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Mifepristone o RU486

Febbraio 2008

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Ho avuto una discussione con uno dei miei studenti, uno abbastanza bravo, un po’ casinista, ma bravo. Poiché appartiene alla mia stessa parte politica, mi chiama  spesso compagno, ma mi dà del lei, cosa che credo rappresenti il massimo di compromesso possibile, almeno per lui. Professore,  mi ha detto, lei fa un po’ di confusione con gli ormoni, pillola del giorno dopo, aborto del giorno prima, pillola, minipillola, secondo noi c’è bisogno di qualche chiarimento. Per prima cosa l’ormone del quale parla è sempre lo stesso e  ci  è sembrato che lei, più che altro, cambi il titolo della lezione. Potrebbe chiarire.

Poiché non ho sentito traccia di punto interrogativo, mi sono reso conto che l’invito era perentorio. Allora ho fatto una recensione del progesterone. Il progesterone è un ormone sessuale, prodotto dall’ovaio e, nel corso della gestazione, dalla placenta, che consente alla mucosa uterina di trasformarsi in modo da favorire l’annidamento dell’uovo e che viene considerato il principale protettore della gravidanza. Nei cicli mestruali ovulatori il progesterone viene prodotto da un piccolo laboratorio ovarico, il corpo luteo, che funziona per 14 giorni, il tempo necessario per predisporre tutto quanto è indispensabile per l’inizio di una gravidanza e per creare qualche complicazione per un buon numero di ragazze: in realtà il progesterone ha effetti sgradevoli sull’umore, stimola sentimenti inclini al pessimismo e alla tristezza e qualche volta, paradossalmente, provoca aggressività e irritazione. La sua formula di struttura è stata identificata solo nel 1934 e per molti anni nessuno è stato capace di sintetizzarlo: poi, per qualche tempo si è usata  una tecnica costosissima che consentiva di  produrlo a partire dalla bile e la casa farmaceutica che ne aveva il brevetto vendeva l’ormone a suon di 80 dollari al  grammo, troppo perché se ne potesse fare un qualsiasi uso clinico. La biochimica degli steroidi  fece un definitivo progresso nei primi anni Quaranta quando un chimico geniale e un po’ matto scoprì che due piante messicane – la cabeza de negro e la mala mujer – contenevano una sapogenina che poteva essere trasformata, abbastanza semplicemente, in progesterone. Questo  tale, di nome Russel Marker,  arrivò a Città del Messico più o meno alla fine della seconda guerra mondiale, con tre chili di progesterone nello zaino, e la storia della endocrinologia ginecologica cambiò di colpo.

Adesso che si poteva usare il progesterone bisognava capire a che accidenti serviva, cosa che si rivelò più difficile del previsto perché il benedetto ormone non poteva essere assunto per bocca, bisognava iniettarlo, cosa che risultò oltretutto piuttosto dolorosa. La chimica degli steroidi, grazie ad altri  ricercatori geniali e dedicati, scoprì allora i progestinici, ormoni di varia derivazione che avevano in comune  alcune proprietà simili a quelle del progesterone, si potevano prendere per bocca e costavano poco. Questa storia della diversa origine dei progestinici si rivelò una complicazione ulteriore, perché fu presto chiaro che ogni molecola aveva differenti effetti collaterali, che dovevano essere individuati: poiché la prima indicazione dell’uso del progesterone sembrava la protezione della gravidanza – nelle minacce d’aborto e in varie forme di patologia ostetrica – il timore era naturalmente quello di creare problemi al feto, il che avvenne puntualmente per un certo numero di composti: così ogni nuova molecola fu studiata e ristudiata, prima di essere passata alla applicazione clinica, per chiarire questo punto.

Le sorprese furono numerose e, per taluni rispetti, strabilianti. Si scoprì ad esempio che un progestinico, il ciproterone acetato, aveva azione anti androgenica e se  veniva somministrato in gravidanza, inibiva la normale trasformazione morfologica dei feti maschi, quella che  caratterizza il  genere e che è dovuta al testosterone. Delle conseguenze di questa inibizione preferirei non parlare.

