che esista alcuna maggioranza in un consesso che non è stato istituito secondo le regole della democrazia, ma in base a criteri arbitrari (dove sono in effetti i rappresentanti dei protestanti, dei musulmani e dei buddisti all’interno del CNB?) e perché risolvere a colpi di votazioni i dissensi sui problemi morali è, sempre a mio avviso, semplicemente ridicolo.

Il CNB ha discusso più volte questo argomento, scegliendo, in modo piuttosto paradossale, di dirimere la questione posta da alcuni membri sulla non opportunità di mettere ai voti le differenti posizioni morali emerse mettendola ai voti. Nei documenti che ho potuto esaminare, il cosiddetto “paradigma descrittivo” viene descritto come quello che dà il maggior rilievo all’aspetto razionale dell’etica, un aspetto che porta a riconoscere l’esistenza, nelle condizioni tipiche delle società aperte, di una pluralità di valori. Adottando questo paradigma il Comitato dimostrerebbe che nella società italiana si possono identificare, nei complessi problemi della bioetica, una pluralità di soluzioni, alcune delle quali sostenute da ragioni chiare e razionali, altre prive di giustificazioni evidenti e accettabili. Il Comitato diventerebbe così il luogo autorevole dove si chiariscono i principali dilemmi bioetici del nostro tempo, senza la pretesa di possedere la chiave della verità, l’unica che potrebbe consentire di stilare sentenze che non potrebbero essere impugnate. In questo modo l’opinione pubblica potrebbe riconoscere, nella pluralità delle posizioni, una fonte di opportunità e non un motivo di disordine; la politica, dal canto suo, potrebbe molto più agevolmente e responsabilmente svolgere il compito che le è proprio, cioè quello di mediare e di scegliere. Tutto ciò, affidato alla forza della ragione e non alla prevaricazione del voto di maggioranza: chi riceve un parere descrittivo può valutare in piena libertà i vari argomenti e scegliere quelli che gli sembrano più convincenti. È ormai evidente che chi sa di non poter contare su argomenti razionali ma può solo affidarsi a verità rivelate, non può accettare una soluzione tanto ragionevole, la finta razionalità delle bioetiche religiose e confessionali non reggerebbe al confronto.

A questo punto mi sembra ovvio che definire i documenti del CNB neutrali e pluralisti è scorretto e altrettanto scorretto è quindi indicarli nel documento come testi fondamentali ai quali fare riferimento per l’insegnamento della bioetica nelle scuole: in realtà i documenti “descrittivi” scritti dal CNB sono pochissimi, quasi tutti hanno il carattere prescrittivo, il che è naturalmente conseguente al fatto di aver confinato i pareri della minoranza in codicilli di dissenso, acclusi in teoria al documento principale, ma destinati a essere ignorati da tutti (come io stesso ho potuto dimostrare in differenti occasioni). Per essere ancora più chiari, quasi tutti i documenti del CNB sono documenti di “bioetica cattolica”, ammesso e non concesso che una tale anomalia esista veramente. Così questo documento, del quale non sottovaluto l’importanza e non ignoro l’interesse, perde tutte le sue qualità fondamentali perché contiene una dichiarazione che non corrisponde alla verità, cosa assolutamente inaccettabile soprattutto per un elaborato che si rivolge agli educatori e ai giovani. Il fatto di essere l’unico a dissentire su di esso dimostra quanto poco valga questa scelta di procedere a colpi di maggioranza e comunque non dice tutta la verità sulle posizioni prese dai membri del Comitato su questo tema. Se guardo al passato, debbo ricordare che posizioni assolutamente sovrapponibili alla mia furono prese da Eugenio Lecaldano e da Carlo Augusto Viano, cosa che può essere facilmente verificata (la prima richiesta alla Presidenza di non votare i documenti risale al 1990 e fu fatta dal professor Lecaldano e da me).

Naturalmente non farò riferimenti ai membri attuali e alle posizioni da loro assunte nelle discussioni interne al Comitato, che debbono essere considerate riservate, ma ho trovato una recente dichiarazione pubblica del professor Luca Marini, vicepresidente in carica, e penso di poterla riportare. Copio da LEFT (16 luglio 2010, p. 66) un brano di una sua intervista. Alla domanda “quali scenari possono aprirsi alla bioetica italiana” il professor Marini risponde: «[…] Alla maggiore sensibilità verso la dimensione politica e mediatica delle problematiche bioetiche ha fatto seguito un atteggiamento strumentale da parte dei media che, indipendentemente dai ruoli e dalle funzioni del Comitato, hanno attribuito una valenza autorizzativa ai pareri di tale organismo, per sua natura puramente consultivo. La tendenza alla bioetica prescrittiva ha creato le condizioni favorevoli all’utilizzo dei pareri del CNB non solo come supporto ma addirittura come fondamento di pretesi atti di indirizzo normativo. […] Si è fornita al pubblico una immagine distorta delle competenze e del ruolo del CNB che è e resta almeno per il momento, di riflessione bioetica e non di legittimazione giuridico-normativa». D’altra parte sarebbe facilissimo, ma del tutto pleonastico, citare dichiarazioni dei membri cattolici del Comitato in favore della bioetica prescrittiva e colmi di assurdi peana nei confronti degli sventurati “codicilli”.

Come ho molte volte scritto, dunque, la scelta di produrre documenti di bioetica prescrittiva è il risultato del desiderio di dare voce ai principi della morale cattolica, una scelta che risale al 1990, anno dell’istituzione del Comitato, scelta che nessuno ha contestato con sufficiente energia (e di questo mi sento responsabile anch’io).

Accetto obtorto collo il fatto che in questo modo si è perduta l’occasione di dare al Paese quella cultura bioetica laica della quale evidentemente si sente ovunque la necessità, ma trovo sbagliato e pericoloso che si inseriscano dichiarazioni tanto discutibili (uso un understatement) in un documento rivolto agli educatori.

Carlo Flamigni

4. Della prima lettera di Possenti a Flamigni (1 agosto 2010)

Possenti ha scritto la sua prima lettera per esprimere «un’opinione meditata » (428) su due temi affrontati dalla Postilla i Flamigni. Il primo  riguarda la natura dei Pareri del CNB: attraverso una finissima esegesi del  decreto istitutivo del NB, Possenti giunge alla conclusione che il compito  prescrittivo è pienamente giustificato. «Quanto al votare, il CNB non  vota sulla verità dei criteri morali, ma vota documenti in cui si formulano  indicazioni su problemi scottanti» (428) e lo fa in base alla «qualità dell’argomentazione prodotta» e sostenuto in questo «dall’orizzonte dei diritti  dell’uomo, dagli altri valori della nostra Carta e di altre carte e convenzioni  internazionali» (428) – aspetto questo su cui si tornerà alla fine.  Il secondo tema riguarda invece «un passaggio assai pesante» del codicillo  di Flamigni perché il ricorso al compito precettivo nasconderebbe  l’assenza di argomenti razionali e la «finta razionalità delle bioetiche religiose  e confessionali», venendo così «a invalidare in linea di principio  l’intero lavoro del CNB» (429).

 Per confutare questa tesi, Possenti ritiene  si debba prendere in considerazione il tema dell’embrione e rimanda  subito a un capitolo del proprio volume Il Principio-persona in cui osserva  essere proposta «la migliore argomentazione in favore» dello statuto  personale dell’embrione «alla luce di un’idea personalista che rimane  centrale (per quanto strano possa sembrare a prima vista, i problemi di  bioetica sono almeno altrettanto problemi di antropologia e di ontologia  che problemi di etica)» (430). Possenti chiede al lettore di controllare  «se siano presenti argomenti di ragione o invece vi sia un richiamo alla  rivelazione» (430). Si dichiara anche disposto a cambiare idea ove gli  fosse presentato un argomento «più fondato e persuasivo del mio sinora  difeso» (430). Questo nuovo argomento mostrerebbe che la questione  dell’embrione umano è stata affrontata «senza manifesti meramente ideologici » e senza «trincerarsi dietro la bolsa retorica secondo cui il “cattolico”  in mancanza di argomenti si richiama indebitamente alla fede per  imporre la sua verità» (430).  In questo senso, quella che possiamo chiamare la «disfi da dell’embrione » secondo Possenti «oppone coloro che ritengono che la ragione  umana possa fare con le sue gambe un buon cammino – come nel caso della  dottrina della persona e dell’embrione – e coloro che riducono al minimo  il compito della ragione ed aspettano l’imbeccata solo dalla scienza, come se  la scienza da sola potesse dirci chi e che cosa è la persona umana» (430  corsivi nel testo). Questo sarebbe il «vero nodo» che costituisce «il conflitto  base interno alla bioetica contemporanea» (431).  Forse solleticato dall’idea di poter esaminare nientemeno che «la migliore  argomentazione» proposta in materia alla luce del personalismo, Flamigni ha  accettato la proposta di dibattito, rispondendo qualche mese dopo con la lettera che qui segue.

5. La prima replica di Flamigni a Possenti (3 novembre 2010)

Cari Colleghi, il mio codicillo ha suscitato risposte che meritano una replica.  Il gentile professor Possenti ha richiamato l’attenzione di tutti su un  passaggio che egli giudica «assai pesante» in quanto «è teso a invalidare in  linea di principio l’intero lavoro del CNB con la speciosa argomentazione  che i pareri del CNB sono “cattolici” e perciò fideistici, irrazionali, poiché  i cattolici sono incapaci di ricorrere alla ragione e si nascondono dietro la  rivelazione». Ritiene si tratti di «un’opinione talvolta proposta ma priva  di base […]; un’opinione supponente che si guarda bene dall’entrare in  medias res e sostenere una discussione in pari con l’oggetto in campo».  Rilevo come il professor Possenti mi attribuisca una «speciosa argomentazione»,  un’opinione «priva di base» e «un’opinione supponente».  Anche questi sono termini  «assai pesanti» e certamente supponenti, ma non credo che meritino alcun grido di  protesta, il professor Possenti ha il pieno diritto di esprimere la sua opinione e di  criticarmi come ritiene opportuno, un diritto che appartiene a tutti e che ritenevo spettasse  anche a me. Comunque, anche a rischio di apparirvi poco educato e supponente,  cercherò di rispondere alle critiche del professor Possenti.

