Il suicidio di una legge – Marina Mengarelli2020-03-31T18:20:55+02:00

Il suicidio di una legge

Marina Mengarelli

Gennaio 2016

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Una lenta agonia. Cosa potrà mai accadere ad un legislatore che non rispetta la Costituzione, quindi i cittadini coinvolti, un legislatore che invade campi di conoscenza che non gli competono e si improvvisa medico e scienziato, un legislatore che non intende confrontarsi con il mondo esterno, con le legislazioni che altri paesi hanno da tempo azionato. Un legislatore che si rifiuta ostinatamente di accettare la sconfitta, penso alla questione delle donazioni di gameti e ritiene che persino la Corte Costituzionale sia una fonte aggirabile. Cosa può mai accadere in sostanza ad un legislatore improvvido, arrogante e così poco lungimirante, ad un legislatore con lo sguardo corto, il respiro affrettato, l’ incapacità di situarsi nel mondo in cui vive, di rendersi conto , in altre parole, di essere sostanzialmente inadeguato per svolgere il suo ruolo? Secondo me Il minimo che possa capitare è che la “ sua” legge esploda in mille frammenti e non solo a causa di un attacco esterno ,come conseguenza della paziente opera dei cittadini offesi e dei giuristi indignati, ovvero per il lavoro dei cittadini e dei giuristi, ma anche per una sorta di vocazione e/o volontà suicidaria , una legge che viola palesemente i diritti di cittadinanza dei cittadini, in termini di uguaglianza e salute, è una legge che si avvia da sola alla distruzione. Un suicidio si, ma assistito. Certamente, in un paese, semplicemente normale, una legge come la legge 40/2004 sulla Procreazione Medicalmente Assistita non sarebbe mai stata approvata, (sarebbe bastato il livello minimo di capacità di lettura della Carta Costituzionale, in una mano la legge 40 e nell’altra la Costituzione Italiana, parte prima, in fondo si trattava di una operazione possibile ) ma , purtroppo, la normalità democratica non sembra proprio essere alla nostra portata e viene da chiedersi a cosa servano le commissioni parlamentari che valutano preventivamente i progetti di legge e la loro costituzionalità. Se la Sociologia può servire, come dice Zygmunt Bauman “ad aumentare la consapevolezza delle persone e in tal modo la loro libertà”, è proprio in questo senso, che il mio contributo vuole proporsi come strumento al servizio di tutti noi per analizzare quanto è successo nel nostro paese , ancor prima dei dieci anni che sono stati necessari per il processo di demolizione pressochè totale di questa legge. Una legge stupida prima ancora che sbagliata e arrogante e l’analisi di quanto è successo deve essere svolta a partire dall’inizio della vicenda delle Fecondazioni Assistite nel mondo ,ovvero dal 1978, l’anno in cui è nata , a Londra, Louise Brown, il primo essere umano il cui concepimento sia stato “aiutato” da queste metodiche. La mancanza di intelligenza non è un handicap di poco conto, mai e per nessuno; non lo è per i politici, per gli amministratori e per i legislatori, l’ampiezza dei danni che ne possono derivare è in funzione delle responsabilità che competono alla loro funzione pubblica. Mettere in contesto ciò che ci accade, passare dal piano della singola esperienza a quello del quadro generale ,nel quale l’esperienza individuale si realizza ,è una operazione interessante e utile sia per l’analisi di ciò che è già accaduto, ma anche per prefigurare quanto potrà ancora accadere, operazione che , in fondo, ci interessa anche di più. Conoscere quanto accade, comprenderne le ragioni, anche le meno visibili, mettere in azione, in sostanza, le nostre normali prerogative di specie, la dotazione base di cui siamo provvisti alla nascita, l’intelligenza e la cultura, sarebbe già un risultato apprezzabile. Senza dimenticare che il vuoto come si sa non esiste, nemmeno nelle relazioni sociali e quando si lascia che altri si occupino dei nostri diritti e delle nostre libertà, si compie, di solito ,un errore che genera conseguenze . Esattamente quello che è successo con l’esperienza che tutti abbiamo fatto a proposito di questa materia. La fase pre-legislativa (1978-2003) I processi sociali sono molto spesso piuttosto lenti, a differenza delle tecnologie che oggi si muovono ,grazie alla miscela tra informatica e tecnoscienza, con velocità decisamente maggiore rispetto ai tempi più lenti necessari per la elaborazione culturale dell’innovazione scientifica , che è richiesta ai cittadini. Questo fatto è sempre stato vero , in tutte le fasi della nostra storia, ed è ancora più vero , nei tempi in cui stiamo vivendo. Gli avvenimenti di questo, non breve periodo di tempo , possono essere analizzati e considerati come le differenti fasi di avanzamento di un processo sociologicamente significativo, ovvero quello dell’ impatto sociale di una nuova tecnologia in campo bio-medico. E gli atterraggi possono essere morbidi o disastrosi. All’interno di questo processo di medio periodo gli avvenimenti si possono, quindi, suddividere in fasi, direttamente o indirettamente, scandite dalla legge; una fase pre-legislativa ,della durata di ventisei anni , dalla nascita di Louise Brown (1978) fino alla promulgazione della legge 40 (2004); una fase , breve ma molto significativa, della durata di un anno circa ,dalla entrata in vigore della legge (2004 )all’esito del referendum abrogativo,(2005); ,una fase della durata di circa dieci anni , dall’ esito del Referendum abrogativo alla sentenza della Corte Costituzionale (2014,) In questo arco di tempo mentre accadevano eventi di varia natura, ai quali accennerò brevemente, le procedure di Fecondazione Assistita sono passate dallo stadio di totale invisibilità sociale, (all’inizio degli anni 80 nessuno sapeva, in Italia, di cosa si parlasse), alla piena visibilità anzi , a qualcosa di molto più solido, al riconoscimento più prestigioso e più ambito, quello del presidio diretto della Carta Costituzionale; un percorso difficile, impegnativo, anche amaro, ma un percorso vittorioso. Le Fecondazioni Assistite, come ho già ricordato, ebbero il loro primo successo in Inghilterra, nel 1978; nell’arco del ventennio successivo, la maggior parte dei paesi in cui la tecnica fu realizzata si dotò di strumenti di regolazione di vario genere, dalle Commissioni Speciali, ad hoc, come in Inghilterra, a linee guida, a vere e proprie leggi nazionali. In Italia, invece, nonostante che la pratica si diffondesse come nella maggior parte dei Paesi, si registrò “inspiegabilmente” una forte resistenza della classe politica ad occuparsi della materia. Alcuni hanno più volte sostenuto che il famigerato Far west regolativo, invocato da chi sosteneva la necessità di una legge pesante che regolasse la materia , di fatto era molto poco pericoloso, ( fatta eccezione per alcuni pochi casi clamorosi la pratica era autoregolata dalle società scientifiche e dalle associazioni di Centri), ma il supposto Far West era in realtà esattamente quanto il partito della sacralità della vita voleva. La paura della libertà di scelta, del vuoto, della deregolazione, l’evocazione quotidiana del rischio e del pericolo, l’accusa ricorrente di irresponsabilità dei tecnici, creavano esattamente il clima che avrebbe con maggiore facilità sollecitato l’adozione di regolamenti restrittivi, anche da parte degli indecisi. Tutto il contrario della regolazione leggera e minima che alcuni giuristi fin dall’inizio proposero , S. Rodotà in testa. I maggiori problemi di impatto sociale della scienza, in particolare di quella innovativa, che realizza beni o servizi ex novo, hanno a che fare , come ho detto, con