Non deve dunque stupire il fatto che una della tante molecole oggetto di sperimentazione, sintetizzata da  un famoso ricercatore francese, il professor Etienne Beaulieu, si rivelò dotata di una attività anti-progestazionale: se ricordate cosa ho detto a proposito del progesterone e delle sue insostituibili virtù di protettore della gravidanza, dovrete naturalmente concludere che inibire l’attività biologica del progesterone significa togliere ogni protezione alla gravidanza, in altri termini vuol dire procurarne l’interruzione. L’autore di questa importante scoperta è ancor oggi più noto per essere stato l’amico del cuore di  una famosa attrice italiana che per le sue virtù di ricercatore e questo la dice lunga sul ruolo della ricerca scientifica nella nostra società. In ogni caso questo non è stato, sia ben chiaro, l’unico progestinico a dimostrare questo effetto; un chimico che lavorava per la Vister mi diede da sperimentare una molecola che aveva sintetizzato e che dimostrò di possedere effetti analoghi, ma la Vister fu venduta ad acquirenti americani e tutti gli steroidi sintetizzati da questo ricercatore, il professor Ercoli, scomparvero come fa la neve se la riscaldate.

Qui è cominciata l’avventura del mifepristone, o RU 486, la pillola abortiva, che   interrompe le gravidanze se viene somministrata entro il 49° (qualcuno dice il 56°) giorno di gestazione:  entro questi termini il progestinico si è rivelato capace di fermare l’evoluzione di una percentuale di gravidanze variabile tra  il 64 e l’85%, una percentuale troppo bassa per giustificare un impiego clinico routinario; l’aggiunta  di un analogo delle prostaglandine  porta la percentuale di gravidanze interrotte a cifre comprese tra il 92 e il 98%, non lontane da quelle riferibili ai metodi tradizionali cruenti.

L’associazione mifepristone-prostaglandine viene utilizzata in molti paesi del mondo, in alternativa all’aborto chirurgico, talora sotto stretto controllo ospedaliero, talora no. Negli Stati Uniti ci sono state oltre mezzo milione di gravidanze interrotte in questo modo e il giudizio complessivo dei medici è sinora positivo. E’ vero che esistono effetti collaterali, è vero che ci sono stati incidenti letali (i più frequenti da infezioni dovute a un singolare agente batterico, il Clostridium Sordellii), ma l’ultimo Up To Date americano (settembre 2007) afferma che non ci sono sostanziali differenze tra le complicazioni da aborto chirurgico e quelle da aborto medico e che in ogni caso la gravidanza fa un numero di vittime 10 volte superiore.

E’ anche vero che scegliere di abortire utilizzando i farmaci complica non poco la vita di molte donne che debbono prevedere una gestione complessiva dell’aborto più lunga e in certi momenti certamente più fastidiosa, ma per molte ragazze prevalgono i vantaggi legati alla mancanza di anestesia e alla maggior privacy. In Italia sono state sottolineate con molta enfasi le complicazioni più gravi nel tentativo – sinora coronato da successo – di evitare che il farmaco entri nella routine ospedaliera (se ne fa attualmente uso solo in alcuni centri specializzati, costretti ad utilizzare protocolli estremamente complessi): il timore è naturalmente quello di rendere la richiesta di interruzione di gravidanza ancora più facile, un vero insulto alla serietà e alla intelligenza delle donne italiane. Leggo, nella letteratura medica, queste due critiche ai molti e mortificanti interventi: chi scrive è quasi sempre gente che di medicina e di epidemiologia sa pochissimo; ben pochi capiscono quanto sia difficile valutare il significato di eventi quasi casuali in casistiche fatte di grandi numeri.