Non darò invece alcuna  risposta al professor D’Agostino, che pure ha avuto parole molto dure nei miei confronti,  per la ragione che cercherò di spiegare nelle prossime righe.  Il professor D’Agostino ricorderà, spero senza troppa irritazione, che  in tempi ormai lontani avevo chiesto che i Presidenti Onorari non partecipassero  alle votazioni. Immagino che sia ben chiaro che la mia richiesta  non aveva a che fare con problemi di possibili maggioranze “scippate”  per il loro voto, se volessi strappare un voto di maggioranza al Comitato  dovrei convincere tutti, dico proprio tutti, i membri delle mie buone  ragioni e immagino che questa possa essere considerata un’impresa impossibile.  In realtà la mia richiesta prendeva origine dalla mia personale  interpretazione del ruolo di un Presidente Onorario (le maiuscole non  sono casuali), ruolo che a mio avviso lo dovrebbe costringere a un grande  distacco dai problemi quotidiani e dalle discussioni un po’ involgarite  dalla passione, per diventare il difensore di tutti e proteggere ognuno di  noi dagli errori e dalle intemperanze alle quali ci condanna la certezza dei  nostri buoni motivi, una sorta di cavaliere che non ha più macchie sulla  sua corazza (paura certo non l’ha mai provata) e difende la ragione e il  buon senso, l’equilibrio e la buona fede. Ruolo difficile, lo capisco, ma  non impossibile e che se fosse esercitato da persone ricche di prestigio e  di cultura porterebbe grandi vantaggi al lavoro del Comitato.  Ebbene, il professor D’Agostino – che pure io considero un uomo  illuminato, e non solo dalla sua fede – ha scelto di interpretare un ruolo  diverso, e ne ha tutto il diritto. Ritengo di avere anch’io il diritto di  continuare a considerarlo diversamente paludato, senza la corazza del polemista,   rivestito solo dalla tonaca di Socrate. Naturalmente questo mi  costringe a non replicare alle sue opinioni: nella mia città, che è stata a  lungo governata da Novanta Pacifici, esisteva una norma non scritta (ma  osservata con scrupolo da tutti i cittadini) che imponeva il più assoluto rispetto  per tutti i membri del consesso soprattutto quando lasciavano la carica  e diventavano, in qualche modo, onorari anch’essi, cosa che avveniva  quasi sempre per problemi di salute. Mi atterrò dunque anch’io a questa  norma e sono certo della comprensione del professor D’Agostino, che  certamente non me ne vorrà se lo considero il novantunesimo Pacifico.

A questo punto vengo al problema principale, che è quello che riguarda  i documenti del CNB: io ho scritto (ma l’ho scritto molte volte, non  capisco le ragioni di questa reazione oggi, a tre mesi dalla mia ultima partecipazione  ai lavori del CNB) che il Comitato, contrariamente a quanto  ritengo sia il suo diritto, vota sulle opinioni e pubblica documenti di  maggioranza, lasciando alla minoranza il miserabile diritto di pubblicare  misteriosi (nel senso che non è certo che qualcuno li legga) codicilli di  dissenso; ho scritto che la maggioranza è cattolica, e spero che nessuno  voglia contestare questo punto; ho scritto che si tratta di documenti di  parte e che pertanto non possono essere proposti come “testi ufficiali”  per l’insegnamento della bioetica nelle scuole.  Non ci avevo pensato prima, ma proprio quello su “Bioetica e formazione  nel mondo della scuola” è un documento cattolico alla radice,  nell’impostazione. Infatti accetta di partenza la tesi di monsignor Sgreccia  secondo cui l’etica dipenderebbe dall’antropologia filosofica, tesi che  è tutt’altro che condivisa dai migliori bioeticisti in campo mondiale e che  in Italia è stata esplicitamente contraddetta da Maurizio Mori, il quale ha  dimostrato come da una medesima antropologia si possono trarre conclusioni  etiche molto diverse. 9

Immagino che a nessuno potrebbe venire  in mente di affermare che da una concezione filosofica idealistica deriva  una sola opzione etica, mentre sappiamo bene che da essa derivano il  liberalismo crociano e il fascismo di Gentile.  Ma per rispetto al collega Possenti, mi sono procurato il volume da  lui consigliato e sono andato a vedere in medias res le tesi da lui sostenute.  Non sono sicuro di avere capito esattamente tutto, vorrei ricordare ai  colleghi che sono solo un ginecologo, ma a p. 123/4 si legge: «sollevando  la domanda sull’embrione umano ci collochiamo in un ambito problematico  diverso da quello morale … che intende rispondere al quesito se qualcosa sia  moralmente lecito o illecito. Non è l’etica il filo conduttore del mio discorso,  ma l’ontologia. Opino che lo slittamento quasi immediato al piano dell’etica  sia un equivoco … Sarà dalla risultanza dell’indagine ontologica che prenderanno  rilievo delle obbligazioni morali».  Mi complimento con Possenti per la chiarezza dell’affermazione: l’ontologia  riguarda l’essere, la realtà delle cose, mentre l’etica riguarda il valore  (buono o cattivo) o la prescrizione (lecito o illecito). La questione  dell’embrione riguarda l’ontologia, ossia ciò che è. Si tratta quindi di tener  conto dei dati della biologia per vedere ciò che l’embrione è a prescindere  da ciò che è buono o cattivo, oppure lecito o illecito, fare dell’embrione.   Possenti  osserva quindi che per rispondere a questo problema si debbono chiarire le nozioni di individuo, sostanza e persona. Presenta così la definizione di Severino Boezio, su cui per brevità soprassiedo, e passa  ad esaminare «l’idea funzionalistica di persona diffusa in vari settori della  cultura moderna, per la quale l’essere persona dipende da proprietà che “siano empiricamente accertabili”, quali: “libertà, esistenza di flussi psicologici, autocoscienza, riflessione,” …». A questo punto afferma: «Facendo riferimento a diverse funzioni, si va incontro alla spiacevole conseguenza che esser-persona secondo un certo carattere A non comporta esserlo secondo un altro carattere B, e dunque esisterebbero diverse classi di persone» (p. 125, grassetto aggiunto). E subito dopo: «Inoltre riducendo la persona ad un certo numero di funzioni, l’esser persona avrà dei gradi a seconda dell’ampiezza con cui eserciterà quella funzione; … Non è chi non veda la problematicità di una simile posizione che introduce surrettiziamente una discriminazione fra gli esseri umani sulla  base del possesso di certe funzioni, differenziati non in base a quel che sono, ma in base a quel che fanno o possono fare» (p. 125-6, grassetto aggiunto). Ho messo in grassetto “spiacevole” e “discriminazione” per far emergere  che si tratta di termini valutativi o morali. Pertanto quella che il  collega Possenti spaccia per analisi ontologica ossia riguardante l’essere è  in realtà una analisi valutativa o morale. Ho fatto il medico per tanti anni  e non ho studiato approfonditamente la logica, ma John Locke ha scritto  che gli uomini possono essere capaci di ragionare anche senza avere  studiato l’Organon di Aristotele. E se non sbaglio, la prima proposizione  di Possenti che pretende di escludere l’etica dall’analisi del problema  dell’embrione è in contraddizione con la seconda.  Il ragionamento di Possenti è quindi, almeno a mio avviso, scorretto.

Diversamente da quanto crede, la sua conclusione dipende dalla visione  cattolica e religiosa, come sostengo nel mio codicillo.  Adesso che ho mostrato che il suo ragionamento è scorretto, vi chiedo  se rendere esplicito il mio convincimento rappresenti una mancanza di  rispetto nei confronti del professor Possenti. A me non sembra. Certamente  se lo mettessimo ai voti è molto probabile che anche una contraddizione  passerebbe come sacrosanta e razionale; se lo mettessimo ai voti,  risulterebbe anche che averla sottolineata in questa lettera è maleducato,  barbaro e incivile. Ma forse in questi casi i Presidenti Onorari mi verrebbero  in soccorso.  Di fatto, il documento sull’embrione è stato criticato e sia Carlo Augusto  Viano che Maurizio Mori hanno dimostrato che esso contiene degli  errori positivi di logica 10 ,  ed è francamente un po’ ridicolo (ops!) che un  consesso di “teste d’uovo” come il nostro  commetta questo genere di errori.  E vengo così alla vexata quaestio della bioetica descrittiva e prescrittiva. Il punto è che data la  confusione esistente sui temi bioetici e data la difficoltà di chiarire le diverse problematiche, il Comitato  invece di essere precettivo e dire che è lecita, doverosa o vietata una certa pratica,  cosa che sui temi caldi risulterà quasi sempre a maggioranza e quindi per sopraffazione della minoranza,  è opportuno limitarsi al lavoro di chiarimento, come peraltro svolto egregiamente da altri Comitati  nazionali, tra cui spicca quello danese. Ovviamente ci sono temi su cui non può  esistere un disaccordo come la tortura a scopi gratuiti o l’infliggere fumo passivo a  chi non lo volesse. Ma sono decisioni banali come lo sono alcuni  dei Pareri del CNB.  La scelta di precettività nasconde un altro senso  in cui il CNB è cattolico, dal momento  che sono fin troppo evidenti le  pressioni e i veti vaticani nella nomina dei membri.  Anni or sono mi venne spontaneo dire che si trattava del “Comitato dei vescovi”; debbo  riconoscere che i ruoli sono progressivamente degradati e che l’attuale  protettore di molti membri del Comitato è San Guido di Anderlecht.  Rispondo brevemente a chi mi ha sollecitato a dimettermi, visto che  sono stato nominato e che non ho fiducia in chi mi ha scelto. Ci ho pensato,  e credo che mi sarei dimesso se avessi ricevuto uno stipendio e se far parte del Comitato fosse stata una qualsiasi fonte di vantaggi per me. Non è così, come tutti sappiamo, per cui resto a dire le mie ragioni, lo debbo ai milioni di laici e di non credenti che vivono e lavorano in questo Paese. Richiamare il fatto che non siamo stati votati ma solo proposti mi sembra, d’altra parte, un perfetto autogol: come può un consesso che si è formato al di fuori delle norme della democrazia scegliere di adeguarsi proprio alla sua regola aurea e votare sulle proposte e sulle opinioni? La sua maggioranza è casuale, il voto non ha nessun valore, è, ancora una volta, ridicolo. Esiste, debbo concludere, un grande desiderio di far parte di una maggioranza, un desiderio così grande che si esprime persino con sollecitazioni a lasciare il posto indirizzate con scarsa signorilità all’unica persona che, almeno apparentemente, costituisce la minoranza. Ma le maggioranze bulgare non erano considerate ridicole?