la differente velocità alla quale si muovono, da un lato la conoscenza scientifica, dall’altro l’elaborazione culturale e sociale delle nuove conoscenze. La distanza tra questi due punti di osservazione, tra il soggetto e il nuovo , ha sempre bisogno di essere colmata, e il territorio che separa i due livelli deve essere attraversato, ed esplorato . Per attraversare uno spazio sconosciuto, quindi, ricco di per sé, di potenziali rischi e pericoli ma anche di speranza e di fiducia, abbiamo a disposizione un certo numero di strumenti. A seconda del tipo di strumento e dell’uso che ne possiamo fare, le conseguenze possono variare, sia nel senso che si può essere più veloci o meno veloci nell’attraversamento, sia nel senso che l’attraversamento ci può lasciare uguali a come eravamo alla partenza, oppure ci può rendere diversi. La conoscenza profonda ci permette di cogliere le connessioni di senso con il contesto, con altri argomenti confinanti con quello che stiamo esplorando, allargando così il nostro punto di visione, e può renderci tanto diversi da farci camminare non solo con maggiore velocità ma anche con maggiore consapevolezza. In aggiunta, fatto ancora più importante, essa ci mette nelle condizioni di capire cosa potrà accadere domani, se avremo attraversato il nuovo territorio della conoscenza percorrendo un sentiero invece di un altro. Incamminarsi su una strada di superficie o su una di profondità produce conseguenze diverse, come utilizzare un paio di lenti più efficaci. Lo strumento più importante ha a che fare con il modo in cui ciascuno di noi ha accesso alle informazioni che sono necessarie per fargli conoscere e soprattutto comprendere quanto gli viene proposto. Questo modo dipende a sua volta da fattori che riguardano la vita personale di ciascuno. Per esempio, sapere di essere fertili influenza senz’altro l’attenzione che potremo dedicare alle informazioni che riguardano nuove procedure di aiuto del concepimento, essere stati esposti a contesti familiari ed educativi più o meno tradizionalmente orientati può comportare una certa differenza nel nostro approccio al nuovo. Tutte cose sulle quali incide il modo in cui questi argomenti sono trattati nel campo delle comunicazioni di massa, sempre in grado di esercitare influenze di un certo rilievo su tutti gli interlocutori possibili. Fonti di informazione, ovvero ricercatori, medici, biologi e società scientifiche e diffusori, ovvero operatori della carta stampata, televisione, web e poi social media, presidiano il campo di gioco di cui noi, però , non siamo solo spettatori, perché il gioco è interattivo. La teoria della comunicazione ha già da tempo mostrato che la comunicazione non è una azione che passa da un punto ad un altro, una linea che collega semplicemente a e b , ma è, invece, una relazione che si stabilisce tra soggetti che si trovano in punti differenti, che si rimandano di continuo palle che si modificano ad ogni rimbalzo , solo per il fatto di essere state lanciate da uno specifico punto ad un altro altrettanto specifico punto e di essere state nuovamente rimandate altrove. Si tratta di un processo complesso che si complica ulteriormente quando, come nel nostro caso , non solo si tratta di argomenti nuovi, (le fecondazioni Assistite prima del 1978 non erano reali, nel senso che non avevano fatto nascere bambini in carne ed ossa ma solo speranze e illusioni), ma questi argomenti, non galleggiano nel vuoto, ma poggiano su dati che conosciamo già molto bene, come il processo di trasmissione della vita, con tutto il carico simbolico ed emotivo che esso implica. In questo modo le cose inevitabilmente si complicano, non solo perché i rimbalzi si moltiplicano e si parcellizzano, ma anche perché le traiettorie si sovrappongono le une alle altre, esattamente come accade ai piani di riflessione attorno al processo di trasmissione della vita, quando si miscelano e si confondono la riflessione biologica, quella psicologica, quella emotiva, quella simbolica. Biologia e cultura, in sostanza, si dividono equamente il territorio e questo è un argomento di tipo generale che non si finisce mai di esplorare, le neuroscienze e la filosofia intrattengono un dialogo serrato, (anzi una discussione), al quale ogni giorno si aggiunge un nuovo dato, un diverso elemento, che ci fornisce l’ occasione per riflettere meglio e riarticolare la nostra ipotesi di ricerca. Quindi, conoscere le Fecondazioni Assistite, ovvero come funziona il meccanismo tecnico, in che modo i gameti vengono fatti incontrare al di fuori del corpo della donna, non è poi tanto complesso ma comprenderle in senso più ampio , nelle implicazioni possibili, nelle aperture ipotizzabili di ricerca, è molto più complicato, è un percorso che va fatto con l’aiuto di qualcuno . Proprio ora che la rivoluzione della Rete ci consegna direttamente il mondo, scavalcando di fatto sia la gerarchia delle fonti di conoscenza , che i mediatori professionali, medici, scienziati, operatori della comunicazione .., paradossalmente non smettiamo di aver bisogno di aiuto, perché la selezione del possibile è anche più importante e sempre complessa. La Rete, infatti, come è ormai noto, ci lascia come ci trova, disuguali, ( la nostra formazione di partenza influenza il punto al quale arriveremo, la rete non è in grado di azzerare le differenze culturali ) ma alla disuguaglianza si aggiunge l’illusione pericolosa che non sia così, e che i contenuti tecnici espressi in linguaggi specialistici siano semplicemente alla nostra portata, una situazione che, invece, apre un campo sterminato per gli usi impropri di conoscenza. Anche in questo caso per conoscere e comprendere serve uno sguardo qualitativo ,di profondità, serve la capacità di mettere in contesto le nuove informazioni, collegandole con altre conoscenze che se non utilizzassimo gli occhiali giusti, ci potrebbero sfuggire. La commercializzazione delle speranze non si ferma grazie alla rete, che si tratti di speranze di salute non cambia, purtroppo le cose, anzi, il rilievo economico del settore salute e il numero straordinario di accessi in rete alle notizie in questo campo, confermano, la fragilità di questo settore della conoscenza La questione decisiva diventa allora domandarsi quale sia il fine della comunicazione della scienza, e della divulgazione scientifica, a cosa pensiamo debba servire il fatto che i cittadini riescano a conoscere cosa accade intorno a loro, un punto che non ci vede tutti d’accordo. Per alcuni è decisamente preferibile che scenda su questi temi una certa quantità di nebbia, perché nella nebbia si spacciano per veri i fantasmi, come è stato ampiamente fatto in Italia in questi anni e come ancora oggi non si smette di fare. L’odioso paternalismo bioetico che è caratteristico di questo Paese è il nemico fondamentale dell’autodeterminazione dei cittadini e i sostenitori del paternalismo hanno tutto l’interesse a produrre artificialmente la nebbia che da sola non è calata. Per fare qualche esempio dei rischi che sono impliciti in questo approccio, basta guardarsi intorno: sarà così facile capire le ragioni che sollecitano tante persone a evocare l’incesto per arginare le donazioni di gameti, o a parlare di eugenetica senza cercare nel dizionario il significato della parola, o a cambiare nome alle definizioni mediche per impedire la libertà di scelta nel fine vita, definendo l’alimentazione e l’idratazione artificiale, in modo del tutto fantasioso, presidi vitali, quindi non rinunciabili, invece che cure rinunciabili per diritto costituzionale. O come accade in questi giorni utilizzare il solito linguaggio