Prima o poi le due pillole verranno approvate anche nel nostro paese (si dice che il placet  del Ministero della salute dovrebbe arrivare entro pochi mesi, ma qualcuno mi ha sussurrato in un orecchio che ci sono nuovi ostacoli) e l’unico accorgimento necessario sarà quello di consentirne l’uso ai soli centri ospedalieri: chi ha una certa età ricorderà i drammi legati all’utilizzazione, a scopo abortivo, dell’apiolo, una sostanza molto tossica  estratta dal prezzemolo e che si poteva trovare in farmacia. Ci furono molti casi letali, dovuti all’assunzione ripetuta del farmaco, cui molte donne finivano col ricorrere quando avevano l’impressione (sbagliata) che le compresse non avessero fatto il loro dovere.

Insomma, abortire prendendo un paio di farmaci invece di andare in sala operatoria è una scelta, l’importante è che le donne siano informate in modo esauriente dei costi e dei benefici. Di questi farmaci si sa tutto, inutile cercare nelle pieghe della letteratura medica, la medicina è cosa troppo seria per trattarla negli ebdomadari femminili. In realtà il vero problema che tutti dovremmo affrontare è quello della prevenzione dell’aborto: se le ragazzotte acide e supponenti che scrivono libri per spiegare a tutti che la pillola abortiva l’ha prodotta il diavolo si dedicassero a fare un po’ di propaganda anticoncezionale, forse (dico forse) si guadagnerebbero il regno dei cieli.

Scheda

Gli studi sul progesterone hanno appassionato molti ricercatori anche e soprattutto perché sembrava che da questo ormone  dipendesse la salvezza di molte gravidanze minacciate dall’aborto; alla fine, si è scoperto che né il progesterone né i progestinici sono utili per curare le minacce d’aborto, mentre i secondi sono fondamentali per l’anticoncezione (tutte le pillole li contengono) e per abortire. Sorprese (sataniche) della ricerca scientifica.

Il mifepristone ha anche altri impieghi: può essere utilizzato per arrestare l’accrescimento dei fibromi  dell’utero, come pillola del giorno dopo e come inibitore dei glicocorticoidi; attualmente è in corso una sperimentazione che riguarda il suo possibile impiego nella cura dei meningiomi.

Come pillola del giorno dopo il mifepristone è molto più efficace del levonorgestrel, il farmaco attualmente in commercio. La ragione – recentemente documentata da uno  studio sperimentale condotto dal Karolinska Institutet di Stoccolma – è dovuta al fatto che il primo inibisce l’impianto dell’embrione in utero e il secondo no. Il recente documento del Comitato Nazionale per la Bioetica che approva la proposta di una obiezione di coscienza di medici e farmacisti per la pillola del giorno dopo, ha attribuito al levonorgestrel  effetti abortigeni del tutto inesistenti: se ne dovrebbe concludere che è molto difficile (improbo?) essere insieme scienziati seri e buoni cattolici.

I ricercatori che hanno dimostrato l’assenza di effetti abortigeni ed embrionicidi (qualcuno ama dire “occisivi”) nella pillola del giorno dopo, quella  attualmente in commercio,  hanno impiegato, nella loro ricerca, embrioni umani: il loro studio è motivato dal fatto che non sarebbe stato altrimenti possibile convincere i protettori degli embrioni dell’innocenza del levonorgestrel. Mi sembra un grazioso paradosso.

Le nuove cittadine che sono arrivate in Italia dall’Europa dell’Est e che non vogliono ricorrere alle cure ospedaliere per interrompere le gravidanze non desiderate, usano le prostaglandine che comprano in farmacia con regolari ricette mediche (le prostaglandine si usano per curare alcuni disturbi di stomaco). Poiché le informazioni sul dosaggio di questi farmaci sono molto vaghe, un gran numero di donne finisce in ospedale per gli effetti collaterali. In questo momento è questa  la cosa più grave di cui sono a conoscenza  che riguarda le interruzioni di gravidanza (ed è anche evidentemente un reato): non mi consta che  le brave persone che si stanno battendo per una moratoria (?) dell’aborto volontario se ne preoccupino. Molte cose di questa terra ci  sgomentano, nessuna come l’uomo.

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