Mi auguro che non sia stato trattato male anche il professor Adriano Pessina, il successore di monsignor Elio Sgreccia, Presidente della Società Italiana di Filosofia Morale, che ha scritto una lettera ai suoi colleghi nella quale si sottolineano i seguenti punti:

  1. Che il CNB non ha la competenza per dare indicazioni normative  circa l’insegnamento della bioetica nelle scuole.
  2. Che il Ministro «pratica una logica autoreferenziale definendo “esperto” di bioetica non chi è riconosciuto come tale dalla comunità scientifica ma chi è stato nominato dalla Presidenza del Consiglio.

Nel    CNB siedono persone che non hanno nulla a che fare con la bioetica     in sé, al di là delle loro competenze specifiche».  Non intendo sottoscrivere l’opinione del professor Pessina, le cui posizioni  teoriche sono lontane dalle mie e che apparentemente non riconosce  alla bioetica il carattere di multidisciplinarietà. Ci sono molti filosofi  tra chi mi legge e certamente tutti hanno letto l’Alcibiade minore, nel quale  si fa riferimento al povero Margite, che sapeva molte cose e le sapeva  tutte male. Questo è il rischio che anche il professor Pessina (ma non solo  lui) corre se ritiene di potere privilegiare i professori di bioetica a scapito  dei Comitati, sempre ammesso che si tratti di Comitati che si dedicano  alla bioetica descrittiva. Credo ugualmente che la vibrata protesta del  professor Pessina meriti attenzione perché rivela come il CNB non abbia  nel Paese la credibilità che suppone di meritare (e che non è generalmente  conferita per nomina autoreferenziale ma per capacità argomentativa).

Credo che il CNB dovrebbe seriamente interrogarsi sul problema.  Infatti, la foga precettiva ha portato come minimo a commettere una  scortesia nei confronti dei tanti colleghi bioeticisti che non sono nel Comitato.  Viene da chiedersi se questa procedura sia innocente, o se non  si dovesse procedere in tempi propizi a un nuovo protocollo d’intesa  che rimpiazzasse quello stipulato sotto Berlinguer, che suscitò vivace reazione  da parte cattolica. Tuttavia, allora tutti i professori universitari di  bioetica erano membri del CNB, mentre ora la situazione è cambiata.  Sicuramente su questo si è proceduto con leggerezza. Viene da chiedersi  se dietro la apparente fretta non ci sia stato il disegno di guadagnare un  altro pezzo di terreno al cattolicesimo.  Come dicevo prima, il Documento fa dipendere l’etica dall’antropologia,  col risultato che invece di insegnare la religione cattolica ora la si  chiama antropologia sostanzialista o cattolica.

Cambia il nome ma resta  la sostanza.  Concludo con una breve risposta al professor D’Agostino che, questa  volta non nelle vesti di Presidente Onorario del CNB, ma in quelle meno  paludate di giornalista, ha scritto un articolo in difesa degli obiettori di  coscienza e me lo ha mandato per e-mail, immagino per conoscere la mia  opinione. Ho scritto molte volte su questi temi, non credo che sia utile  tornarci sopra. Mi limito a un brevissimo commento. Quando dirigevo  la Clinica Ostetrica di Bologna alcuni dei miei Associati mi dissero di essere  in procinto di fare obiezione di coscienza sulla legge 194. Chiesi loro  le ragioni, erano persone che, come dice un sacerdote bolognese, non  credevano nemmeno nel radicchio e che avevano partecipato a molte  iniziative in favore della interruzione volontaria di gravidanza e mi risposero  che volevano dedicarsi a cose più importanti e non volevano perder  tempo in una routine tanto semplice e ripetitiva. In seguito, mosso soprattutto  dalla curiosità, feci una indagine tra i medici del mio ospedale  per capire quale era la percentuale di obiettori nelle altre specialità e scoprii  che tra gli ostetrici era il doppio che tra gli altri specialisti. Propongo  al prof. D’Agostino di scegliere insieme una struttura seria e affidabile  alla quale commissionare una valutazione dello stesso tipo in almeno tre  regioni italiane e di affidarne l’interpretazione agli stessi operatori. La  mia tesi è che molti obiettori siano stati sollecitati a fare questa scelta da  ragioni diverse da quelle morali, e che questo abbia impatto diverso nelle  differenti regioni italiane. Potremmo dividere le spese o, se al professor  D’Agostino non dispiace il rischio, decidere che le pagherà il perdente.

Allego alcuni documenti che riguardano entrambi gli argomenti trattati.

Cordialmente, Carlo Flamigni 

6. Della replica di Possenti alla prima lettera di Flamigni (3 gennaio 2011)

Dopo i ringraziamenti di rito a Flamigni per avere letto il suo volume  Il principio-persona come suggerito, nella sua risposta Possenti rileva che  quel capitolo specifico «è ampio e complesso, data la difficoltà del tema, e  Flamigni onestamente dà atto che forse non ha compreso tutto. Egli sintetizza molto curiosamente il mio percorso, e conclude che il ragionamento  avanzato è scorretto e probabilmente contraddittorio nel nesso tra analisi  ontologica dell’embrione umano e valutazione morale» (431). Ritiene così  che «la cosa migliore» da farsi sia «riassumere il cammino argomentativo  avanzato» (431), cioè ripetere una volta di più quanto già detto.  Accettando il dibattito, tra i molti temi affrontati nella replica, Flamigni  ha preso sul serio la proposta sostenuta nel capitolo indicato da  Possenti e cercato di mostrare come questi presenti la sua ontologia come  descrittiva, ma a una disamina più attenta essa si riveli essere valutativa,  in quanto cela scelte valutative o morali, le quali prendono corpo nei termini valutativi indicati in grassetto nel testo. Invece di discutere  quest’obiezione ed eventualmente ribattere sul punto in questione,  Possenti inizia la sua replica osservando che Flamigni in effetti «non ha  compreso tutto», e quindi diventa opportuno riproporre il «concetto di  individuo e quello delicato di sostanza, ostico in specie nell’attuale postura  postmetafisica della cultura, ed in particolare nel positivismo più  radicale e sempre risorgente. La sua parola d’ordine, ripetuta come un  mantra acritico che dispensa dal pensare dice: solo la scienza conosce»  (431). Mette così in luce «la fondamentale incompletezza della posizione  funzionalistica» (432) che, «in omaggio al postulato antiontologico»,  esclude la sostanza, e giunge rapido e sicuro alla tesi che dalla fecondazione  l’embrione umano «è un essere umano a pieno titolo ossia una persona » (432).

Lamenta che Flamigni salti «subito all’elemento valutativo,  perdendo completamente di vista il lungo tragitto ontologico» anche se  non se ne meraviglia perché parte della cultura d’oggi «fugge dinanzi alla  metafisica come dinanzi all’appestato» (432). Sottolinea che «la classe dei  giudizi di valore è molto più ampia [di quella immaginata da Flamigni] e  include giudizi di valore ontologici, estetici, morali, economici e di altri  tipi. Pensare che i giudizi di valore siano solo morali è un errore marchiano » (432). A sostegno di questa tesi adduce il seguente argomento: «se dico che l’Inter gioca meglio della Juventus sto esprimendo un giudizio  di realtà, attestato dalle rispettive posizioni in classifica» (433). Analogamente  i «giudizi di valore ontologico sono giudizi di realtà» (433) ed è  per questo che, come vuole Hans Jonas, «l’etica emerge dall’ontologia in  base a un criterio che esprimerei così: rispetta l’essere secondo la misura  o il livello in cui si trova» (433). Possenti può così confermare la tesi che  l’embrione «umano, in quanto essere umano a pieno titolo e non semplice  grumo di cellule, merita un rispetto incondizionato» (433).