derogatorio, e parlare quindi di utero in affitto , per riferirsi ad una pratica nota in sede europea come Gestazione per altri GPA, per nascondere, ecco di nuovo la nebbia artificiale, le dimensioni altruistiche di queste pratiche e sottolinearne solo le possibili derive mercantili. E’ noto che le derive mercantili sono possibili in qualsiasi pratica, in particolare se non presidiata da una norma. Si tratta delle solite operazioni meschine condotte sulla pelle dei cittadini, che solo l’acquisizione di cultura specifica può contrastare davvero e solo l’impegno diretto di tutti i cittadini può arginare per sempre, come si è visto nell’esperienza della legge 40. Spaventare i cittadini creando fantasmi di ogni genere, da quelli che evocano ogni sorta di malattia a quelli che chiamano in causa fantasiose accuse di immoralità, dedicare pagine e pagine alla calunnia sistematica dei medici che operano nel settore, sparare titoli che spesso non hanno a che fare con i testi che seguono, cercare, in sostanza, di attirare l’attenzione attraverso l’eccezionalità, invece che mettere i cittadini di conoscere e comprendere, mettendo a loro disposizione informazioni ampie e dettagliate, avvelena il dibattito, danneggia i cittadini meno colti e meno abbienti e comunque non produce mai risultati durevoli. Il giorno successivo, forse l’ora successiva, tutto è scivolato via e dei danni che ha procurato nel farlo nessuno si sente responsabile. Un esempio tra i tanti possibili riguarda le procedure che richiedono l’intervento di altri cittadini, di donatori di gameti: ovunque questa variante della procedura si chiama semplicemente “con donatore”, mentre , nel nostro paese, così creativo, si è pensato bene di usare il termine “eterologa”, una scelta che ha ovviamente a che fare con il fatto che l’uso di questo termine, che oltre ad essere scorretto sul piano linguistico (significa fecondazione tra soggetti di specie diversa) è anche poco conosciuto e avrebbe spaventato molto di più del termine “normale” donazione, molto più facile da comprendere perché già presente nel nostro contesto sociale e culturale, ad esempio in riferimento all’adozione. L’obiettivo era spaventare i cittadini e impedire o rallentare l’avvio di un normale processo di conoscenza di queste procedure, dal quale sarebbe potuta derivare la comprensione necessaria a rendere la decisione realmente autodeterminata. Una pura e semplice questione di democrazia della conoscenza, l’attivazione di quelli che alcuni già chiamano, apertamente, diritti di cittadinanza scientifica. Quanto successo con il richiamo del governo, dopo la sentenza della Consulta su questa materia, non sembra indicare nessun cambiamento nella linea a visione limitata che è la più diffusa, purtroppo, nella politica italiana. Se, in sostanza, si pensa che l’innovazione scientifica debba servire ai cittadini per conoscere e comprendere, in altri termini per rendere davvero realizzabile la loro autodeterminazione, allora c’è bisogno di immersioni in profondità nella conoscenza, non basta una doccia rapida per quanto forte possa essere il getto. Un getto violento colpisce solamente la superficie, si asciuga velocemente e non lascia alcuna traccia. Per affrontare l’impatto sociale delle Fecondazioni Assistite come avrebbero meritato i cittadini italiani, avremmo avuto bisogno di informazione di profondità e soprattutto della consapevolezza pubblica del ruolo sociale della comunicazione della scienza, e della divulgazione scientifica, argomenti del tutto trascurati nel nostro paese. Se si lascia al mercato una materia così delicata, non si può certo pensare che non ci siano conseguenze nel campo dei diritti, oggi sulle Fecondazioni Assistite e domani su altro, su molto altro. La legge Nel 2004, quindi, ben 26 anni dopo il primo successo dovuto alle tecniche di fecondazione assistita, dopo quasi tre anni di aspro e convulso dibattito nel quale era intervenuto, con risultati quanto mai modesti un numero imprecisato di soggetti, dopo una serie di commissioni di studio, dopo un grande numero di inutili convegni scientifici dedicati agli addetti ai lavori, in colossale ritardo rispetto alla maggior parte dei Paesi europei, che avevano già da tempo approvato normative specifiche , nella quasi assoluta indifferenza dei cittadini non direttamente coinvolti dal problema della sterilità, ai quali queste tecniche venivano proposte prevalentemente come l’esito di capricci egoistici, messi in campo per rispondere a semplici desideri di fertilità e non a diritti alla salute riproduttiva e all’uguaglianza, la bozza Bolognesi finì con il confluire, obtorto collo, nell’articolato che sarebbe diventato la legge 40, la blindatissima legge 40. Un testo che sembrava orfano, visto che persino i suoi sostenitori ne prendevano le distanze a colpi di distinguo ( ricordo che la relatrice Bolognesi è stata sostituita dal senatore leghista Cé nel corso del dibattito ), di “non mi piace ma in assenza di meglio..”, di “intanto approviamo questa , poi la cambieremo”. Un polpettone non digeribile se non addirittura non commestibile. Un copia-incolla in cui nessuno diceva di riconoscersi davvero e che, proprio per questa ragione sembrava ai suoi sostenitori una mediazione accettabile tra le due visioni culturali opposte che si fronteggiavano, le stesse in fondo che ancora si fronteggiano e che forse vale la pena definire. Da un lato ci sono i sostenitori della sacralità della vita, (nel mondo anglosassone noti come Pro Life), e della sua intangibilità assoluta: la vita non si tocca mai e per nessuna ragione, non è neppure nostra, è un dono del Creatore e dall’altro i sostenitori della qualità della vita e del principio di autodeterminazione ( i Pro Choice ) per i quali , invece, proprio in virtù delle nostre prerogative di specie, intelligenza e cultura, quella che più deve avere importanza non è la tutela della vita ad ogni costo ma la tutela di una particolare caratteristica che la vita personale può o meno possedere, ovvero la sua qualità e soprattutto la qualità di quella particolare vita che si concretizza nella nostra esistenzae che proprio l’autodeterminazione ci consegna. Un concetto di qualità che ovviamente si declina in modo assolutamente personale, secondo il quale ciascuna persona ha diritto ad assegnare un significato e un valore specifico alla propria esistenza, secondo criteri ai quali a nessuno è consentito di opporsi . Da notare quanto ricorda Carlo Flamigni, più volte coinvolto nelle discussioni delle commissioni parlamentari, nella qualità anche di presidente di Società scientifiche, ovvero che i presidenti delle commissioni incaricate nei due rami del parlamento, due ginecologi, gli fecero più volte notare che nell’articolato erano state inserite “passerelle”, attraverso le quali si sarebbero potute realizzare delle vie di fuga dagli aspetti più illogici della norma. La tradizione machiavellica italiana al lavoro. Come è noto i vincitori di questa contesa furono i Pro Life, che riuscirono a inserire tutte le più importanti espressioni dell’etica cattolica, a cominciare da quella che riconosce nel “concepito” ( cioè nell’embrione) un soggetto di diritto. Della tutela della madre e del bilanciamento con i suoi diritti e interessi, sembra proprio si fossero dimenticati. Una trappola ben congegnata, nella quale anche i laici più esperti di lavori parlamentari caddero: se leggete i giornali dell’epoca scoprirete che costoro erano convinti che la legge non aveva possibilità concrete di essere approvata perché troppo piena di errori e di crepe, e che furono puntualmente smentiti Se si riflette anche