Conviene soffermare l’attenzione per un momento sulla logica di questa  prima parte della replica di Possenti ed esaminare il tipo di “dialogo” che  essa sottende. A fronte de «la migliore argomentazione» offerta a favore di  una «ontologia descrittiva» dell’embrione, Flamigni ha cercato di mostrare  che quella proposta da Possenti è a ben vedere una «ontologia valutativa».  L’obiezione di Flamigni potrebbe essere sbagliata, ma tocca all’interlocutore  mostrare dove si annida l’errore specifico. Invece di far questo, Possenti  ribatte che l’obiezione è frutto del «mantra acritico che dispensa dal pensare » che è tipico «della postura postmetafisica della cultura» contemporanea,  parole che equivalgono a dire che l’obiezione proviene da chi «non pensa»  perché rifugge la metafisica, essendo come accecato dall’assioma «solo la  scienza conosce». Non solo Flamigni non avrebbe compreso il profondo discorso di Possenti, ma sarebbe anche incorso in un «errore marchiano» in  quanto non riesce a capire che i «giudizi di valore ontologico sono giudizi  di realtà», come mostra l’elementare esempio dell’Inter che gioca meglio  della Juventus.

Quest’ultimo argomento va tenuto presente perché verrà  presto ripreso da Flamigni nella sua risposta, ma resta da rilevare il livello  di attenzione alle ragioni dell’altro e la disponibilità al dialogo.  Nella seconda parte della replica, dopo aver ribadito che l’embrione  merita un «rispetto incondizionato», Possenti osserva che ha quindi  «poco senso inventare supposte contraddizioni» (433) nella tesi ontologica,  perché «gli equivoci stanno dalla parte di coloro che ricorrono ad  ogni piè sospinto alla cosiddetta “legge di Hume” che pone un abisso  invalicabile e immotivato tra piano ontologico e piano morale, cesura  che dipende da un assunto strettamente empiristico di partenza» (434).

Anche qui, l’avvio del “dialogo” consiste nel rifiuto della “legge di  Hume” perché dipendente da un assunto empiristico che è incompatibile  con una visione ontologica della realtà. Ancora una volta, non si discute  del punto specifico circa una eventuale differenza tra fatti e valori, ma si  passa al problema generale se valga o no la metafisica, col risultato che chi  osasse negare la metafisica sostanzialista e dire che la nozione di sostanza  è priva di senso non fa altro che muoversi nel mondo del “non pensiero”.  Sulla scorta di questa impostazione “dialogica”, nella parte conclusiva  della sua replica Possenti dichiara di essere «rimasto esterrefatto»  dall’affermazione di Flamigni, che la sua [di Possenti] posizione sull’embrione  «dipende dalla visione cattolica e religiosa». Infatti, «le nozioni di  individuo, sostanza, valore, ecc. non sono religiose e/o cattoliche: sono  concetti universali, scoperti dalla ragione umana sin dal tempo dei Greci.  Si può sostenere il contrario solo distorcendo la storia del pensiero, e magari  facendo offesa a quel minimo di conoscenza che ciascuno dovrebbe acquisire  in merito. Se mi si permette, una vera barbarie intellettuale» (434). Giudizio  severo, questo, che si estende anche a un’altra tesi di Flamigni e cioè  che il Parere del CNB «fa dipendere l’etica dall’antropologia, col risultato  che invece di insegnare la religione cattolica ora la si chiama antropologia  sostanzialista o cattolica» (434). Possenti rileva che «simili semplificazioni  e disinformazioni» servono ad alimentare «solo guerre ideologiche» (434).

Avendo Flamigni osservato che anche il professor Carlo Augusto Viano ha  criticato il Parere del CNB sull’embrione, Possenti ribatte di non riuscire a  credere che «Viano abbia mai scritto l’enormità che la sostanza è cattolica»  (434), salvandolo così dalla congrega degli adepti alla «barbarie intellettuale».  Ma subito lo ripaga osservando che Viano «avrà scritto che [quello di  sostanza] è un concetto obsoleto e ormai messo da parte» (434): affermazione  che comunque rivela una grande “disinformazione” in quanto un altro  esimio filosofo, Enrico Berti, ha certificato che il «dibattito sulla sostanza è  rifiorito vigorosamente a livello mondiale e in specie nella filosofi a analitica  anglosassone» (434). La conclusione di Possenti è quindi che «Flamigni  equivoca gravemente quando ritiene che un approccio ontologico sia qualcosa  di cattolico e di confessionale o addirittura privo di senso» (434).  Passando ancora una volta a esaminare la struttura logica di quest’ultima  parte della replica, va rilevato in via preliminare che Flamigni menziona  Viano non per trovare sostegno circa l’idea che il concetto di sostanza  sia o no “cattolico”, ma per avere Viano rilevato «positivi errori di logica»  nel Parere del CNB del 1995 sull’embrione, come ha fatto anche Mori. 11

E’ vero che Flamigni  è stato generico nel richiamo, forse supponendo che il  punto fosse ben noto a chi tanto ha riflettuto sul tema dell’embrione,  ma una rilettura del saggio di Viano non avrebbe certo guastato al dialogo e avrebbe evitato un piccolo fraintendimento. A ogni buon conto, la  critica di Possenti a Viano si rivela decisiva perché fa emergere l’assunto  centrale attorno al quale ruota l’intera controversia. Forte dell’articolo  di Berti, Possenti ritiene che nel mondo contemporaneo la metafisica  sostanzialista sia rifiorita e tornata a essere di casa soprattutto nel mondo  anglosassone, cosicché oggi nelle università di Harvard, Princeton o  Standford si discuterebbe orami di metafisica sostanzialista come a Parigi  nel XIII secolo o a Salamanca nel XVII, e questo a prescindere dalle  diverse scelte religiose o di fede. Flamigni, invece, è disinformato della  cosa, e forse perché lavora nelle corsie degli ospedali e frequenta i «positivisti  più sciamannati» (434) ritiene che credere nella metafisica richieda  un atto di fede o qualcosa di simile, perché la ragione non riesce affatto  a dimostrare l’esistenza di dio e delle altre tesi metafisiche.  Per sostenere che la religione (fede) non c’entra nulla con la metafisica,  a questo punto Possenti può ribattere che per arrivare a dio basta il «lume  naturale della ragione umana», come solennemente affermato dal Concilio  Vaticano I e ricordato anche dal Catechismo della chiesa cattolica 12 .

 Senza avvantaggiarsi del fatto che per l’appunto il principio è presente nel  Catechismo cattolico e non nelle enciclopedie filosofiche di oggi, Flamigni  può replicare che ormai neanche moltissimi cattolici romani credono  più a quel principio, tesi che posso confermare avendo udito teologi in servizio presso Pontificie università negare, in pubbliche conferenze,  che si possa dare dimostrazione razionale di dio, cui si può giungere solo  per fede. Si deve poi riconoscere che questi tanti cattolici sono su questo punto in linea con i cristiani di altre confessioni per i quali alla base dellametafisica sta un atto di fede non pienamente riuscito o degenerato.

L’analisi fatta mostra che la formulazione della tesi che «la religione cattolica ora la si chiama antropologia sostanzialista o cattolica» (434) data da Flamigni potrebbe anche richiedere una qualche precisazione.

Tuttavia pare eccessivo dire che quella tesi sia una vera e propria «barbarie intellettuale», giudizio che comunque è indicativo di un atteggiamento poco incline al dialogo. Nonostante il tenore poco “friendly” della lettera di Possenti, Flamigni ha creduto opportuno ribattere forse anche per far presente ai colleghi del CNB l’insostenibilità di atteggiamenti fortemente preconcetti come quelli manifestati nel grave episodio raccontato in apertura della nuova lettera di cui presentiamo il testo.

7. La seconda e ultima replica di Flamigni (maggio 2011) alla lettera di Possenti

Cari colleghi,

il 24 febbraio, mentre si discuteva della risposta che eravamo chiamati  a dare a un quesito relativo al diritto all’obiezione di coscienza dei  farmacisti, mi sono reso conto dell’assoluta inutilità della mia presenza  nell’aula e me ne sono andato, il più silenziosamente possibile, più stupito  che irritato. Le ragioni del mio stupore riguardavano anzitutto il fatto  di aver dovuto constatare che a molti dei presenti non interessava più di  tanto il problema dell’obiezione di coscienza, essendo in loro prevalente  il desiderio di ribadire l’opportunità di escludere dal commercio la cosiddetta  “pillola del giorno dopo”, considerata “embrionicida”.

Ma molto più grave è stato per me il fatto di aver scoperto, nel nostro Comitato di  bioetica, molto disprezzo per la scienza e scarsissima attenzione all’etica.  Ma forse è bene che vi riporti per un attimo a quanto è accaduto.  Dunque, si trattava di decidere se fosse più giusto dare credito all’opinione  dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (il tema era naturalmente  quello di un possibile effetto di inibizione dell’impianto embrionario  esercitato dal levonorgestrel) o piuttosto accettare il contenuto del  foglietto di accompagnamento del farmaco, che da questo momento  chiamerò con il nome con il quale è comunemente conosciuto, quello  cioè di “bugiardino”.

Non è neppure necessario ricordare che la discussione  ci riguardava come bioeticisti, il nostro non è un Comitato di Biodiritto,  la falsariga sulla quale leggiamo i nostri giudizi è sempre e solo  quella della morale.  Dopo gli interventi del professor Garattini e del professor Umani  Ronchi (lasciamo pur perdere i miei) doveva essere chiaro che l’opinione  che la maggior parte dei tecnici (ma di tutti i tecnici presenti) sui bugiardini  è in linea di massima questa: si tratta di documenti che vengono  generalmente scritti per difendere le case farmaceutiche dalle possibili  conseguenze giudiziarie di effetti collaterali sfavorevoli dei farmaci, effetti  dei quali i pazienti non sono stati informati all’inizio del trattamento.  Lo scopo di questi funebri avvertimenti è dunque solo quello di non  tralasciare nemmeno la più piccola improbabile complicazione, l’esempio  del “ginocchio della lavandaia” può fare testo. Banalità come l’attuale  consenso scientifico e il consenso informato non vengono nemmeno  prese in considerazione.

Nel caso del quale stavamo trattando, la casa farmaceutica produttrice  del farmaco era stata invitata più volte a cambiare il testo del bugiardino, nelle parti, diciamo, incriminate, ma aveva deciso di ignorare questi  consigli, il che significa che non aveva voluto tenere in alcun conto il  fatto che allo stato attuale delle conoscenze, l’unica verità disponibile  per un medico è quella del consenso scientifico elaborato dagli esperti  ed espresso al più alto livello scientifico possibile. Non v’è dubbio che  per quanto riguarda la maggior parte dei medici il più alto livello è rappresentato  dalla WHO, che è un po’ quello che la Corte Costituzionale  rappresenta per tutti in campo giuridico.  Secondo me, a questo punto della discussione, un bioeticista aveva  solo una scelta possibile: dichiarare il proprio forte disagio nei confronti  dell’industria farmaceutica, auspicare che il consiglio di cambiare il testo  del documento potesse essere accettato nel più breve tempo possibile,  esprimere il proprio entusiasmo nei confronti della coerenza e della saggezza  della scienza con un rapido “hurrà” o, siamo italiani, con un vigoroso  “alalà”.

Il bugiardino ha un qualche valore giuridico? Benissimo, ma  quale bioeticista degno di questo nome accetta di rispettare supinamente  una norma ingiusta e non preferisce invece la scelta di adoperarsi perché  esca il più rapidamente possibile dal nostro ordinamento giuridico?  Le cose, come ricorderete, sono andate in modo del tutto diverso.  La cosa che mi ha maggiormente infastidito è stata la propensione a  ignorare completamente le mie dichiarazioni, io dicevo una cosa e chi  interveniva subito dopo parlava “etsi Flamigni non daretur”, ammetto di  aver persino pensato a un momento di follia collettiva o, in alternativa, a  un complotto. Mi sono comunque dovuto rendere conto delle difficoltà  che molti trovano nell’accettare il concetto di «consenso», che in medicina  e in biologia sostituisce quello di verità, e che per medici e i biologi  rappresenta l’unica verità possibile, una verità destinata a durare fi no a  che non viene sostituita da un nuovo consenso.

Mi è sembrato di capire  che per alcuni dei presenti il fatto che io non potessi riferirmi a una verità  assoluta toglieva credibilità alle mie dichiarazioni: ebbene, temo che non  sia così, bisogna invece accettare il fatto che i consensi dell’OMS sono  l’unica verità possibile e chi ne propone una diversa, sulla base di un  semplice sospetto e senza le prove necessarie per far modificare il consenso  è, molto semplicemente, un bugiardo.  Spero che si possa capire quale sia stato il mio malessere di fronte a  una dichiarazione che attribuiva al bugiardino il diritto di stabilire le regole  del gioco, un ragionamento che nemmeno il più subdolo e scaltrito  avvocato difensore dell’industria farmaceutica si arrischierebbe a fare e  che mi è parso perlomeno sorprendente sulla bocca di un bioeticista.  Questa lunga premessa era in realtà necessaria per spiegare cosa in  realtà mi abbia fatto cambiare idea convincendomi a sedere al tavolino e  a rispondere alle critiche che il professor Possenti mi ha rivolto qualche  tempo fa, critiche che fino ad oggi avevo deciso di ignorare. Anche se  non interverrò più, dopo questa volta, sul tema che ci ha visto dissentire,  ho deciso di rispondere alle sue critiche per dimostrare che ho molto più  rispetto per i filosofi di quanto loro ne abbiano per me (o forse è meglio  dire che rispetto la filosofia molto più di quanto molti filosofi rispettino  la scienza, che spesso faticano a capire e per la quale tendono a provare  una istintiva e incomprensibile antipatia). È anche bene che chiarisca  che le ragioni per le quali avevo deciso di non rispondere alla lettera- documento del professor Possenti sono molto semplici: rappresentiamo  un caso esemplare di “divergenze parallele”, continuiamo a dialogare perché  siamo, almeno apparentemente, a portata di voce, ma lui la mia voce  non la sente da molto tempo e da altrettanto tempo mi chiedo perché lui  continui ad aprire bocca senza profferire verbo.

Ringrazio anzitutto il professor Possenti per la sua articolata replica  ad alcune mie critiche (qualcuno ricorderà il mio codicillo di dissenso accluso al documento relativo all’insegnamento della bioetica nelle scuole). Lo ringrazio anche di avere riassunto il “cammino argomentativo” da  lui compiuto, perché in questo modo il punto di divergenza tra noi è  risultato più chiaro.  Può darsi che, ancora una volta io non riesca a comprendere fino in  fondo l’argomento proposto: il tema è complesso e la mia conoscenza  della filosofia inadeguata. Può darsi anche che io sia in errore, ma il primo  punto che mi sembra di poter individuare è che dovremmo trovare una  base di partenza che sia comune e da questa base cominciare a ragionare.  Se non facciamo così, ciascuno di noi potrebbe sostenere le proprie ragioni  rimandando all’altro l’onere della prova sulla scorta del fatto che siamo  accampati su terreni che sono in aperta ostilità reciproca e apparteniamo  a differenti “paradigmi”.

Così io non riuscirei a capire la nozione centrale  di “sostanza” perché mi muoverei «nell’attuale postura postmetafisica della  cultura, ed in particolare nel positivismo più radicale e sempre risorgente …  [la cui] parola d’ordine … [sarebbe] solo la scienza conosce». Inoltre, creerei  “equivoci” circa il piano descrittivo e quello valutativo di persona ricorrendo  «ad ogni piè sospinto alla cosiddetta “legge di Hume” che pone un abisso invalicabile  e immotivato tra piano ontologico e piano morale, cesura che dipende  da un assunto strettamente empiristico di partenza».  Ricordo per chi non la conoscesse (ma immagino che tutti la conoscano)  che questa “legge” stabilisce l’esistenza di una differenza radicale  tra lo statuto conoscitivo di proposizioni descrittive e affermazioni prescrittive  e vieta – se così si può dire – il salto logico tra proposizioni che  indicano fatti e proposizioni che fanno riferimento a valori. È chiaro che  se ci muovessimo su questa linea, ci troveremmo di fronte a due paradigmi  incommensurabili, e ogni eventuale conflitto potrebbe essere risolto  solo ricorrendo a un atto di pura violenza, quale è quello di stabilire le  superiorità delle norme morali ricorrendo al criterio della maggioranza e  della …. ; Sappiamo bene, non cediamo alle tentazioni dell’ipocrisia, che  il CNB è stato preventivamente costituito per dare ai cattolici la maggioranza  e per evitare sorprese, rinunciando a ogni tentazione di onestà  intellettuale.

Capisco anche che al professor Possenti possa non piacere  che io faccia queste affermazioni ad alta voce e apprezzo la tecnica consumata con la quale si difende rispedendo al mittente l’osservazione, come  fa nella sua lettera quando afferma che «le nozioni di individuo, sostanza,  valore, etc., non sono religiose e/o cattoliche: sono concetti universali, scoperti  dalla ragione umana sin dal tempo dei Greci» per cui le mie «semplificazioni  e disinformazioni» sarebbero tese a fomentare «solo guerre ideologiche».  Di fronte a queste osservazioni posso solo rilevare che avendo il CNB  una forte maggioranza cattolica, esse sono destinate a trovare un forte e  acritico consenso in quell’ambiente. Resta il fatto che esse semplicemente  cancellano l’opinione dissenziente senza neanche prenderla in considerazione.  Non alimentano «guerre ideologiche» e anzi le pacificano, la  storia è piena di esempi e l’unica cosa che è cambiata rispetto al passato è  che oggi può accadere che all’eliminazione fisica dell’oppositore si preferisca  l’eliminazione (fisica) delle sue idee e dei suoi diritti. Questa è la situazione  paradossale in cui ci troviamo: è l’impostazione di Possenti che  crea la guerra ideologica, ma grazie alla maggioranza della quale dispone  egli riesce ad attribuirmi il ruolo di fomentatore di risse.  Provo a proporre un approccio diverso: scegliamo entrambi di partire  senza troppi assunti e vediamo di identificare le eventuali discordanze.  Cerchiamo quindi di trovare un punto di convergenza (ammesso che  questo sia possibile), o limitiamoci a riconoscere che le posizioni sono  inconciliabili, senza chiedere il sangue dell’avversario, rinunciando a  pretendere di essere dichiarati vittoriosi, rinunciando ad esigere che il  presunto perdente venga condannato a tacere per sempre. So bene che  questo discorso può risultare inaccettabile a chi è tanto prigioniero della  propria prospettiva da giungere a dichiarare che credere che «può sostenere  il contrario solo distorcendo la storia del pensiero, e magari facendo offesa  a quel minimo di conoscenza che ciascuno dovrebbe acquisire in merito. Se  mi si permette, una vera barbarie intellettuale». E so naturalmente che nel  CNB sono in assoluta minoranza. Ma poiché le nostre idee circolano  anche più ampiamente, sono portato a sperare che la forza della mia tesi  possa essere vincente.  Visto che il professor Possenti ha fatto un utile riassunto del suo argomento,  mi accingo a esaminare il suo documento alla ricerca del terreno  comune da cui partire, per poi eventualmente individuare i punti di dissenso  da discutere. Il problema da cui partirei è il secondo che Possenti  ha preso in esame, quello della distinzione tra i giudizi di valore (morale)  e i giudizi di fatto. Possenti sostiene che «pensare che i giudizi di valore  siano solo morali è un errore marchiano», perché i giudizi di valore possono  riguardare anche altri ambiti: ci sono i giudizi di valutazione economica,  ludica e persino ontologica. In questa prospettiva, Possenti conclude che  «i giudizi di valore ontologico sono giudizi di realtà pronunciati dall’intelletto,  quando ad esempio diciamo che un certo ente od oggetto presenta caratteri  di integrità e perfezione ontologica (nel senso in cui diciamo che l’organismo  umano è più compiuto e perfetto di quello di una pulce), che attraggono la  nostra attenzione e sollecitano il nostro senso morale. Ed è qui che si pone il  transito dall’ontologia quale dottrina dell’essere all’etica o assiologia quale  dottrina dell’etica e di un agire conseguente». La conclusione è che l’etica  emergente dall’ontologia ha il seguente imperativo categorico: «rispetta  l’essere secondo la misura o il livello in cui si trova, e perciò rispetta di più un  essere vivente rispetto ad un sasso, e tra gli esseri viventi quelli dotati di un  più alto grado di valore e perfezione ontologica».