solo sulla parte del percorso delle Fecondazioni Assistite in Italia che precede la legge, non è così difficile, a mio parere, vedere all’opera i nostri principali difetti caratteriali, le nostre più diffuse debolezze, che si traducono, ormai è un fatto noto, in veri e propri handicap in termini di capacità di realizzare percorsi non solo di democrazia partecipativa e deliberativa ma anche di democrazia sostanziale. Scarsa cultura, di conseguenza scarsa conoscenza dei temi in discussione, modesto senso della collettività e della legalità, poca propensione all ‘osservanza delle regole , ricerca di vie personali per uscire dalle situazioni difficili, creatività fiscale, apprezzamento della furbizia , in una parola lontananza dal linguaggio dei diritti e dei doveri di cittadinanza. E’ sempre interessante per la sociologia prendere in considerazione i differenti modelli regolativi che le democrazie occidentali hanno elaborato per regolare materie analoghe, perché l’esame comparato delle legislazioni dice molto, inevitabilmente, sui paesi dal quale le regolazioni provengono. Farò, a questo proposito , solo qualche breve cenno. L’Inghilterra, ad esempio, democrazia di chiara fama e di solida tradizione, è chiaramente una delle Nazioni che mostrano la maggior fiducia nei confronti dei suoi cittadini, del loro senso della legalità , della responsabilità che accompagna i comportamenti dei singoli ( e delle istituzioni ) ed ha elaborato il modello meno strutturato , almeno da certi punti di vista, perché ha semplicemente istituito delle Authorities ad Hoc e a tempo, per analizzare e portare a soluzione i singoli problemi operativi che le nuove procedure andavano presentando; quando i compiti assegnati all’ Autorità sono esauriti, essa si scioglie. Un bel risparmio di poltrone inutili. La Francia, utilizzando anche il lavoro ultraventennale del suo prestigioso Comitè Consultatif pour l’ Etique et la Santè, ( di nomina della Presidenza della Repubblica , molto attivo anche sul fronte documentale e fortemente collegato con i cittadini, in forza di una importante opera di divulgazione scientifica,) ha prodotto una normazione in fondo prudente ma sufficientemente condivisa. La Germania ha anch’essa regolato prudentemente e in modo più restrittivo ma senza particolari conflitti sociali. I Paesi Bassi hanno normato in modo più liberale, in linea con i comportamenti più aperti dei cittadini. La Spagna ha anch’esso legiferato in modo piuttosto aperto, circostanza di cui molti analisti si sono stupiti. E si potrebbe continuare. L’Italia, arrivata, come ho già detto, a una regolamentazione con enorme ritardo rispetto ai paesi vicini, anche in virtù, si fa per dire, del suo approccio paternalistico ai diritti individuali, non sembra aver utilizzato questo ritardo in maniera davvero virtuosa, ovvero per riflettere di più e meglio, coinvolgendo magari di più il Paese, ma ha dato alla luce una legge da subito palesemente anticostituzionale, anche se la “stesura” della dichiarazione di incostituzionalità è durata dieci anni, chiaramente un periodo troppo lungo forse. Non sembra un grande contributo alla immagine del paese, ma piuttosto la conferma di quanto molti pensano di noi, che siamo un paese ipocrita, moralista e immorale insieme, ben rappresentato dal familismo amorale di cui parlava Banfield già negli anni cinquanta, che oggi alcuni critici considerano ormai trasformato nella versione ancora più discutibile del “familismo immorale”. Il più pericoloso tra i nostri difetti (e anche il più insidioso da molti punti di vista), mi sembra ,però, oggi, il nostro inadeguato livello di formazione, di istruzione e di cultura. Il nostro tasso di laureati è indifendibile , ( tra i 30 e i 34 anni raggiungiamo solo il 22,4%, ,molto sotto la media europea che è del 36,8% e meno della metà di quello di paesi come la Francia e l ‘Inghilterra ,Dati Eurostat 2013) Le donne sono le migliori nelle performances scolari a tutti i livelli di istruzione, ma restano ancora le più penalizzate in termini di pari opportunità e pure essendo più istruite sono generalmente meno pagate degli uomini. Alle donne si continua a domandare tutto, ovvero di impegnarsi efficacemente nel lavoro ,ma senza rinunciare a farsi carico di quello domestico , senza offrire loro gli strumenti che davvero renderebbero civile una democrazia, percorsi di reale condivisione della cura, regole del mercato del lavoro non penalizzanti, la certezza , in sostanza, di potersi permettere di impegnarsi ugualmente nel lavoro e, se lo desiderano, nella maternità , in una parola senza garantire loro di potersi fidare del paese in cui vivono. Il posto che occupa l’Italia nelle analisi sul Gender Gap è davvero vergognoso. Non dobbiamo certamente stupirci se a questa situazione si associano la carenza di cultura scientifica, quindi di alfabetizzazione scientifica ( e purtroppo non solo di quella , perché anche l’alfabetizzazione di base sembra essere in stallo,( basta leggere i rapporti di ricerca di Eurobarometro, o il Rapporto 2013 OCSE Education at a Glance…. tanto per citare due fonti,) e la mancanza di senso del collettivo, dei diritti e dei doveri che ne conseguono, quindi del senso di responsabilità che l‘autodeterminazione deve necessariamente comportare. Da questi atteggiamenti discende un anacronistico ed insopportabile paternalismo di Stato, che fa ancora comodo a un certo numero di persone e che il cittadino italiano incontra ancora troppo spesso nelle relazioni sociali più significative, atteggiamento che , tra l’altro, si trasforma frequentemente in un quasi inevitabile atteggiamento difensivo, dai costi sociali molto elevati (si pensi al fenomeno della medicina difensiva che genera la cittadinanza difensiva e ai costi che ne conseguono per la collettività) e una ”tradizione” di servilismo e non di cittadinanza. Non deve stupire che a questi atteggiamenti si accompagni la estesa diffusione di fenomeni corruttivi, in una misura che appare sempre più insostenibile e che è ovviamente lontana sia dall ‘Europa dei mercati che da quella dei Diritti. Uno dei pericoli più gravi tra i molti che il paese sta correndo, che diventa anche un fattore che inibisce gli investimenti internazionali e provoca ovvie ricadute negative sull’economia. In realtà è una pessima strategia per un paese quella di rallentare lo sviluppo della comunità, il progresso non può essere inteso solo sul piano economico ma riguarda direttamente anche il riconoscimento dei diritti dei cittadini, ed è certamente straordinario che la conoscenza di questo concetto di sviluppo, considerato semplice se non banale dalla sociologia, non faccia parte della cultura degli uomini politici e degli amministratori. In sostanza in un paese con queste caratteristiche psico-sociali doveva essere possibile prevedere che la preparazione di nuove norme su un tema così delicato, (delicato perché riguarda diritti costituzionali, e non eticamente sensibile, come direbbe, sbagliando, chi fa politica) avrebbe incontrato ostacoli altrettanto numerosi quanto del tutto particolari: del resto l’impatto sociale della scienza non è mai un processo di poco conto e noi sembriamo proprio, “naturalmente” predisposti a rallentare il suo percorso. Gli errori più pericolosi compiuti dalla parte perdente, esaminati con il senno di poi, (un’analisi notoriamente inutile per affrontare il passato ma costruttiva invece per ragionare sul futuro, per evitare almeno di ripetere errori già commessi) sono indubbiamente stati sia la sottovalutazione del fronte avversario , fortemente motivato e abile a tessere alleanze non solo ideali m anche strumentali, spregiudicato quanto basta per usare tutte le opzioni disponibili, sia l’incapacità di coinvolgere gli altri cittadini italiani , quelli non colpiti direttamente dal problema riproduttivo. Ne è esempio l’uso di un linguaggio troppo simile al gergo dei medici e dei ricercatori, imbastardito dal lessico preferito dai bioeticisti, del tutto lontano dalla comprensione dei cittadini e soprattutto dal tema che era realmente in gioco, quello dei diritti di cittadinanza. Tutto ciò era già evidente nel 2004, quando la legge fu promulgata: giunti a quel punto sarebbe stato necessario fermarsi a riflettere, ma non c’è stato letteralmente il tempo perchè nella fase che ha immediatamente seguito l’approvazione della legge, la situazione è ulteriormente peggiorata e l’incapacità di eseguire questa analisi critica ha provocato due errori molto gravi ( e che forse avrebbero potuto essere evitati), quello di chiedere un referendum abrogativo, su argomenti che erano evidentemente ancora del tutto immaturi nel paese e successivamente di impostare la campagna referendaria su una serie di temi totalmente sbagliati. Questa fase, breve ma cruciale, si svolse tutta all’insegna della fretta e fu altrettanto rapida quanto era stata lenta e dispersiva la prima. La prima fase si era svolta, come ho già detto, all’insegna della mancanza generale di attenzione, visto che il tema era considerato, anche da molti politici , poco interessante, nel senso che l’argomento non era reputato degno nemmeno della preoccupazione dei partiti normalmente attenti ai diritti. Già in quei tempi solo l’economia sembrava un argomento degno di interesse, e i temi dell’etica apparivano non solo poco attraenti ma anche pericolosi perché erano in grado di aprire conflitti con la “religione di stato” . Poiché non si parlava di diritti civili, di salute ,ma di semplici desideri di fertilità, si trattava di una condizione all’interno della quale non si percepiva il respiro dell’interesse collettivo , l’odore dei diritti era debole e quasi nessuno lo aveva sentito. In più, non era nemmeno stato chiaramente dimostrato che la condizione di sterilità potesse essere considerata una malattia (semmai, si diceva, si poteva trattare di un disagio, sofferenza fisica non ce ne era e nessuno era mai morto per non aver avuto figli). Qualcuno insinuava persino che le tecniche in questione non appartenevano alla categoria delle cure, perché lasciavano intatta la sterilità con la quale di erano confrontate, dimenticandosi che in medicina esistono cure causali e cure sintomatiche e che i bypass, da quello vascolare a quello gastro intestinale ,sono in uso ormai da tempo. In quell’epoca, l’unica via di uscita che, la politica sbandierava quando veniva messa alle strette (ma anche oggi le cose non sono poi troppo cambiate, ho sentito usare questo argomento solo pochi giorni fa,) consisteva nel proporre la soluzione della libertà di coscienza dell’eletto, una idea che a molti sembrava già allora (e ancora di più appare oggi) assai poco difendibile e comunque molto difficile da far comprendere ai cittadini ai quali interessa che gli eletti si occupino della loro libertà e non della propria. La fase della campagna Referendaria fu, quindi, convulsa e arrabbiata, ma le truppe impegnate, cittadini, associazioni, movimenti politici, mancavano di coordinazione e di una riflessione preliminare coerente sia al riguardo delle strategie comuni da adottare che sugli strumenti da utilizzare: si andò dunque allo sbaraglio, in una situazione che non poteva avere ,purtroppo, alcuna alternativa al fallimento. In realtà qualcuno di noi lo aveva detto, ma non era stato ascoltato e in qualche caso gli era stato consigliato di tacere: insomma, il Referendum non si poteva né evitare né vincere. Lo sforzo è stato imponente, in particolare se si considerano i pochissimi mezzi a disposizione, ma parcellizzato e diviso, è scivolato via in mille rivoli. Raggiungere in così breve tempo i cittadini italiani quasi totalmente all’oscuro della materia, somministrare loro una dose energica e concentrata di informazioni complesse, sarebbe stata una impresa impossibile anche se il fronte fosse stato dotato, e così non era, di importanti risorse economiche e di accesso diretto ai mezzi di informazione. Quindi successe molto semplicemente che ciascuno si attivò come poteva, con i suoi mezzi. Le associazioni di cittadini e di pazienti si coagularono . qualche politico, pochi a dire il vero, si impegnò, ma va ricordato che i pochi che lo fecero lo fecero davvero e credendoci fino in fondo; alcuni tecnici si resero disponibili, alcune società scientifiche si impegnarono anche loro nello sforzo di divulgare la materia e farla conoscere e comprendere al maggior numero di persone possibile, perché era nella consapevolezza di tutte queste persone l ‘unica possibilità di raggiungere il quorum. Carlo Flamigni ha raccolto la sua intensa e impegnativa esperienza di quei mesi in un volume che è interessante rileggere oggi, ad alcuni anni di distanza, proprio come boa di segnalazione del processo lento, difficile, ma alla lunga inesorabile, di emersione sociale della Fecondazione Assistita.( Diario di un laico, Pendragon, Bologna) La strada era in salita, sarebbe stato difficile far conoscere queste procedure bio-mediche complesse – espresse oltretutto in un linguaggio scientifico molto lontano da quello quotidiano -, anche se si fosse trattato di bypass coronarici, ovvero di tecnologie utilizzate in un campo meno simbolico e anche se fossimo stati i soli al mondo a parlarne, ma nessuna di queste due situazioni era la nostra, il settore al quale le tecniche si applicavano era più delicato e sensibile, riguardava il processo di trasmissione della vita e in campo c’erano molte voci diverse che parlavano, utilizzando mezzi e linguaggi di ogni genere per intercettare l’attenzione dei cittadini e sostenere il proprio punto di vista. In aggiunta il tempo disponibile era poco e il conto alla rovescia era partito ancora prima che ne fossimo davvero consapevoli. Sarebbe stato difficile anche in un paese con una cultura sia di base che scientifica più diffusa e solida e persino in un paese abitato da cittadini più attenti ai diritti, in un paese più laico, persino in un paese con una presenza meno invasiva della confessione religiosa di maggioranza, magari addirittura in un paese non concordatario, figuriamo per noi. La discesa in campo aperto del Magistero Cattolico e la sua esplicita chiamata all’astensione, sono state il colpo finale. Tutte le armi sono lecite in guerra, è stato detto, figuriamoci in quelle di religione. Per difendere la famiglia tradizionale dall’invasione tecnologica tutto è autorizzato. Le responsabilità dei sostenitori dei referendum però non vanno taciute, non tanto per segnalare questo o quel comportamento sbagliato ma per utilizzare gli errori come segnale per evitare di commetterne di simili in futuro, gli errori di analisi e di prospettiva sono pericolosi. Le parole chiave usate sono state tecnica e scienza, embrioni e bioetica, termini difficili e lontani dalla comprensione dei cittadini, le parole mancanti sono state diritti civili e libertà, salute e Costituzione. La mancanza o la insufficiente presenza di queste parole segnala che ci fu, all’epoca, una certa indecisione ,l’assenza di un contesto di pensiero condiviso, non si trattò solo della carenza di un linguaggio corretto , più adatto al contesto, che sarebbe stato certamente più comprensibile ed efficace, la lontananza dalla politica avrebbe forse potuto essere ridotta , con conseguenze probabilmente e