Se ho ricostruito correttamente il pensiero del professor Possenti  (come spero, anche se riconosco di sentirmi particolarmente atassico  quando mi muovo in questi ambiti), diventa anche subito chiaro perché  la prospettiva rifiuti il ricorso alla “legge di Hume” che esclude il passaggio  dall’ontologia (descrittiva) alla valutazione. Visto lo sforzo di trovare  un terreno comune da cui partire, accolgo la presenza di valutazioni diverse  e tralascio la legge di Hume. Consideriamo la valutazione “ludica”  prendendo proprio il bell’esempio proposto da Possenti nella sua lettera:  «se dico che l’Inter gioca meglio della Juventus sto esprimendo un giudizio  di realtà, attestato dalle rispettive posizioni in classifica».  Immagino che il professor Possenti ci voglia dire che la valutazione  ludica (chi gioca meglio) è un giudizio di realtà, ossia descrittivo,  accertabile empiricamente dalle posizioni in classifica. È quindi possibile  passare da un giudizio di realtà a una valutazione: se ciò vale con la valutazione  ludica, la procedura può essere estesa anche alla valutazione  ontologica. E tutto in barba alla legge di Hume e avendo rispetto per  l’empiria o esperienza fattuale. Fin qui tutto bene. Tuttavia si pone chiaramente  un nuovo problema: il professor Possenti sembra credere che  la valutazione ludica data dipenda da un “giudizio di realtà” tout court,  certo, assoluto e incondizionato, indiscutibile ed evidente. Ma è proprio  così? Non può darsi il caso che il professor Possenti scelga una scorciatoia  senza sapere dove lo condurrà quando afferma che è un giudizio di realtà  quello che attesta che l’Inter giochi meglio della Juventus?   Questo non vale incondizionatamente, ma solo se si assume che “il  gioco migliore” è quello della squadra “più in alto in classifica”. Si tratta,  anche se sommariamente formulato di un criterio di valutazione: ma è  l’unico possibile? Non è per caso che se ne possano elencare altri? Tralasciando  per il momento i fenomeni “patologici” del gioco, per cui un  maggiore punteggio può essere acquisito impegnandosi in un gioco scorretto  o violento o addirittura corrompendo gli arbitri, e limitandoci alla  fisiologia, non si può dimenticare che – come a volte si dice – «la palla è  rotonda» e che non sempre chi gioca meglio vince. Chiedo al professor  Possenti: ha senso dire: «la Juventus ha giocato meglio, ma ha perso», oppure  questa proposizione è una vera e propria contraddizione in termini,  incomprensibile se non addirittura falsa? Secondo me, la proposizione  è sensata, comprensibile e forse qualche volta sostenibile e stabilire di  principio che si tratti di una dichiarazione falsa è per lo meno molto discutibile.  Se così è, allora il passaggio del professor Possenti dal giudizio  di realtà alla valutazione (ludica) non è più unico e incondizionato, ma  va chiarito e qualificato perché dipende dal criterio che è stato assunto in  precedenza. Si potrà poi anche discutere su quale sia il criterio “più adeguato”,  ma bisogna riconoscere che il transito dal “giudizio di realtà” alla  valutazione non è così semplice come viene presupposto dal professor  Possenti, considerata la necessità di discutere il criterio di valutazione.

Sempre nel tentativo di trovare una base comune, ho esaminato  l’esempio proposto dal professor Possenti senza fare riferimento né alla  legge di Hume né, spero, a posture postmetafisiche, cercando solo di ragionare  sul problema. Può darsi che io sia in errore, purtroppo non sono  mai stato illuminato da verità discese dal cielo, e sono persino pronto  a ravvedermi ove mi si volesse indicare con chiarezza dove ho sbagliato.  Vorrei solo che non mi si dicesse che sbaglio perché sono empirista,  scientista, romagnolo o perché non ho letto Jonas o non credo in dio.  Se è vero che il passaggio dal “giudizio di realtà ludica” alla “valutazione  ludica” è molto più complesso di quanto il professor Possenti crede,  perché presuppone un criterio che va reso esplicito, allora si può estendere  lo stesso discorso anche al passaggio dal “giudizio di realtà ontologica”  al “giudizio di valore ontologico”. Il professor Possenti sembra credere  che stabilire «che un certo ente od oggetto presenta caratteri di integrità  e perfezione ontologica (nel senso in cui diciamo che l’organismo umano è  più compiuto e perfetto di quello di una pulce)» e che questi caratteri di  per sé «attraggono la nostra attenzione e sollecitano il nostro senso morale»  sia un’operazione immediata, praticamente automatica e priva di condizionamenti.  A me pare che le nozioni di «integrità» e di «perfezione»  non siano così immediate: ne esistono invece varie, ciascuna delle quali  dipende dal criterio assunto. Ecco perché ci sono posizioni diverse, che  vanno considerate con attenzione e non negate soltanto per il fatto che  nel CNB esiste e si fa valere una schiacciante maggioranza cattolica.  Passo così al secondo problema del professor Possenti, e cioè la sua  analisi ontologica. Il suo discorso mostra che, se anche l’ontologia fosse  corretta e adeguata, si potrebbe ancora discutere il passaggio alla valutazione  proposta. Ma vediamo ora come fa a giungere alla sua ontologia.

Il professor Possenti afferma di riuscire a «provare la piena sovrapponibilità tra le nozioni di “individuo umano” e di “persona umana”» e giunge a questo in tre passi:

  1. mostrando «che al momento del concepimento si forma un individuo nuovo denotato dal suo genoma individuale»;
  2. che in quel momento si ha «una sostanza nuova (accade cioè una trasformazione sostanziale)»;
  3. «e tale che da quel momento in avanti non sono esperibili altre trasformazioni sostanziali».

 

Il professor Possenti ci informa anche che «nell’argomento gioca un  ruolo importante il patrimonio genetico del concepito, che organizza l’autopoiesi,  svolge la funzione di ‘forma’ dell’intero processo di sviluppo ed è  presente sin dall’inizio», dove con “inizio” presumo intenda dal “tocco dirompente  dello spermatozoo”.  Provo anche qui a esaminare alcune questioni problematiche. La prima  riguarda il passo 1. e verte sulla nozione di «individuo». Senza pretese di completezza  ne ricordo quattro: l’«individuo cosale», ossia un ente spazio-temporalmente  distinto da altri; l’«individuo genetico», ossia il nuovo corredo cromosomico  (le cui modalità vanno poi determinate); l’«individuo somatico»,  ossia un nuovo corpo individuale tale da essere indivisibile pena la sua morte,  e l’«individuo personale», ossia quello speciale individuo somatico dotato di  capacità “superiori” e presumibilmente derivato da un “salto ontologico”.  Senza discutere quale sia la nozione migliore da assumere (come forse  sarebbe stato opportuno), il professor Possenti dà per scontato che  rilevante sia l’individuo genetico «denotato dal suo genoma individuale».

Quest’assunto, tuttavia, è fattualmente falso. Infatti, al concepimento i  pronuclei restano ancora separati per circa 24 ore, prima di scomparire  e di consentire al genoma dei due genitori di assemblarsi sul piatto metafisico  e non è un caso che tutta la teoria sull’inizio della vita personale  contenuta nel Donum Vitae si riferisce a un esordio post-zigotico. Pertanto,  il nuovo “genoma individuale” ha inizio o prima della fecondazione  (ma qui ci vuole una bella teoria metafisica) o dopo. Basterebbe questo  per mostrare la debolezza dell’ontologia proposta dal professor Possenti.  Il professor Possenti può ribattere che questo è un punto di scarso rilievo  perché ciò che conta è la capacità autopoietica insita nel processo di  sviluppo, la quale è presente sin dal concepimento. Con questa replica,  comunque, Possenti sposta il problema dal “dato di fatto” alla “disposizione  a produrlo”. Con tale mossa, per un verso riconosce (implicitamente)  che la premessa è fattualmente falsa, e dall’altro deve affrontare  il problema di quando compare la capacità autopoietica. Se lo facesse,  scoprirebbe che essa è presente anche già prima del concepimento e che  non si forma per incanto in quell’istante.