auspicabilmente significative. Che neppure i partiti tradizionalmente sostenitori dei diritti civili, con qualche eccezione, abbiano capito di cosa si stava discutendo, non depone bene per nessuno. In sostanza, anche in questa fase Il percorso delle Fecondazioni Assistite ha avuto essenzialmente a che fare con il genere di cittadini che siamo e con l’“identità” diffusa che anche le ricerche empiriche sembrano confermare: gli italiani sono carenti di senso dello Stato, poco colti, poco laici, attenti ai diritti solo quando sono proprio i loro, generalmente poco interessati a ciò che non li riguarda direttamente, poco sensibili alle questioni di principio e più inclini alla ricerca delle vie di uscita personali che all ‘affermazione e alla difesa di regole valide per tutti. Tutte ragioni utili sia per capire perché la strada italiana alle Fecondazioni Assistite sia stata così tortuosa che per riflettere su come alcune caratteristiche apparentemente neutre possano diventare difetti e addirittura handicaps per lo sviluppo di un paese. Ma affermare che abbiamo fatto tutto da soli appare ingiusto, in un contesto sociale così deviato si vive meglio se ci si adatta al profilo delle deviazioni che non contrastandole. La mancanza di buoni esempi, soprattutto in campo pubblico, può fare molti danni e chissà come sarebbe andato a finire il Referendum se avessimo saputo scegliere le parole giuste, capaci di farci capire dai cittadini italiani, parole che dovevano essere indirizzate insieme alla loro testa e al loro cuore. Per fortuna nella fase successiva le cose sono andate molto diversamente. Il risveglio dei cittadini Dopo l’esito disastroso del referendum prevedibile, ma egualmente doloroso, si è aperta la fase più interessante del processo di impatto sociale della tecnologia di PMA, caratterizzata da una improvvisa ( e in parte inattesa) dimostrazione di maturità dimostrata da cittadini non direttamente coinvolti. Le ragioni per le quali le cose hanno finalmente deciso di prendere la giusta direzione possono essere ricondotte, semplificando un po’, a due ordini di motivi principali, che hanno poi a che fare con le ragioni “forti” del dissenso laico e sono la struttura sulla quale poggiano le buone ragioni degli oppositori della legge 40. Da un lato le persone direttamente colpite, hanno deciso di non rassegnarsi all ‘ingiustizia che sapevano di aver subito, e hanno deciso di coalizzarsi e di impegnarsi, sostenute nelle loro azioni da alcune associazioni di cittadini e di pazienti (alcune attive da tempo, altre di recentissima formazione) Dall’altro i giuristi più sensibili hanno cominciato ad occuparsi di questa materia con passione, convinti che questo articolato di norme fosse contrario alla nostra Costituzione e perciò indifendibile . Questo è un punto significativo in ogni processo di impatto sociale, il percorso dell’innovazione incontra fattori facilitanti e fattori ostacolanti, che possono essere diversi e dipendono in gran parte dal contesto sociale nel quale l’innovazione cerca di penetrare, un fattore tra gli altri è ,però, sempre interessante ed utile ed è la partecipazione dei cittadini . In generale è considerato un indicatore del buon funzionamento di una democrazia, in quelle sane è,infatti, praticamente impossibile azzerarla. Anche se il nostro paese non aveva una tradizione di presenza pubblica dei cittadini nel settore dei diritti civili, se si escludono alcune grandi Associazioni, (Associazione Luca Coscioni ,Cittadinanza Attiva, , CGIL Nuovi Diritti, per citare le più attive e note e il partito Radicale) la legge 40 ha funzionato da acceleratore ed ha messo in movimento forze che non si sapeva neppure esistessero. In questo modo una cattiva legge ha innescato il dispositivo che ha condotto alla sua distruzione. Una classica forma di autolesionismo, dettata dalla carenza di visione prospettica del legislatore dell’epoca, in buona o cattiva fede poco importa, unita ad una solida dose di arroganza culturale caratteri purtroppo ampiamente presenti ancora oggi nel panorama politico italiano. Non entrerò ovviamente nello specifico di quanto è successo sotto il profilo giuridico, ma non posso evitare di svolgere un breve ragionamento analitico anche a riguardo di questa fase, che ho già definito come quella più matura, del processo di impatto sociale delle Fecondazioni Assistite in Italia, quella seguita al Referendum abrogativo del 2005, anche per trarne qualche speranza per il futuro, per il funzionamento della nostra così imperfetta democrazia. Sono convinta che il fronte laico abbia toccato il fondo con il referendum abrogativo, è’ però vero che molti hanno partecipato alla campagna referendaria con qualche (errato) ottimismo e qualche (assurda) speranza , facendo tacere i propri dubbi e le proprie perplessità e che il fatto di andare in giro per l’Italia a parlare, incontrare persone attente a quello che si diceva, interessate a comprendere davvero quali fossero le questioni in campo, è stato emozionante. I numeri come ho già detto erano contro di noi, i media in gran parte disinteressati o occupati a trattare l’argomento in modo superficiale o banalmente sensazionalistico , ma non ci siamo fermati per questo. Giorno dopo giorno, però, abbiamo visto crescere nei sostenitori della legge, arroganza e violenza verbale, tutte le strade sembravano diventate percorribili, abbiamo regalato loro una Crociata, ed era molto tempo che, in Europa, non se ne vedevano , qualcuno evidentemente ne sentiva la mancanza. Trasformare un “semplice” tema di diritti civili ,in una battaglia identitaria è stato considerato ,dal fronte conservatore, il metodo più utile a compattare le proprie fila e a sottolineare le differenze culturali . Strategia vincente , in un contesto caratterizzato da scarsa cultura e poca attenzione ai diritti civili. Le parole delle Gerarchie Cattoliche poi, sono state persino imbarazzanti, tanto erano pesanti e offensive .Non credo si possa sostenere che il richiamo all ‘astensione (definito come strumento di “normalità democratica)”, possa essere considerato una scelta saggia o anche solo opportuna perché, anche se si è trattato di una decisione legittima, non è stata certamente condivisa da tutta la comunità dei credenti ed ha prestato il fianco a critiche a questo punto legittime. E’ più difficile difendere la differenza morale della Chiesa Cattolica quando si comporta come una lobby qualsiasi. Sostanzialmente, al di là della “vittoria referendaria”, che come si è visto appoggiava su basi non troppo solide , si è trattato, in fondo, di una gran brutta figura per i sostenitori della legge 40. Anche in questa operazione mi sembra di notare una occasione mancata di crescita per il paese e questo credo dovrebbe dispiacere a tutte le parti. Tenendosi per mano si cammina tutti più veloci e la Costituzione è certamente la mano più forte che possiamo stringere per sostenerci. Dimenticarlo non è una grande idea e in generale quando una parte culturale e politica perde il controllo dei propri nervi e travolge l’altra, dimenticando la Costituzione, la vittoria ha il fiato corto e in tempi più o meno lunghi, dipende da un certo numero di fattori specifici, la situazione si può rovesciare. Si possono trovare conferme di questo fatto anche in molti paesi europei, (si pensi al caso spagnolo delle riforme di Zapatero sui diritti civili, che evidentemente erano troppo divisive e inadatte al contesto sociale dell’epoca e hanno creato una fortissima reazione anticorpale) per non parlare degli effetti distorti e contro intuitivi che azioni di regolazione sbagliate, affrettate, poco