Già l’avvio del discorso è poco promettente, ma passiamo a considerare  la seconda tesi di Possenti, ossia che al concepimento si forma «una  sostanza nuova(accade cioè una trasformazione sostanziale)». Non entro  nelle controversie sul concetto di «sostanza», ma se con «sostanza nuova»  si intende un livello di realtà diverso da quello materiale, la tesi mi pare  accettabile. Infatti, il significato delle parole trascende l’inchiostro che le  compone o la voce che le espone. Le parole sono costituite da una realtà  materiale percepibile dai sensi (vista o suono) e da una realtà “immateriale”  o “spirituale” percepibile dalla mente. Può aver senso dire che c’è  una «sostanza materiale» delle parole, ossia la realtà fisica che sta sotto o  permea i diversi modi con cui si manifestano le parole (scritte, orali, ecc.),  e che esiste una «sostanza spirituale» ossia la realtà non-fisica che si coglie  comprendendo il significato delle stesse. Resta aperto il problema di come  sia possibile la comprensione: se per cogliere il significato sia necessaria una  speciale sostanza spirituale o se basti una qualche peculiare organizzazione  della sostanza materiale. Ma questi sono problemi che non ci riguardano.  Secondo il professor Possenti al momento del concepimento si verificherebbe  una «trasformazione sostanziale» tale per cui in quell’istante si  formerebbe la «nuova sostanza», ossia quella realtà non-fisica capace per  esempio di comprendere il significato delle parole o di altri fenomeni spirituali  o culturali. Non solo: ci dice anche che «da quel momento in avanti  non sono esperibili altre trasformazioni sostanziali». Qui, però, davvero non  riesco più a seguirlo. Mi sembra assurdo dire che alla fecondazione si crea  una nuova sostanza capace di comprendere o produrre fenomeni spirituali.  Non riesco a capirlo perché alla fecondazione avvengono dei processi chimici,  ma manca la complessità richiesta per supporre l’affiorare della “nuova  sostanza”. Ancora meno comprensibile è l’idea che da quel momento  non siano «esperibili altre trasformazioni sostanziali». Questo mi sembra  contrario alla più elementare constatazione di fatto: noi siamo qui a discutere  tra noi, ma non riesco proprio a immaginare che gli embrioni riescano  a fare altrettanto. Può darsi che le mie capacità intellettuali siano limitate,  ma vorrei proprio capire come si fa a sostenere che alla fecondazione si  forma la «nuova sostanza».

Capisco che cosa si può intendere con «sostanza  spirituale» e ne ho addotto un esempio che mi pare comprensibile. Ma di  più proprio non ce la faccio. Ho atteso per molto tempo spiegazioni chiare  (e alla portata di un ginecologo, il più ignorante tra tutti i medici), adesso  credo di aver il diritto di smettere di aspettare.  Un ultimo appunto. Non pretendo che il professor Possenti legga i  miei libri, per carità, lui riceve informazioni da ben altre fonti: gli rammento,  molto timidamente, che in un testo relativamente recente (La  questione dell’embrione, B.C. e Dalai, 2009) ho riportato una decina di  differenti teorie sull’inizio della vita personale tutte espresse da teologi e  filosofi cattolici e mai condannate in modo esplicito dal Magistero; ho  anche spiegato che se si condannassero le posizioni precedenti l’attuale  teoria (che vede l’inizio della vita personale coincidente con l’attivazione  dell’oocita), verrebbe condannata anche un’ipotesi (di lavoro?) dell’attuale  pontefice che ha sostenuto la principale teoria post-zigotica (facendo  anche un bel po’ di confusione sulla definizione di zigote, a proposito  della quale alcuni dei migliori scienziati cattolici hanno detto superbe  sciocchezze). Ne deduco che, forse, il professor Possenti dovrebbe far precedere  le sue asserzioni da un “secondo me” che ne attesterebbe la serietà  e la modestia, due qualità che, insieme allo scetticismo organizzato, uno  studioso dovrebbe cercare di coltivare sempre nel proprio giardino di casa.  Come dicevo, in tanti anni di dibattiti non ho mai ricevuto le spiegazioni  chiare e convincenti che avevo il diritto di aspettarmi e questo spiega il mio  codicillo che, come rileva Possenti, «è teso a invalidare in linea di principio  l’intero lavoro del CNB … [i cui pareri] sono ‘cattolici’ e perciò fi deistici, irrazionali,  poiché i cattolici sono incapaci di ricorrere alla ragione e si nascondono  dietro la rivelazione». In un certo senso quest’osservazione corrisponde al  vero, perché personalmente trovo la tesi secondo la quale l’embrione è uno  di noi così assurda da far credere che la si possa sostenere solo sulla scorta di  una qualche forma di fideismo. Posso capire che i seguaci di una religione  siano così dentro alla loro prospettiva da credere che non ne possano proprio  esistere altre e che coloro che non accettano il loro punto di vista vivano in  una vera barbarie intellettuale. A mio avviso questa assoluta certezza non  trova alcuna giustificazione razionale e potrebbe (potrebbe!) essere scambiata  per arroganza. Ma non voglio concludere questo scritto in modo sgradevole:  mi limito a sottolineare che il fatto di essere in minoranza nel Comitato non  dimostra che i miei argomenti siano fallaci, e questo mi basta.

Carlo Flamigni

8. Le due altre controrepliche di Possenti (dicembre 2011 e 5 marzo 2012)

In questa lunga e articolata lettera, Flamigni ha annunciato con chiarezza che non avrebbe ulteriormente continuato il dibattito dal momento che esso era destinato ad avvitarsi solo su se stesso e non portare da nessuna parte. Possenti ha invece proseguito scrivendo dapprima una lettera inviata a Bioetica. Rivista interdisciplinare e subito pubblicata nel fascicolo 4/2011. In essa ribadiva la sua sorpresa, o forse meglio il suo sconcerto, nel leggere il contributo di Flamigni: il lettore di questa rivista può facilmente consultare quel testo. 13

 

In seguito, nel marzo 2012, ne ha scritta una quarta in cui riprende in  modo più ampio i temi della precedente in un commento al volume di  Flamigni intitolato La questione dell’embrione (Baldini e Castoldi Dalai,  Milano 2010). Poiché anche questo commento presenta lo stesso stile di  apertura “dialogica” dei precedenti non vale la pena darne presentazione  dettagliata. Ci sono però due punti che meritano di essere ricordati  perché mettono in luce ancora più chiaramente uno stile argomentativo  presente nel CNB.  Il primo punto ha a che fare col riferimento ai diritti dell’uomo che,  come già rilevato nella prima lettera (cfr. sopra p. ), assieme alla «qualità  dell’argomentazione» (428) sostiene la votazione dei Pareri. Possenti  osserva che «il diritto alla vita non è differenziato secondo gradi e momenti,  ma è unitario e spetta all’essere umano sin dal concepimento: “gli  spetta in quanto tale” significa che non gli è attribuito dagli altri ma gli  proviene per natura, altrimenti non è un diritto umano.

Attualmente, il  diritto alla vita è protetto dall’enunciato dell’art. 3 della Dichiarazione  Universale dei Diritti dell’Uomo che suona: “Ogni individuo ha diritto  alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona”, ma nei  lavori preparatori del 1948 due delegazioni (Cile e Libano) proposero  di formulare l’art. includendo per quanto concerne il diritto alla vita la  precisazione “dal concepimento alla morte naturale”, sebbene poi l’integrazione  non venisse recepita» (442).  Due sono le considerazioni che saltano all’occhio su questo passo: la  prima riguarda l’idea che i diritti umani provengano “per natura” perché  altrimenti non sarebbero tali. Può darsi che l’impegno profuso nel cielo  della metafisica sostanzialista non abbia consentito a Possenti di vedere  ciò che è capitato sulla Terra e in particolare al tempo dell’approvazione  della Dichiarazione Universale: l’osservazione empirica mostra che i diritti  umani sono basati sul consenso dell’Assemblea e non sulla “natura”.  L’altra considerazione riguarda la qualità dell’argomentazione di Possenti  sviluppata quando osserva che nei lavori preparatori del 1948 due  delegazioni avevano proposto di includere il divieto di aborto (e non di  rispetto «dal concepimento alla morte naturale»!) e che la proposta è stata  respinta. Invece di trarre la conclusione che quel punto non è incluso  nei diritti umani, Possenti adduce la proposta rifiutata come conferma  del fatto che il diritto alla vita vale sin dal concepimento! Se nel CNB  argomenti di questa “qualità” sono avanzati circa i diritti umani, argomenti  che sostengono il voto di membri che hanno competenza etica del  livello sopra ricordato, non c’è poi da meravigliarsi che la maggioranza  di turno approvi le tesi proprie della bioetica cattolica che suscitano la  reazione indignata di Flamigni.  L’ultimo punto da esaminare riguarda un passo sulla già citata “legge  di Hume”. Possenti osserva «che è saggio porre un freno al suo uso  intimidatorio e talvolta perfino terroristico. Tale legge ha una validità  circoscritta a un concetto di essere rigorosamente empiristico-fattuale; se  viene assolutizzata come un passpartoutdiviene una trappola gli indotti,  suggerendo invece di iscriversi alla congregazione degli apoti 14 .  In merito avevo evocato il nome di Jonas come un autore significativo sul nesso  tra ontologia e assiologia. Flamigni risponde che non l’ha letto: presumibilmente  non gli interessa. In tal modo si priva di un apporto concernente  proprio il tema da lui evocato, a meno che non si debba pensare  agli aristotelici padovani che si rifiutavano di guardare nel cannocchiale  di Galileo per non veder messe in dubbio le loro elucubrazioni» (443). Anche qui quel che interessa è la logica dell’argomento proposto. Possenti  parte osservando che il richiamo alla legge di Hume ha qualcosa di  «intimidatorio» se non addirittura di «terroristico».