meditate, possono comportare. In Italia ci fu, nel 1985, il caso esemplare della circolare del ministro della Sanità Degan che nel vietare le donazioni di gameti nel sistema pubblico, di fatto le autorizzò nel privato. In generale il legislatore imprudente, affrettato e distratto crea da solo le basi per il fallimento del suo lavoro. Questo dunque è stato il fondo. Da quel giorno si può dire che, un passo dopo l’altro, cittadini profondamente offesi, giustamente arrabbiati, coraggiosi, insieme a giuristi appassionati e competenti e ad associazioni di cittadini e di pazienti si sono impegnati con tenacia e dedizione assolute e non è stato lasciato nulla al caso, un ricorso dopo l’altro, una sentenza dopo l’altra , con arresti e ripartenze, senza demordere, siamo arrivati dove volevamo arrivare, dove dal primo giorno di vigenza della legge 40, abbiamo tutti pensato si sarebbe dovuti arrivare. Un grande impegno di forze, di risorse, di energie, un esempio di come ci piacerebbe essere anche in altri campi, cittadini uniti, consapevoli, solidali e per questo più forti. La strada migliore per affrontare qualsiasi problema. Oggi si può affermare che finalmente anche in Italia,( come hanno stabilito da tempo la conferenza del Cairo nel 1994 dell‘ International Conference on Population and Development e poi nel 1996 il Report delle Nazioni Unite) ci siamo accorti che la salute riproduttiva delle coppie non è né un fantasma né un miraggio. Se questa fosse stata la filosofia, vorrei dire semplice, alle spalle della legge 40, forse la sua tenuta sarebbe stata diversa e l’intera normativa non sarebbe stata praticamente sgretolata a colpi di sentenze. Se si fosse partiti dalla protezione dei soggetti coinvolti, dalla loro tutela, dal bilanciamento degli interessi in gioco, come ogni legislatore dovrebbe fare, all’interno di un modello incardinato sulla Costituzione e collegato ai principi di solidarietà sociale che il nostro paese già conosce bene, anche le questioni più controverse avrebbero potuto essere discusse in modo sensato, senza alzare barricate concettuali o identitarie. Una strada che in una democrazia matura ci piacerebbe veder percorsa in molte questioni, anche in campi diversi da quello della tutela della salute riproduttiva. Difendere la salute dall’abuso del mercato è un obiettivo condivisibile, ma senza che la difesa si traduca in vincoli dettati solo dalla paura, dall’ansia da principio di precauzione espanso ai limiti dell’irragionevole, dalla diffidenza nei confronti dei cittadini e non dalla logica e dalla ragionevolezza, una situazione che di fatto può condurre al restringimento autoritario dei diritti dei cittadini coinvolti. Mettere al centro la tutela della salute delle coppie non è, in realtà ,una possibilità tra le tante ma l’unica scelta onesta e democratica, l’unica davvero percorribile, la sola capace di guidarci nel disegnare i percorsi, l’unica in grado di svolgere una funzione di prevenzione dei conflitti sociali che in ogni società sono sempre all’ordine del giorno. La prevenzione del conflitto sociale e la sua gestione sono una delle ragioni sociali della politica, dimenticarlo produce conseguenze che possono essere sgradevoli e ancora più difficili e costose da affrontare. La vicenda della legge 40 ha comportato costi non solo sociali – il peggiore dei quali sono stati il dolore e la solitudine delle donne e degli uomini direttamente coinvolti – ma anche economici; una voce su tutte , aver costretto molti cittadini italiani a cercare all’estero le prestazioni che in Italia non hanno potuto avere a disposizione. In questo caso, ma forse è sempre così, i costi maggiori sono stati pagati dalle persone direttamente coinvolte, dalle donne e dagli uomini con problemi di fertilità che si sono dovuti esporre, impegnare personalmente, per sostenere i propri diritti e per non essere considerati, nel proprio paese, cittadini di serie xyz. Il risultato più interessante che a mio parere è stato ottenuto in questi anni è proprio questo, il coinvolgimento diretto dei cittadini prima di quelli feriti dalla Legge 40, poi di molti altri. Il nostro paese è lontano, per tradizione culturale e per abitudini sociali, da una forte presenza dell’associazionismo, se si escludono temi storici come il lavoro e in parte la salute, questa esperienza ha mostrato che si può cambiare, che se ci sono buone ragioni per farlo, importanti ragioni, i cittadini possono modificare le loro abitudini e i loro comportamenti , un cambiamento del quale un paese come il nostro, pieno di incrostazioni sociali e culturali, costruito ancora oggi su clientele e privilegi, ha davvero un gran bisogno. Le ricerche empiriche che hanno esaminato le opinioni degli italiani su argomenti come questo, (ma anche sulle questioni scottantissime della fine della vita, che sono ancora davanti a noi) e che, soprattutto negli ultimi 10 anni, sono state svolte con una certa frequenza su questa materia, ci raccontano di un paese più consapevole, le cui opinioni si stanno aprendo nel senso, che vorrei definire inevitabile, della coscienza della autodeterminazione. Sembra che ci stiamo allontanando dai comportamenti passivi, tipici di contesti sociali ordinati, gerarchizzati, magari per caste, contesti che potevano accogliere il paternalismo di stato in modo acquiescente, per scegliere il cammino, irreversibile, che porta i cittadini in primo piano a difendere i propri diritti. Come sempre il processo non è lineare, ma procede per avanzamenti e arretramenti, particolarmente visibili nel nostro paese che è articolato in territori piuttosto diversi gli uni dagli altri, ma penso sbagli chi cerca di sfruttare questo andamento ciclico, fisiologico, a favore di una parte e a detrimento di un’altra . Ovviamente niente è mai, garantito nella vita, neppure le conquiste sociali, neppure i diritti che sembrano garantiti per sempre, la vigilanza quindi, non è facoltativa ma obbligatoria. Una lezione per il futuro Della legge 40 restano sostanzialmente in piedi pochi punti anche questi particolarmente stupidi e malevoli, ragione per cui è molto probabile che siano anch’essi candidati a un prossimo suicidio. Sempre che per affrontarli si impari la lezione , che consiste, direi semplicemente, nel fatto che non esiste un pensiero unico su questa materia, ma esiste la Carta Costituzionale. Abbiamo bisogno di un approccio razionale, trasparente, ispirato, e come potrebbe essere altrimenti, al principio di autodeterminazione dei cittadini, alla tutela e alla sicurezza delle persone coinvolte, al bilanciamento degli interessi in gioco, al principio della competenza (le invasioni di campo tra politici e scienziati, la legge 40 lo dimostra ampiamente, possono essere disastrose). Non abbiamo assolutamente bisogno di arroganza e di ignoranza, due modalità di gestione dei conflitti sociali, del tutto distruttive. Che questo accada davvero, ovvero che la lezione della legge 40 sia davvero compresa da chi ci governa e ahimè ci rappresenta, non mi sembra però un dato acquisito , ad esempio se si seguono le pieghe contorte che la situazione della GPA sta prendendo. In Italia, evidentemente, per fermare una classe politica ignorante e arrogante non basta neppure la Corte Costituzionale, quindi un Presidente del Consiglio può permettersi di rimandare alle camere una materia che, a detta della Consulta, non ne ha alcun bisogno e un Ministro della Salute può permettersi di rimangiarsi completamente un decreto salvo poi invitare, bontà sua, la Corte Costituzionale ad un tavolo tecnico, invito rimandato al mittente perché irrituale. E come al solito le questioni