Come antidoto suggerisce  a Flamigni la lettura dei libri di Jonas. Non avendo Flamigni accolto  l’invito e mostrato disinteresse per tale lettura, Possenti lo paragona  agli aristotelici padovani che si rifiutano di guardare nel cannocchiale per  conoscere la realtà. Possenti si propone così come novello Galileo, con  un inatteso e gustoso scambio delle parti. Suscita infatti qualche sorpresa  che un metafisico dichiarato voglia vestire anche i panni di chi ha distrutto  i cieli della metafisica, aspetto che rivela una brama di “occupare  tutto” e non lasciare nulla all’interlocutore, neanche più Galileo.  Ma il punto per noi qui interessante è la logica con cui lo fa, e cioè  l’analogia proposta. In essa, Flamigni viene presentato come un epigono  degli aristotelici padovani perché rifiuta di leggere i libri di Jonas, che per  Possenti sono l’equivalente del cannocchiale. Ciò mostra che Possenti è  così avviluppato nel proprio mondo ontologico e così beatamente felice  di vedere il mondo filtrato dai libri di Jonas da non essere neanche sfiorato dal dubbio che quei libri non siano affatto il cannocchiale o un suo  equivalente. Chi, invece, si rende conto che i libri di Jonas, di Aristotele  o di chicchessia restano libri, che i bruti “fatti” sono un’altra cosa e  sono diversi dai “valori”, riconoscerà che l’analogia corretta è la seguente:  come gli aristotelici padovani si rifiutavano di guardare nel cannocchiale perché a loro bastava guardare il mondo filtrato dai libri di Aristotele,  così Possenti si rifiuta di vedere la differenza che c’è tra fatti e valori perché  guarda il mondo attraverso il filtro dei libri di Jonas. L’invito di Possenti  a Flamigni di leggere i libri di Jonas è l’analogo esatto a quello degli aristotelici padovani a Galileo di leggere i libri di Aristotele. E l’invito di  Flamigni a Possenti di considerare la legge di Hume (qui intesa nel senso  minimo di distinguere tra descrizioni e valutazioni) è l’analogo all’invito di Galileo agli aristotelici padovani di guardare nel cannocchiale.  Un’ultima parola va dedicata ai toni del dibattito nel CNB. La Postilla  di Flamigni è stata subito bollata come «non rispettosa nei confronti  di tutti coloro che hanno votato il documento» perché «essa contiene  allusioni, accuse e soprattutto espressioni (“ridicolo”, “scorretto”, ecc.)  volte non ad argomentare, bensì ad aggredire (per fortuna solo verbalmente!) chi la pensa diversamente da lui» e fa uso di espressioni [quelle  sopra ricordate] che «non dovrebbero trovare cittadinanza» in discussioni  tra persone libere 15 .

 Possenti, dal canto suo, come abbiamo visto, afferma  che Flamigni ha un atteggiamento «intimidatorio» e talvolta «perfino  terroristico», che le sue tesi sono «una vera barbarie intellettuale», e via  dicendo, senza che questi termini abbiano suscitato la benché minima  reazione da parte di chicchessia nel CNB. Segno evidente che nel Comitato  si usano due pesi e due misure, che rivela il livello di “dialogo” presente  nel CNB e il livello di stima reciproca presente tra i “saggi”. Questo  va segnalato dal punto di vista storico, affinché chi in futuro si occuperà  delle vicende del CNB abbia qualche dato in più delle “voci ufficiali”.  Una conclusione più pratica e operativa può invece essere la seguente:  abbiamo visto che nel CNB si discutono analogie strampalate come  quella appena esaminata sopra o che si propongono tesi rifiutate dall’assemblea  Onu come prove della posizione contraria, fatti che mostrano il  livello di “competenza” di alcuni saggi del CNB.

 Abbiamo altresì rilevato la scarsa stima reciproca tra i diversi “saggi”: aspetti che dovrebbero sollecitare una qualche riflessione sia sul modo di lavorare del CNB stesso (finché rimane in carica) sia sui criteri di nomina dei membri stessi.

A questo proposito l’auspicio è che si dia rilievo più alla “competenza” mostrata nella disciplina che all’appartenenza al “clan degli amici”. In bioetica le divergenze sono di casa ed è anche comprensibile ci siano condizionamenti politici, ma se i “saggi” fossero scelti per la loro provata competenza ad assumere l’atteggiamento etico non verrebbe a mancare la stima reciproca, diversamente da quanto pare invece capitare da noi dove la nomina avviene in base a criteri diversi.

 

* Socio onorario della Consulta di Bioetica onlus, Comitato Nazionale per la Bioetica. L’autore ringrazia Maurizio Mori, che ha curato la pubblicazione di queste lettere.
Per comodità il numero tra parentesi tonda dopo le virgolette indica la pagina del contributo  di Possenti in Medicina e morale, 2012, n. 3.

(2) Cfr. la sezione “Studi e saggi sul CNB” con contributi di E. Lecaldano, C. Flamigni, D.  Neri, P. Donatelli, A. Pessina, A. Rollier e L. Savarino, M. Mori, L. Ferrari, N. Bettazzoli  e M. Mori, G. Cantillo, oltre a vari documenti, alle pp. 405-551.

(3) Anche le procedure di votazione sono a dir poco peregrine, visto che spesso molti membri non si preoccupano neanche di far conoscere la loro posizione ma ciò pare non avere alcun peso sul Parere espresso. Per osservazioni al riguardo, cfr. M. Mori, “Carlo Flamigni e il Comitato Nazionale per la Bioetica: un contributo alla storia della bioetica italiana e all’intreccio tra cultura e politica”, in Carlo Flamigni. Medicina, impegno civile, bioetica, letteratura, a cura di M. Mori, con la collaborazione di M. Mengarelli Flamigni, Le Lettere, Firenze, 2013, pp. 299-371

(4)Al riguardo cfr. R.C. Fox, J.P. Swazey, Observing Bioethics, Oxford University Press, New York 2008

(5) Cfr. M. Mori, op. cit.

(6) Cfr. il grosso volume: Cnb, Il Comitato Nazionale per la Bioetica: 1990-2005. Quindici anni di impegno, Atti del Convegno di Studio Roma, 30 novembre – 3 dicembre 2005, Presidenza del Consiglio dei Ministri, Dipartimento dell’editoria, Roma, 1996. Disponibile anche in rete sul sito del Cnb: http://www.governo.it/bioetica/pubblicazioni_comitato.html.

(7) B. Silvestrini, “Una riflessione non convenzionale in chiave bioetica”, in G. Giarelli, P. Roberti di Sarsina, B. Silvestrini (a cura di), Le medicine non convenzionali in Italia. Storia, problemi e prospettive d’integrazione, Franco Angeli, Milano, 2007, p. 218. Come si legge su vari siti, Silvestrini è “medico, cultore della farmacologia e della bioetica” oltre che presidente di Noopolis, una cooperativa che si propone come punto di incontro tra il mondo degli studi e del lavoro e che ha un riferimento spirituale al cardinale Achille Silvestrini, già “ministro degli Esteri vaticano”. Il suo profilo è consultabile tra altri anche al link http://www.francoangeli.it/Ricerca/Scheda_libro.aspx?ID=15651 (ultimo accesso 23 agosto 2013).

(8) CNB, “Bioetica e formazione nel mondo della scuola”, Abstract, p. 2.; CNB, “Bioetica e formazione nel mondo della scuola”, capitolo: “Sintesi e raccomandazioni”, p. 33 (corsivo aggiunto).

(9) Presumo che il riferimento sia all’analisi svolta in M. Mori, Manuale di bioetica. Verso una civiltà biomedica secolarizzata, Le Lettere, Firenze 2010, capitolo 4. Nuova edizione aggiornata, 2013 [N.c.].

(10) Cfr. C.A. Viano, “L’embrione: statuto e regole”, Bioetica. Rivista Interdisciplinare, IV (1996), n. 3, e a M. Mori, “Il CNB e lo statuto dell’embrione: un’analisi critica del documento e linee di una prospettiva alternativa”, nello stesso fascicolo (N.d.c.). Vedere anche la successiva nota 11.

(11) Cfr. C.A. Viano, “L’embrione: statuto e regole”, Bioetica. Rivista interdisciplinare, IV (1996), n. 3, pp. 469-489. M. Mori, “Il CNB e lo statuto dell’embrione: un’analisi critica del documento e linee di una prospettiva alternativa”, ibid., pp. 431-460. Viano scrive: «Dal documento vero e proprio non si capisce quali siano le ragioni che hanno indotto la parte prevalente del Comitato a sostenere questa posizione […]» (p. 477); e ancora: «Usate in congiunzione con raccomandazioni morali, le dottrine filosofi che, ontologiche, metafisiche sono non tanto la loro giustificazione, ma il modo di esprimere opzioni morali che le precedono» (479). Oltre a mettere in luce un aspetto logicamente non proprio,
Viano continua comunque con affermazioni che sembrano in linea con quella che Possenti chiama una “vera barbarie intellettuale”. Infatti così il passo prosegue: «Le opzioni che nel documento sullo statuto dell’embrione sono connesse con l’ontologia dell’embrione come sostanza personale riflettono perfettamente i dettami ufficiali della Chiesa cattolica, e la tradizione filosofica cui si rifanno è del tutto coerente con le scelte culturali della Chiesa» (p. 479).

(12) Catechismo della Chiesa cattolica: “La santa Chiesa, nostra madre, sostiene e insegna che Dio, principio e fine di tutte le cose, può essere conosciuto con certezza con il lume naturale della ragione umana partendo dalle cose create 2, n. 36.

(13) V. Possenti, “Una replica a Carlo Flamigni circa gli argomenti ‘razionali’ e ‘confessionali’ usati dal Comitato Nazionale per la Bioetica”, Bioetica. Rivista interdisciplinare, XIX (2011), n. 4. pp. 737-740.

(14) Gli “apoti” sono “coloro che non se la bevono” ossia delle persone disincantate che non credono  all’apparenza ma vogliono ricercare la verità. Il termine è stato lanciato da Prezzolini.

(15) Per questo Flamigni è stato anche invitato a dimettersi, per aver criticato non «uno specifico documento» bensì «il Comitato in quanto tale», aspetto che è «paradossale» in quanto Flamigni come gli altri è stato «nominato» e non eletto.

sit consequat. Donec id, dolor vulputate, mi, ut