che riguardano i diritti civili vengono rubricate come temi etici per controllarle meglio. Di nuovo, per molti dei nostri rappresentanti è più importante segnare un punto politico, che produrre normative durevoli e sensate. E sembra proprio non importare a nessuno che il decreto preparato dal ministro Lorenzin ,(poi ritirato) avesse inserito queste procedure nei Lea ( Livelli essenziali di assistenza) e che il fatto di tornare indietro, come sta avvenendo, con l’”avocazione” al Parlamento delle decisioni in questo campo, di fatto consegni le tecniche al solo privato ,per un periodo di tempo difficile da prevedere, disinteressandosi delle disuguaglianze di reddito dei cittadini. Un altro bell’effetto controintuitivo di una mossa regolativa sbagliata . Dei danni che provocherà come al solito non risponde nessuno. Un desolante ritorno al passato, che, certo, non potrà reggere a lungo, ma finchè sarà attivo farà del male . La nuova linea cattolica sembra quindi essere, sulle Fecondazioni Assistite ma anche sull’Aborto, ( c’è chi ormai sostiene apertamente meglio il ritiro della 194 e la depenalizzazione che vivere in uno Stato abortista) che è meglio che lo Stato si ritiri da certi settori, visto che non si può arrestare l’autodeterminazione dei cittadini , e che la materia sia lasciata al privato, alla faccia dei diritti fondamentali dei cittadini. L’astio che vediamo di nuovo viaggiare per i salotti televisivi a proposito della Gestazione per altri, mi sembra un pessimo inizio d’anno, la disinformazione e la spettacolarizzazione un deprimente e pericoloso “già visto”. Nonostante noi, però, altrove qualcosa accade. Gli analisti che si occupano delle teorie che riguardano quello che una volta si chiamava il progresso sociale, non parlano più di progresso ma di sviluppo umano. Per valutare lo sviluppo umano si sta affermando come unità di misura l’HDI, Human Development Index , che si basa oltre che sul reddito procapite anche sulle aspettative di vita, sulla salute, sulla scolarizzazione, sul Gender Gap ,(che misura la differenza della situazione tra uomini e donne in numerosi campi). (Human Development Report 2014) Questa strada conduce, per i sostenitori di questo approccio, al superamento del PIL , un indicatore quantitativo, che misura solo lo stato di salute dell’economia, la quantità ma non la qualità, di alcune variabili, perché si sta affermando l’idea che non sono solo le condizioni economiche e il loro miglioramento il motore dell’avanzare di una comunità ,ma per definire il posto in cui si situa una società vanno considerate le condizioni dei diritti dei suoi cittadini. Amartia Sen li chiama diritti cruciali. Una idea di domani concreta e realistica. Il lavoro collettivo svolto nel settore delle Fecondazioni Assistite, dimostra efficacemente dove stiamo andando, dove anche l’Italia può andare. E penso che il lavoro non sia ancora finito. Si parla molto in questi anni di democrazia partecipativa e di democrazia deliberativa, per riferirsi alle strade che i cittadini possono percorrere per avvicinarsi alla politica e all’amministrazione della cosa pubblica, l’Inghilterra è stata all’avanguardia anche in queste pratiche, persino nel campo scientifico. Strumenti per lavorare in questo senso, nel tentativo di costruire un paese in cui i cittadini sono realmente protagonisti ne esistono. Alcune amministrazioni locali italiane li hanno introdotti e cominciano ad usarli per coinvolgerci ( penso ai sondaggi partecipativi e deliberativi, alle consensus conferences ,ai focus groups su singoli argomenti, su scelte operative specifiche. Personalmente ritengo che tutti gli strumenti che consentono alle persone di essere più informate su quanto accade e soprattutto di quanto potrebbe accadere nel futuro in relazione a scelte fatte oggi, magari in modo inconsapevole, siano non solo utili, ma addirittura indispensabili, dato che la conoscenza è sempre più chiaramente un contenuto della cittadinanza contemporanea . Questo fatto implica, però, anche, da parte loro, la consapevolezza delle responsabilità che l’autodeterminazione porta con sé: assumersi responsabilità non è una scelta tra le tante, non è una scelta a tempo, né una scelta che si fa oggi e si dismette domani. L’autodeterminazione è la sostanza delle relazioni sociali in una democrazia contemporanea, ma ha bisogno di un contesto adatto nel quale realizzarsi. Ha bisogno di una collettività vera, di amministratori e politici degni del rispetto dei cittadini, di regole certe, uguali per tutti, di meritocrazia, di trasparenza, in una parola sola ha bisogno di fiducia e questo è il punto focale e dolente. Concedere fiducia è sempre una operazione delicata, lo è tra i singoli e lo è, a maggior ragione, nelle relazioni sociali che si realizzano all’interno di una comunità. La mancanza della fiducia sociale, l’impossibilità di assegnarla o di riconoscerla, in particolare nei confronti degli operatori politici e degli amministratori pubblici, si configura come una vera e propria patologia , funziona da rallentatore dello sviluppo umano, è un sasso nel funzionamento delle strutture democratiche e dei sistemi sociali. Guardiamo al nostro paese, alla elevatissima conflittualità che caratterizza molte relazioni sociali, all’ esplosione del contenzioso medico legale, ( Si parla di 520 milioni di euro di premi pagati e di oltre 30.000 cause pendenti) ma anche a quello nel settore condominiale , (Il rapporto Anaci Censis del 2009 parla di 130.000 procedimenti pendenti,) al difficile accesso alla giustizia , che di fatto penalizza tutti ma di più le parti deboli, al contenzioso in campo assicurativo che provoca l’innalzamento dei premi, alla crisi della rappresentanza politica e potrei continuare.. Sono tutti esempi dei danni che può innescare la sfiducia sociale ,una sorta di ruggine che colpisce le relazioni sociali, una malattia pericolosa per gli individui e per i sistemi sociali, che , se si somma ai nostri handicap culturali e sociali, può produrre effetti devastanti. Se si pensa, in sostanza, al funzionamento del sistema paese sono poche le luci e molto più numerose le ombre. Le luci, però, ci sono. Il movimento sociale e culturale che ha lavorato e probabilmente dovrà lavorare ancora ,contro la legge 40 e contro molto altro , penso alla GPA, alle questioni di fine vita, agli embrioni per la ricerca, solo per fare alcuni esempi, tratti dalla cronaca recente, è un esempio di questo tipo di luce. Queste luci si accendono anche da sole, resistono contro vento, si accendono per contatto, per osmosi, si autoalimentano, e se vogliono, se davvero si impegnano, possono ampliare il cono che proiettano al di là di quanto le leggi della fisica potrebbero suggerire. Lo hanno già dimostrato. Certo molto resta da fare nel settore dei diritti, a cominciare da quelli delle donne (non è certo un caso che anche questo dato faccia parte, come ho detto, dell’indicatore HDI, che misura lo sviluppo umano) e se davvero si pensa di chiedere loro ancora sacrifici e contemporaneamente si auspica il ritorno della natalità e magari un po’ di crescita economica, che come è noto il lavoro femminile provoca, sarebbe il caso di ripensarci. L’esperienza italiana del cammino delle Fecondazioni Assistite può insegnare qualcosa di utile nella prospettiva dei diritti e può anche far avanzare di posto l’Italia nella lista dei paesi che l’indice dello sviluppo umano HDI misura, però bisogna volerlo fare davvero e l’unica risorsa concreta sono i cittadini di questo paese , soprattutto se si ricordano di lavorare insieme.

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